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16 January, 2015

LA CONIUGALITA’: dono, sacramento e condizione
di -


[Reggio Emilia: 10-01-2015]
Ho pensato di parlarvi della coniugalità. Lo si può fare da diversi punti di
vista. Ho scelto di farlo dal punto di vista della fede considerando la coniugalità
quale esiste fra due battezzati.
Non è questa una riflessione che sentite frequentemente, immersi come
siamo in discorsi psicologici e\o sociologici. Il mio vuole essere uno schizzo di
catechesi della coniugalità.
Ma nello stesso tempo, non si può ignorare quanto sta accadendo oggi: la
coniugalità cristianamente intesa è oggi sfidata da una sfida assolutamente
inedita. Ne parlerò nell’ultimo punto.
1. Il grande testo “classico” sulla coniugalità è Ef 5, 22-32. Non è necessario
fare un’analisi accurata del testo. Basta, al nostro scopo, cogliere l’idea di fondo.
Che è questa: esiste una relazione fra il rapporto Cristo-Chiesa e il rapporto
– la coniugalità appunto – fra lo sposo e la sposa.
Fate bene attenzione. L’autore sacro parla di una relazione fra due
rapporti. Mi spiego con un esempio semplice. Se dico: 8:4=10:5, non voglio dire
che 8=10 e 4=5. Istituisco una relazione [di uguaglianza] fra due rapporti.
Di che natura è la relazione che esiste fra il rapporto Cristo-Chiesa e
sposo-sposa? E’ di natura “sacramentale” o, direbbero i Padri della Chiesa,
“misterica”. Cerchiamo di comprendere bene questo punto essenziale della
visione cristiana della coniugalità.
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Dobbiamo partire da ciò che viene chiamata “economia
dell’Incarnazione”. Con questa dizione si intende descrivere il comportamento
di Dio nei nostri confronti, come si manifesta in modo supremo e definitivo in
Gesù, il Verbo fattosi uomo.
In forza di questo evento – Dio assume la nostra natura e condizione
umana – la divina Persona del Verbo rivela e realizza il disegno di salvezza a
nostro favore, umanamente. Egli dice la parola di Dio mediante parole umane;
Egli ci salva mediante un atto umano di libertà. La parola umana detta da Gesù è
un grande “mistero”, perché è il veicolo della parola stessa del Padre, e quindi
del pensiero, del progetto del Padre riguardante l’uomo. L’atto con cui Gesù
dona se stesso sulla Croce è un grande “mistero”, perché esso dice umanamente
l’amore divino verso l’uomo. Possiamo dire, brevemente: l’economia
dell’Incarnazione consiste nella Presenza operante del Verbo dentro ad
un’umanità. Ad un corpo e ad uno spirito umani; ad una vita umana.
Questo modo di comportarsi da parte del Verbo incarnato continua anche
oggi. Egli rivela e realizza la redenzione dell’uomo servendosi di realtà umane.
Lo vediamo colla massima chiarezza nei setti segni sacri o sacramenti. Nell’atto
di lavare il corpo, come accade nel battesimo, il Redentore compie la
rigenerazione soprannaturale della persona. Fate bene attenzione. Non è che
Cristo compia la nostra giustificazione “in occasione” dall’effusione dell’acqua
e come “a fianco” di essa. E’ mediante e, per così dire, dentro a quel gesto, che
Egli opera la nostra redenzione. Ciò che vi sto dicendo, non va neppure inteso
come se l’effusione dell’acqua fosse un aiuto perché noi crediamo che il
Redentore ci redime. Il Concilio di Trento insegna che i Sacramenti non sono
stati istituiti solamente per nutrire la nostra fede [DH 1605]. E questo
insegnamento è stato ripreso dal CCC [1155].
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La forza redentiva di Cristo è presente nell’effusione dell’acqua, ed
operante mediante essa. Mi sono servito del battesimo, ma potevo farlo con ogni
sacramento. Parliamo di “economia della nostra salvezza” come “economia
sacramentale”.
Ed ora ritorniamo alla nostra riflessione sulla coniugalità. Ho detto: fra il
rapporto Cristo-Chiesa ed il rapporto sposo-sposa esiste una relazione
sacramentale. Ora possiamo spiegarci meglio.
Nel rapporto coniugale è presente il Mistero dell’unità di Cristo colla
Chiesa. Quello è il segno reale di questo. Reale significa che non rappresenta il
Mistero, restando al di fuori di Esso, esterno ad Esso. Ma significa che il
matrimonio sta in relazione intrinseca col Mistero dell’unione di Cristo colla
Chiesa, e quindi partecipa della sua natura, e ne è come impregnato.
Ma che cosa precisamente intendo quando parlo di matrimonio? In ogni
sacramento possiamo distinguere come tre strati. Prendiamo ad esempio
l’Eucarestia.
Esiste un primo strato, quello più semplice, visibile, constatabile: sono le
speci eucaristiche, il pane ed il vino consacrati. Ma esse significano realmente il
Corpo ed il sangue di Cristo. Sono solo apparentemente pane e vino, in realtà
sono il Corpo e il Sangue di Cristo [secondo strato].
Ma il Corpo e il Sangue di Cristo è significato dal pane e dal vino, cioè dal cibo,
in quanto Cristo vuole unirsi a noi, nel modo più profondo: formare, Lui e noi,
un solo corpo [terzo strato].
Analogamente nel matrimonio. Esiste un primo dato, ben constatabile:
quell’uomo e quella donna si scambiano il consenso ad essere e vivere come
marito e moglie [primo strato]. Mediante la loro vita significano una realtà che
come tale non è visibile: la reciproca, definitiva, appartenenza. Viene chiamato
il vincolo coniugale [secondo strato].
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Fate bene attenzione. Il vincolo che stringe l’uno all’altro gli sposi, non è
principalmente un vincolo morale e legale in base al principio “i patti, i contratti
si rispettano”. Esso è una relazione che dà una nuova configurazione alla
persona dei due coniugi [secondo strato].
Ma il vincolo coniugale per la sua stessa natura sacramentale chiede, esige
di realizzarsi nella carità coniugale, che dà la perfetta realizzazione all’essere
marito e moglie [terzo strato].
La sacramentalità del matrimonio consiste, risiede propriamente nel
vincolo coniugale. Cioè: l’unione di Cristo e della Chiesa è significata realmente
dal vincolo coniugale. Il Mistero di Cristo e della Chiesa è presente nel vincolo
coniugale. Gli sposi sono congiunti l’uno all’altro con un legame in cui dimora il
legame di Cristo colla Chiesa. S. Agostino chiamava il vincolo coniugale il
“bene del sacramento”.
Per capire meglio, possiamo pensare al battesimo. Nel battesimo si ha un
gesto che dura un istante: viene versata acqua sul capo. Ma si ha, come effetto,
una realtà permanente, che configura per sempre la persona a Cristo: il
“carattere” battesimale.
Nel matrimonio si ha un atto di breve durata: lo scambio del consenso
matrimoniale. Ma, come effetto, si ha una realtà permanente che trasforma la
persona stessa dei due sposi nella loro relazione, perché li rende segno reale
dell’unione di Cristo colla Chiesa.
Tuttavia – e la cosa è di somma importanza – i due sposi sono solo
“ministri del sacramento”. Che cosa significa? Che il vincolo coniugale è
“prodotto” da Cristo stesso; i due sposi consentono che Cristo li vincoli nella
modalità sacramentale. Parlando del battesimo, S. Agostino dice: non è Pietro,
Paolo, Giovanni che battezza, ma Cristo battezza mediante Pietro… Ciò vale
anche del matrimonio. E’ Cristo che vi ha sposati, che vi ha “vincolati” l’uno
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all’altro [«ciò che Dio ha congiunto…»]. Ecco perché nessuna autorità,
compresa quella del Papa, può rompere un vincolo coniugale quando ha
raggiunto la sua perfezione sacramentale.
E’ questa la coniugalità. “Un grande mistero”, dice S. Paolo. E’ un dono:
il dono di Cristo. E’ un sacramento: ha in sé la presenza dell’unione di Cristo
colla Chiesa.
2. Il vincolo coniugale per sua stessa natura chiede di penetrare
profondamente nella mente, nel cuore, nella libertà, nella psiche degli sposi: in
tutta la loro persona. A questo scopo Cristo dona agli sposi la carità coniugale.
Se voi prendete un cristallo e lo ponete davanti ad una sorgente luminosa,
esso rinfrange i colori dell’iride presenti, anche se non rifratti, nella “luce
bianca”. Un fenomeno analogo avviene nella vita della Chiesa. La sorgente
luminosa della Carità, anzi che è Carità, partecipata assume colorazioni diverse.
Esiste la carità pastorale, propria dei pastori della Chiesa; la carità verginale,
propria delle vergini consacrate; esiste la carità coniugale, propria degli sposi.
La carità coniugale si radica nella naturale attrazione reciproca degli
sposi, la purifica e la eleva fino a divenire la partecipazione alla stessa carità con
cui Cristo ama la Chiesa e la Chiesa Cristo.
La carità coniugale si esprime anche nel linguaggio del corpo: i due
diventano una sola carne.
Dobbiamo concludere, senza approfondire questo grande tema della carità
coniugale come meriterebbe. Ma voi, colla vostra testimonianza esprimete come
la carità coniugale sia capace di un’accoglienza e di una gratuità splendida.
3. Dopo questa riflessione sulla coniugalità alla luce della fede, non
possiamo non porci una domanda, che non è retorica qualificare drammatica.
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Parto dalla costatazione di un fatto. Il matrimonio è l’unico sacramento
che coincide con una realtà creata. È lo stesso matrimonio “naturale” ad essere
trasfigurato nel sacramento.
Da ciò deriva ciò che la giurisprudenza dei tribunali ecclesiastici ha
sempre pensato e praticato: non esiste vero sacramento se difettano nella
sostanza gli elementi costitutivi del matrimonio “naturale” [libertà di consenso,
per esempio].
È a questo punto che non può non porsi una domanda: la coniugalità come
è pensata, costituita, vissuta oggi è una base tale da poter essere trasfigurata
sacramentalmente? Mi spiego con un esempio. Perché possa celebrare
l’eucarestia è necessario il vino. Ma se il vino è diventato aceto? La celebrazione
dell’eucarestia è impossibile. La domanda è: esiste ancora il “vino della
coniugalità” così da poter celebrare il sacramento della coniugalità? Mai la
Chiesa si è trovata a dover rispondere ad una tale sfida.
Il grande sociologo PierPaolo Donati ha genialmente introdotto in questa
riflessione una metafora di grande forza argomentativa. Egli parla di un genoma
della famiglia, che è tipico della famiglia, e la definisce. E la domanda fatta
sopra può essere così riformulata: il matrimonio può essere a disposizione totale
della società umana, non possedendo esso una sua forma propria, un suo
genoma?
La tendenza culturale che cerca in tutti i modi di imporsi oggi risponde
affermativamente alla domanda. La cosa non va sottovalutata, come sta
accadendo, mi sembra nella Chiesa oggi. Il “genoma” può essere modificato
dall’ambiente, fino ad avere l’OGM. Così si sta progettando culturalmente una
FGM. [cfr. su tutto questo PIERPAOLO DONATI, La famiglia. Il genoma che fa
vivere la società. Rubettino, Soveria Mannelli, 2013, pp. 250].
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La Chiesa deve prendere atto di questa tendenza, semplicemente,
pensando che la coniugalità cristiana possa radicarsi in ogni FGM? Penso di
poter dire molto serenamente che, se così facesse, verrebbe meno al suo grave
dovere di annunciare il Vangelo del matrimonio. Ma dall’altra parte ignorare ciò
che sta accadendo non sarebbe meno reale.
Vorrei allora indicarvi alcuni orientamenti, che possono guidarci di fronte
a questa sfida così grave.
Il primo. Sembra, da serie ricerche, che nelle giovani generazioni resti
come una profonda nostalgia della famiglia e del matrimonio. È il fatto a cui
accennavo prima. Da una parte il “genoma famiglia” è sottoposto a tentativi
sempre più potenti e martellanti di modificarlo fino a farlo scomparire.
Dall’altra, resta nel cuore dell’uomo e della donna il desiderio di matrimonio e
famiglia. Possiamo dire che la situazione attuale ci porta a toccare il fondo. In
due sensi. Nel senso che mira a mutare il genoma famiglia stesso; nel senso che
ci costringe a toccare il fondo dell’essere famiglia, riscoprendone la realtà più
profonda.
Il primo, fondamentale orientamento è un grande, insonne impegno
culturale. A due livelli, ugualmente importanti.
- Approfondire la propria posizione di pensiero, dando ragione della
nostra concezione di matrimonio e di famiglia. Ma chiedendo anche
all’avversario di fare altrettanto. Alla fine si vedrà dai rispettivi frutti chi è nel
vero: chi vive una vita più umana.
- Approfondire, qualificare il nostro impegno educativo colle giovani
generazioni, educandoli a comprendere il “cuore” del loro essere persona. Data
la situazione, vanno ripensati i corsi di preparazione al matrimonio.
Perché questo impegno culturale possa realizzarsi, bisogna guardarsi da
tre posizioni. (a) La posizione tradizionalista: confondere il genoma con una
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precisa morfogenesi storica della famiglia, progettando di imporre questa anche
sul piano legislativo; (b) la scelta delle catacombe: bastano le virtù individuali,
senza pensare ad una ragionevole introduzione della visione cristiana nella
società, tenendo in sostanza assolutamente separato il Vangelo dal Secolo; (c) la
posizione progressista: cercare un modus vivendi, un riconoscimento di quelle
forme di convivenza che stanno precisamente minando il genoma della famiglia
[normalmente questa posizione culturale è denotata con “accoglienza delle
persone”].
Il secondo orientamento specifica meglio il primo. Non possiamo più
prendere alla leggera quella vera e propria rivoluzione culturale che cerca di
ridefinire ciò che è il maschile e ciò che è il femminile. «Questa rivoluzione
riguarda i singoli individui e tutti gli individui, ma ha un bersaglio centrale: la
famiglia. E si capisce il perché: la ragione sta nel fatto che la famiglia è il luogo
generativo e rigenerativo fondamentale della differenza sessuale» [DONATI, pag.
103].
Non voglio prolungarmi oltre, e concludo. Credo di non sbagliare,
dicendo che oggi il conflitto radicale delle antropologie accade dentro il
matrimonio e la famiglia. Già lo aveva previsto S. Giovani Paolo II.
Ed infine, ma non dammeno, la realtà della coniugalità cristiana deve dirsi
anche pubblicamente, e ciò lo può fare solo dentro a una rete di famiglie. Vi
lascio con questo pensiero.

10 January, 2015

I doni dei Magi rivelano l Epifania del valore della famiglia
di -


L'oro rappresenta l'autorità dei genitori verso i loro figli; l'incenso la sacralità di ogni vita; la mirra la fragilità, debolezza e caducità di ogni creatura umana

ROMA, 05 Gennaio 2015 (Zenit.org) - La solennità dell’Epifania del Signore è un nota scena biblica che riassume un significato teologico molto importante: essa rappresenta la manifestazione di Gesù alle genti, ai pagani, a coloro che erano estranei al popolo di Israele. Oltre a questo contenuto dottrinale, la ricorrenza odierna racchiude un tesoro prezioso per la vita di tutte le famiglie del mondo.
I doni profetici, che sono al centro di questa visita dei magi al bambino Gesù, sono molto spesso travisati ai nostri giorni. Possiamo affermare con molta certezza e con tanta amarezza che il consumismo ha spesso oscurato il vero significato dei tre doni offerti dai magi.
Ed è curioso osservare che, oltre alla perdita del senso dei doni dei magi, è stata sovrapposta a questa ricorrenza la festa della Befana, che ha avuto l’effetto di sviare il significato autentico della Epifania del Signore.
La nostra società secolarista ha sostituito le figure regali, i doni profetici e il lungo pellegrinaggio interiore dei magi, con la figura di una vecchietta che vola con la sua scopa per portare i regali ai bambini.
Per poter meglio comprendere il senso della visita dei magi alla Santa Famiglia, è necessario risaltare il significato dei doni dei magi: l’oro, l’incenso e la mirra.
L’oro simboleggia la regalità di Cristo, ma nello stesso tempo rappresenta l’autorità che hanno i genitori verso i loro figli. Il senso del comando e della guida del genitore va prima di tutto esercitato, ma in secondo luogo va anche spiegato, perchè educare i figli significa dare l’esempio con la parola e con la condotta di vita.
E’ davvero illuminate far comprendere ai bambini che l’obbedienza verso i loro genitori è una offerta preziosa a Gesù, ed ha un valore, agli occhi di Dio, più prezioso di una grande pepita d’oro che possiamo donare ad una qualunque persona del mondo. La fede in Dio nasce dal riconoscimento dell’autorità dei figli verso i genitori. Esercitando il ruolo di guide e testimoni, la madre ed il padre preparano la via del Signore per i loro figli, indirizzandoli verso la vocazione adulta che lo Spirito Santo invita a riconoscere e accogliere.
E quando l’autorità genitoriale viene rifiutata, per i figli è possibile riscattare la propria regalità fililale attraverso il dono del perdono, che è quello scrigno pieno d’oro che fa risplendere il calore della gioia e il fulgore della riconcilazione familiare.
L’incenso rappresenta la divinità di Gesù, ma significa anche la sacralità di ogni vita umana. Ogni vita umana è sacra ed inviolabile, perchè ha un valore unico ed irripetibile. Questo è importante spiegarlo alle nuove generazioni, perchè il mondo di oggi propone un messaggio completamente diverso rispetto ai valori cristiani. Una mentalità molto diffusa nei nostri giorni è quella di pensare che la vita delle persone ricche, dotte e potenti assume un valore più grande rispetto a quella di una persona povera, disoccupata, cassaintegrata, malata o anziana.
Incensare il valore della vita significa educare i bambini e gli adolescenti al rispetto del più debole, alla solidarietà verso i più bisognosi, alla sopportazione pacifica dei torti subiti e all’ascolto compassionevole del dolore altrui.
La mirra richiama la mortalità del bambino di Betlemme, ma rievoca anche la fragilità, la debolezza e la caducità di ogni creatura umana. Il mondo di oggi cancella ogni parola, ogni immagine e ogni pensiero che riguarda la morte. Pensare e parlare della morte non significa creare un senso di spavento o di angoscia, ma serve per giungere a cogliere il vero senso della vita presente, per avere il giusto discernimento per quanto riguarda i gesti da compiere.
Il pensiero della morte è un freno contro ogni ingiustizia, vendetta e violenza che la mente e l’animo umano propongono quando sono paralizzati dalla paura o ottenebrati dal peccato. Pensare alla fine della vita, aiuta a sfuggire i tanti vizi e gli innumerevoli mali che affliggono la nostra società: aborti, omicidi, egoismo, invidie, guerre, violenze, corruzione.
Fare memoria del significato della mirra è davvero un unguento efficace, che aiuta l’uomo a vincere la corruzione materiale e spirituale, per conservarsi integerrimo nel compiere il bene. Il profumo che emana l’unguento della carità diventa un sostegno anche per i vaccillanti, perchè lascia assoporare che una vita onesta è più felice e più piena rispetto ad un vita fatta di compromessi con il male e di iniquità di azioni.
La comprensione dei doni dell’oro, dell’incenso e della mirra non è una rifilessione di un giorno, ma è frutto di un cammino interiore che ogni famiglia ha la possibilità di compiere singolarmente e comunitariamente. Padre, madre, figlio e figlia sono chiamati ad alzare gli occhi al cielo, per cogliere la nascita della stella della speranza, che è diversa dalle tante luci artificiali che splendono nel firmamento del mondo. In una mondo che vuole propinare come buono ciò che è contrario ai suoi bisogni primari, la famiglia cristiana è chiamata a seguire le orme de magi, alzando lo sguardo verso la luce del Vangelo che illumina ogni uomo.
Contro le luci artificiali della teoria dei gender, della fecondazione in vitro, della violazione della sacralità del corpo, della tratta degli esseri umani, dei paradisi artificiali delle droghe e delle separazioni facili, i magi (come membri della famiglia umana) insegnano alla famiglia che la vera gioia e la pace autentica è quella che nasce dalla fedeltà coniugale, dalla indissolubilità del matrimonio, dalla fecondità sponsale, dall’accoglienza degli anziani, dal sostegno materiale e spirituale di altre famiglie.



02 January, 2015

I poveri e la famiglia vanno al primo posto
di -


Durante il Te Deum nella cattedrale di Bologna, il cardinale Caffarra auspica una "rinascita" della città attraverso un "esame di coscienza" di tutti i cittadini

BOLOGNA, 31 Dicembre 2014 (Zenit.org) - Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, in occasione dei primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, con il Solenne Te Deum di fine anno, celebrati nella basilica di San Petronio.
***
Cari fedeli, la sera che conclude l’anno civile ci invita a riflettere sul passare inarrestabile del tempo, vorace di ogni cosa. A prendere coscienza della fragilità del nostro esserci, disteso su una durata che prima o poi non può non interrompersi.
«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore», prega un Salmo. La “sapienza del cuore” è frutto della capacità di contare i nostri giorni.
1. Tuttavia la parola di Dio comunicataci dall’apostolo Paolo, e questi stessi Vespri sembrano orientare verso un’altra direzione i nostri pensieri. Noi celebriamo una maternità, la divina maternità di Maria. E la parola di Dio ci parla della nascita di un bambino «nato da donna».
Due ordini di considerazioni s’impongono. La prima è di carattere più generale ed interpella ogni uomo, credente e non. S. Agostino nella sua opera La città di Dio, scrive: «affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo» [Lib. XII, 20]. Cari fratelli e sorelle, in questa sera in cui tutto ci parla di fine, la Parola di Dio ci ricorda che ogni nascita, ogni persona è capace di garantire un nuovo inizio. Questa capacità è semplicemente la nostra libertà; questa garanzia è semplicemente ogni persona umana. «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della nascita» [A. Arendt]. E’ per questo che quando l’angelo ha voluto dire nella maniera più semplice e breve il messaggio della salvezza ai pastori, si è limitato a dire: «oggi è nato per voi un bambino». E siamo così giunti al secondo ordine di considerazioni, che vogliamo condividere, noi credenti, anche coi non credenti.
La fede ci fa comprendere che quanto è vero di ogni nascita, è insperabilmente più vero della nascita che celebriamo in questi giorni natalizi. Dentro alla vicenda umana abitata da tante ingiustizie di ogni genere; dentro a questa nostra città sempre più disgregata, irrompe mediante la fede l’inizio gioioso e liberante del Bambino nato da Maria. Inizio vero e radicale che ha in sé la forza di rinnovare ogni cosa.
Nel parto di Maria, Dio eterno è entrato nella nostra storia, e vi rimane: l’inizio assoluto è Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo per ridare all’uomo la dignità di figlio di Dio. Questo inizio della dimora dell’Eterno nel tempo non è solo un fatto accaduto nel passato, ma, in modo misterioso e reale, è donato anche a noi. In questa dimora dell’Eterno anche noi abbiamo la capacità di “rinascere”; anche la nostra città.
2. Ma la nostra città ha bisogno di rinascere? Ha bisogno di iniziare un nuovo anno, in senso forte e non solo in senso cronologico? Oppure dovrà rassegnarsi a percorrere fino in fondo il viale del tramonto?
Cari amici, sono domande che questa sera non possiamo non porci, vedendo la condizione spirituale della nostra città.
Esiste ormai una grave mancanza di riconoscimento delle pubbliche istituzioni, un grave deficit di identificazione del proprio vivere associato con esse. Un fatto pubblico recente lo ha inequivocabilmente testificato.
Esiste il rischio che venga messa in questione la pace sociale, frutto prezioso dell’amicizia civile, primo tessuto connettivo della società. Vi assicuro: sta prendendo dimora nella nostra città un diffuso malessere, sempre più pervasivo. La Chiesa ha buoni “organi sensoriali” al riguardo. Un malessere che sta – e non poteva essere diversamente – fruttando violenze, prepotenze inammissibili.
Il segno più evidente di questa città sempre più inquieta e disgregata è ancora – nonostante il lodevole impegno di molti – quel degrado che ne ha deturpato l’incomparabile bellezza, al di sotto dei limiti della decenza.
Il modo sbagliato per “rinascere” sarebbe l’accusa reciproca o lo scarico di responsabilità. Queste terapie peggiorano il male, perché fanno crescere la divisione.
La rinascita della nostra città può aversi solo da una presa di coscienza profonda delle proprie responsabilità. Un vero e proprio esame di coscienza.
Lo deve fare la Chiesa che è in Bologna, e in primo luogo io stesso, il Vescovo. Lo deve fare ognuno che abbia responsabilità pubbliche. E chiedersi semplicemente: “ma io, nel mio operato, metto veramente al primo posto il bene comune o qualcosa d’altro?”. È vero che il modo di perseguire il bene comune è diverso a seconda delle responsabilità pubbliche di ciascuno. Tuttavia alcune esigenze sono affidate a tutti. Ne accenno a due.
La prima: perseguire il bene comune significa mettere i poveri al primo posto. Per i poveri intendo coloro che sono privi dei due beni umani fondamentali: il lavoro e la casa.
La seconda: perseguire il bene comune significa tutelare e promuovere il luogo dove si impara l’alfabeto della comunità interpersonale, cioè la famiglia. Essa è la pietra angolare dell’edificio sociale. Non è con registri e leggi che si può sostituire questa funzione.
La società è a immagine della famiglia. Se la società in cui viviamo è disgregata, incapace come è di creare legami che non siano precari, è perché la famiglia si va sempre più indebolendo nelle sue relazioni costitutive.
Grave è la responsabilità di chi difende, sostiene e promuove stili di vita e/o forme di convivenza che precisamente oscurano, nella coscienza sociale, l’identità forte della famiglia.
Questa città, questa sera, ha tuttavia anche il dovere di ringraziare il Signore, e lodarlo: Te Deum laudamus!
Noi ti lodiamo, o Signore, per l’eroismo quotidiano di chi nonostante tutto non si stanca di agire bene.
Noi ti lodiamo, o Signore, per il coraggio degli sposi che donano la vita, facendo un grande atto di speranza nel futuro.
Noi ti lodiamo, o Signore, per la pazienza dei poveri, che vincono la tentazione di ricorrere alla violenza.
Noi ti lodiamo, o Signore, per coloro che si mettono al loro servizio, diffondendo nella nostra città fraternità e solidarietà.
Noi ti lodiamo, o Signore, per chi lungo i secoli ha reso grande nella giustizia, nella libertà, nella scienza la nostra città. E per tutti coloro che partendo da questa basilica, questa sera avranno nel cuore il desiderio di farla risorgere. Amen.


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