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10 January, 2015

I doni dei Magi rivelano l Epifania del valore della famiglia
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L'oro rappresenta l'autorità dei genitori verso i loro figli; l'incenso la sacralità di ogni vita; la mirra la fragilità, debolezza e caducità di ogni creatura umana

ROMA, 05 Gennaio 2015 (Zenit.org) - La solennità dell’Epifania del Signore è un nota scena biblica che riassume un significato teologico molto importante: essa rappresenta la manifestazione di Gesù alle genti, ai pagani, a coloro che erano estranei al popolo di Israele. Oltre a questo contenuto dottrinale, la ricorrenza odierna racchiude un tesoro prezioso per la vita di tutte le famiglie del mondo.
I doni profetici, che sono al centro di questa visita dei magi al bambino Gesù, sono molto spesso travisati ai nostri giorni. Possiamo affermare con molta certezza e con tanta amarezza che il consumismo ha spesso oscurato il vero significato dei tre doni offerti dai magi.
Ed è curioso osservare che, oltre alla perdita del senso dei doni dei magi, è stata sovrapposta a questa ricorrenza la festa della Befana, che ha avuto l’effetto di sviare il significato autentico della Epifania del Signore.
La nostra società secolarista ha sostituito le figure regali, i doni profetici e il lungo pellegrinaggio interiore dei magi, con la figura di una vecchietta che vola con la sua scopa per portare i regali ai bambini.
Per poter meglio comprendere il senso della visita dei magi alla Santa Famiglia, è necessario risaltare il significato dei doni dei magi: l’oro, l’incenso e la mirra.
L’oro simboleggia la regalità di Cristo, ma nello stesso tempo rappresenta l’autorità che hanno i genitori verso i loro figli. Il senso del comando e della guida del genitore va prima di tutto esercitato, ma in secondo luogo va anche spiegato, perchè educare i figli significa dare l’esempio con la parola e con la condotta di vita.
E’ davvero illuminate far comprendere ai bambini che l’obbedienza verso i loro genitori è una offerta preziosa a Gesù, ed ha un valore, agli occhi di Dio, più prezioso di una grande pepita d’oro che possiamo donare ad una qualunque persona del mondo. La fede in Dio nasce dal riconoscimento dell’autorità dei figli verso i genitori. Esercitando il ruolo di guide e testimoni, la madre ed il padre preparano la via del Signore per i loro figli, indirizzandoli verso la vocazione adulta che lo Spirito Santo invita a riconoscere e accogliere.
E quando l’autorità genitoriale viene rifiutata, per i figli è possibile riscattare la propria regalità fililale attraverso il dono del perdono, che è quello scrigno pieno d’oro che fa risplendere il calore della gioia e il fulgore della riconcilazione familiare.
L’incenso rappresenta la divinità di Gesù, ma significa anche la sacralità di ogni vita umana. Ogni vita umana è sacra ed inviolabile, perchè ha un valore unico ed irripetibile. Questo è importante spiegarlo alle nuove generazioni, perchè il mondo di oggi propone un messaggio completamente diverso rispetto ai valori cristiani. Una mentalità molto diffusa nei nostri giorni è quella di pensare che la vita delle persone ricche, dotte e potenti assume un valore più grande rispetto a quella di una persona povera, disoccupata, cassaintegrata, malata o anziana.
Incensare il valore della vita significa educare i bambini e gli adolescenti al rispetto del più debole, alla solidarietà verso i più bisognosi, alla sopportazione pacifica dei torti subiti e all’ascolto compassionevole del dolore altrui.
La mirra richiama la mortalità del bambino di Betlemme, ma rievoca anche la fragilità, la debolezza e la caducità di ogni creatura umana. Il mondo di oggi cancella ogni parola, ogni immagine e ogni pensiero che riguarda la morte. Pensare e parlare della morte non significa creare un senso di spavento o di angoscia, ma serve per giungere a cogliere il vero senso della vita presente, per avere il giusto discernimento per quanto riguarda i gesti da compiere.
Il pensiero della morte è un freno contro ogni ingiustizia, vendetta e violenza che la mente e l’animo umano propongono quando sono paralizzati dalla paura o ottenebrati dal peccato. Pensare alla fine della vita, aiuta a sfuggire i tanti vizi e gli innumerevoli mali che affliggono la nostra società: aborti, omicidi, egoismo, invidie, guerre, violenze, corruzione.
Fare memoria del significato della mirra è davvero un unguento efficace, che aiuta l’uomo a vincere la corruzione materiale e spirituale, per conservarsi integerrimo nel compiere il bene. Il profumo che emana l’unguento della carità diventa un sostegno anche per i vaccillanti, perchè lascia assoporare che una vita onesta è più felice e più piena rispetto ad un vita fatta di compromessi con il male e di iniquità di azioni.
La comprensione dei doni dell’oro, dell’incenso e della mirra non è una rifilessione di un giorno, ma è frutto di un cammino interiore che ogni famiglia ha la possibilità di compiere singolarmente e comunitariamente. Padre, madre, figlio e figlia sono chiamati ad alzare gli occhi al cielo, per cogliere la nascita della stella della speranza, che è diversa dalle tante luci artificiali che splendono nel firmamento del mondo. In una mondo che vuole propinare come buono ciò che è contrario ai suoi bisogni primari, la famiglia cristiana è chiamata a seguire le orme de magi, alzando lo sguardo verso la luce del Vangelo che illumina ogni uomo.
Contro le luci artificiali della teoria dei gender, della fecondazione in vitro, della violazione della sacralità del corpo, della tratta degli esseri umani, dei paradisi artificiali delle droghe e delle separazioni facili, i magi (come membri della famiglia umana) insegnano alla famiglia che la vera gioia e la pace autentica è quella che nasce dalla fedeltà coniugale, dalla indissolubilità del matrimonio, dalla fecondità sponsale, dall’accoglienza degli anziani, dal sostegno materiale e spirituale di altre famiglie.



02 January, 2015

I poveri e la famiglia vanno al primo posto
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Durante il Te Deum nella cattedrale di Bologna, il cardinale Caffarra auspica una "rinascita" della città attraverso un "esame di coscienza" di tutti i cittadini

BOLOGNA, 31 Dicembre 2014 (Zenit.org) - Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, in occasione dei primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, con il Solenne Te Deum di fine anno, celebrati nella basilica di San Petronio.
***
Cari fedeli, la sera che conclude l’anno civile ci invita a riflettere sul passare inarrestabile del tempo, vorace di ogni cosa. A prendere coscienza della fragilità del nostro esserci, disteso su una durata che prima o poi non può non interrompersi.
«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore», prega un Salmo. La “sapienza del cuore” è frutto della capacità di contare i nostri giorni.
1. Tuttavia la parola di Dio comunicataci dall’apostolo Paolo, e questi stessi Vespri sembrano orientare verso un’altra direzione i nostri pensieri. Noi celebriamo una maternità, la divina maternità di Maria. E la parola di Dio ci parla della nascita di un bambino «nato da donna».
Due ordini di considerazioni s’impongono. La prima è di carattere più generale ed interpella ogni uomo, credente e non. S. Agostino nella sua opera La città di Dio, scrive: «affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo» [Lib. XII, 20]. Cari fratelli e sorelle, in questa sera in cui tutto ci parla di fine, la Parola di Dio ci ricorda che ogni nascita, ogni persona è capace di garantire un nuovo inizio. Questa capacità è semplicemente la nostra libertà; questa garanzia è semplicemente ogni persona umana. «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della nascita» [A. Arendt]. E’ per questo che quando l’angelo ha voluto dire nella maniera più semplice e breve il messaggio della salvezza ai pastori, si è limitato a dire: «oggi è nato per voi un bambino». E siamo così giunti al secondo ordine di considerazioni, che vogliamo condividere, noi credenti, anche coi non credenti.
La fede ci fa comprendere che quanto è vero di ogni nascita, è insperabilmente più vero della nascita che celebriamo in questi giorni natalizi. Dentro alla vicenda umana abitata da tante ingiustizie di ogni genere; dentro a questa nostra città sempre più disgregata, irrompe mediante la fede l’inizio gioioso e liberante del Bambino nato da Maria. Inizio vero e radicale che ha in sé la forza di rinnovare ogni cosa.
Nel parto di Maria, Dio eterno è entrato nella nostra storia, e vi rimane: l’inizio assoluto è Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo per ridare all’uomo la dignità di figlio di Dio. Questo inizio della dimora dell’Eterno nel tempo non è solo un fatto accaduto nel passato, ma, in modo misterioso e reale, è donato anche a noi. In questa dimora dell’Eterno anche noi abbiamo la capacità di “rinascere”; anche la nostra città.
2. Ma la nostra città ha bisogno di rinascere? Ha bisogno di iniziare un nuovo anno, in senso forte e non solo in senso cronologico? Oppure dovrà rassegnarsi a percorrere fino in fondo il viale del tramonto?
Cari amici, sono domande che questa sera non possiamo non porci, vedendo la condizione spirituale della nostra città.
Esiste ormai una grave mancanza di riconoscimento delle pubbliche istituzioni, un grave deficit di identificazione del proprio vivere associato con esse. Un fatto pubblico recente lo ha inequivocabilmente testificato.
Esiste il rischio che venga messa in questione la pace sociale, frutto prezioso dell’amicizia civile, primo tessuto connettivo della società. Vi assicuro: sta prendendo dimora nella nostra città un diffuso malessere, sempre più pervasivo. La Chiesa ha buoni “organi sensoriali” al riguardo. Un malessere che sta – e non poteva essere diversamente – fruttando violenze, prepotenze inammissibili.
Il segno più evidente di questa città sempre più inquieta e disgregata è ancora – nonostante il lodevole impegno di molti – quel degrado che ne ha deturpato l’incomparabile bellezza, al di sotto dei limiti della decenza.
Il modo sbagliato per “rinascere” sarebbe l’accusa reciproca o lo scarico di responsabilità. Queste terapie peggiorano il male, perché fanno crescere la divisione.
La rinascita della nostra città può aversi solo da una presa di coscienza profonda delle proprie responsabilità. Un vero e proprio esame di coscienza.
Lo deve fare la Chiesa che è in Bologna, e in primo luogo io stesso, il Vescovo. Lo deve fare ognuno che abbia responsabilità pubbliche. E chiedersi semplicemente: “ma io, nel mio operato, metto veramente al primo posto il bene comune o qualcosa d’altro?”. È vero che il modo di perseguire il bene comune è diverso a seconda delle responsabilità pubbliche di ciascuno. Tuttavia alcune esigenze sono affidate a tutti. Ne accenno a due.
La prima: perseguire il bene comune significa mettere i poveri al primo posto. Per i poveri intendo coloro che sono privi dei due beni umani fondamentali: il lavoro e la casa.
La seconda: perseguire il bene comune significa tutelare e promuovere il luogo dove si impara l’alfabeto della comunità interpersonale, cioè la famiglia. Essa è la pietra angolare dell’edificio sociale. Non è con registri e leggi che si può sostituire questa funzione.
La società è a immagine della famiglia. Se la società in cui viviamo è disgregata, incapace come è di creare legami che non siano precari, è perché la famiglia si va sempre più indebolendo nelle sue relazioni costitutive.
Grave è la responsabilità di chi difende, sostiene e promuove stili di vita e/o forme di convivenza che precisamente oscurano, nella coscienza sociale, l’identità forte della famiglia.
Questa città, questa sera, ha tuttavia anche il dovere di ringraziare il Signore, e lodarlo: Te Deum laudamus!
Noi ti lodiamo, o Signore, per l’eroismo quotidiano di chi nonostante tutto non si stanca di agire bene.
Noi ti lodiamo, o Signore, per il coraggio degli sposi che donano la vita, facendo un grande atto di speranza nel futuro.
Noi ti lodiamo, o Signore, per la pazienza dei poveri, che vincono la tentazione di ricorrere alla violenza.
Noi ti lodiamo, o Signore, per coloro che si mettono al loro servizio, diffondendo nella nostra città fraternità e solidarietà.
Noi ti lodiamo, o Signore, per chi lungo i secoli ha reso grande nella giustizia, nella libertà, nella scienza la nostra città. E per tutti coloro che partendo da questa basilica, questa sera avranno nel cuore il desiderio di farla risorgere. Amen.

22 October, 2014

Relatio Synodi
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Dei 62 paragrafi stilati dai Padri, i tre riguardanti la comunione ai divorziati risposati, gli omosessuali e la comunione spirituale non hanno raggiunto il quorum qualificato. Padre Lombardi: "Temi che richiedono maggiore maturità"


CITTA' DEL VATICANO, 18 Ottobre 2014 (Zenit.org) - Cala il sipario su questo Sinodo 2014. La Relatio Synodi, il testo finale dell’assise è stata presentata questa mattina, letta dai cardinali Erdo e Assis e da mons. Bruno Forte, vista la sua lunghezza. Sedici pagine compongono infatti il tanto atteso documento in cui sono confluiti gli interventi dei Padri nelle due settimane di assemblea e soprattutto i circa 470 “Modi” presentati dai Circoli minori, ovvero gli emendamenti presentati dai diversi gruppi linguistici sulla “Relatio post disceptationem” di lunedì scorso.
In tutto sono 62 i punti redatti dai Padri con cui – ha sottolineato padre Lombardi nel briefing lampo di questa sera in Sala Stampa vaticana - si è cercato di bilanciare ogni argomento: non solo le sfide e le difficoltà delle famiglie di oggi, ma anche gli aspetti positivi, la bellezza e la ricchezza della famiglia. Diverse parti utilizzate sono state poi “recuperate” dall’Instrumentum laboris, e quindi – ha detto il portavoce vaticano –“facevano già parte del cammino sinodale”.
Non tutti e 62 punti, però, hanno ricevuto con la maggioranza dei due terzi, ma solo 59. Per trasparenza, infatti, la Santa Sede ha reso pubbliche – per volontà del Papa - le votazioni dei singoli numeri, non contando gli astenuti né gli assenti tra i 183 Padri riuniti oggi pomeriggio in Aula.
Dalla griglia è emerso che tre parti della Relatio non hanno raggiunto il quorum, ovvero i tre paragrafi relativi alla ammissione alla comunione dei divorziati risposati, dell’accoglienza pastorale degli omosessuali e della comunione spirituale. Esattamente il 52, il 53 e il 55, i quali comunque hanno ricevuto la maggioranza semplice di voti.
Non si può dire, tuttavia, che questi punti siano stati “bocciati” o “rigettati”, ha precisato Lombardi. “Forse – ha detto – è più corretto parlate di punti che non hanno raggiunto la maggioranza qualificata perché non esprimono il consenso della maggioranza sinodale”.
Ricordiamo sempre che tutte le parti del documento finale – ha aggiunto il direttore della Sala Stampa – sono state formulate “in un modo provvisorio e di ricerca. Non si possono considerare espressione dell’intera assemblea del pensiero del Sinodo”. Tantomeno i Padri hanno mai pensato di lavorare ad un “documento chiuso”, ma ad un approfondimento che costituirà la base per il prossimo Sinodo dell’ottobre 2015.
Evidentemente, ha osservato il portavoce vaticano, i tre punti ribattezzati (già “della discordia”), richiedono una riflessione più “matura” e hanno incontrato “reali difficoltà in certe parti della Chiesa”. E a chi osservava che, con questa mancata maggioranza, si è voluta “ribaltare” la Relatio post disceptationem che invece sembrava ‘aprire’ a tutte queste situazioni, il gesuita ha risposto a tono: “La dinamica da pensare non è quella delle contrapposizioni ma del tentativo di inclusione. Lo sforzo della Relatio post disceptationem era inclusivo”.
Quindi, “la logica è stata: ‘Siamo riusciti a mettere insieme le cose?”. Non dimentichiamo, ha concluso Lombardi, “la specificità del Sinodo e del documento. È una forma diversa delle proposizioni, è un qualcosa ancora in cammino”, che pertanto non esprime “in modo maturo, uno stadio della riflessione dei Padri”, ma un “contributo” per un cammino ulteriore. Quello verso il Sinodo 2015 dedicato al tema "La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa nel mondo contemporaneo".



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