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29 April, 2015

Papa Francesco
di -


"L'alleanza tra uomo e donna salva l'umanità dalla sfiducia e dall'indifferenza"

Durante l'Udienza Generale, Papa Francesco esorta a "riportare in onore il matrimonio e la famiglia" e deplora la "mercificazione del corpo femminile"
Di Luca Marcolivio
CITTA' DEL VATICANO, 22 Aprile 2015 (Zenit.org) - Dopo aver trattato mercoledì scorso il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio, durante l’Udienza Generale di stamattina, papa Francesco si è soffermato sulla reciprocità e complementarietà tra i due sessi, che non va affatto intesa come una subordinazione o superiorità di uno dei due sull’altro.
Punto di partenza della catechesi è stata anche stavolta la Genesi. Dopo aver plasmato l’uomo “con la polvere del suolo” e averlo trasformato, con il suo alito in un “essere vivente” (cfr. Gen 2,15), Dio si accorge che “manca qualcosa”.
Adamo è solo nel giardino meraviglioso che il Signore gli ha affidato, tuttavia ancora gli mancano una “comunione” e una “pienezza”; decide così di dargli “un aiuto che gli corrisponda” (cfr. Gen 2,18).
Dopo avergli presentato tutte le creature animali ed aver dato loro un nome, l’uomo continua ad essere solo. Quando poi, però, gli mostra la donna, egli “riconosce esultante che quella creatura, e solo quella, è parte di lui: «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (cfr. Gen 2,23)”.
L’uomo ha così trovato la sua “reciprocità”. La donna non rappresenta alcuna “replica” dell’uomo e l’immagine della “costola” non esprime alcuna “inferiorità o subordinazione” ma, piuttosto, la loro consustanzialità e complementarità.
Il fatto stesso, che “Dio plasmi la donna mentre l’uomo dorme, sottolinea proprio che lei non è in alcun modo una creatura dell’uomo, ma di Dio”. È un po’ come se “per trovare l’amore nella donna, […] l’uomo prima deve sognarla e poi la trova”.
Così Dio compie un atto di “fiducia” nell’uomo e nella donna, affidando loro la terra ma quasi subito “il maligno introduce nella loro mente il sospetto, l’incredulità, la sfiducia”, provocando in loro “la disobbedienza al comandamento che li proteggeva” e un “delirio di onnipotenza che inquina tutto e distrugge l’armonia”.
Il peccato originale è alla base della “diffidenza e divisione” che tra l’uomo e la donna sono sempre esistiti e che spesso degenerano in “mille forme di prevaricazione e di assoggettamento, di seduzione ingannevole e di prepotenza umiliante, fino a quelle più drammatiche e violente”. Ne sono un esempio gli “eccessi negativi delle culture patriarcali”, le “molteplici forme di maschilismo” o, ancora, la “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica”.
Il Santo Padre ha stigmatizzato anche la “recente epidemia di sfiducia, di scetticismo, e persino di ostilità che si diffonde nella nostra cultura – in particolare a partire da una comprensibile diffidenza delle donne – riguardo ad un’alleanza fra uomo e donna che sia capace, al tempo stesso, di affinare l’intimità della comunione e di custodire la dignità della differenza”.
Se non sarà ripristinata questa “simpatia” e questa “alleanza” tra uomo e donna, le nuove generazioni non potranno salvarsi “dalla sfiducia e dall’indifferenza” e sempre più figli verranno “sradicati fin dal grembo materno”.
In definitiva, il venir meno di una “alleanza stabile e generativa” tra i due sessi è “certamente una perdita per tutti”, pertanto, ha esortato il Papa, “dobbiamo riportare in onore il matrimonio e la famiglia”.
Per far questo, la Bibbia raccomanda all’uomo di “lasciare qualcosa” di importante - ad esempio “suo padre e sua madre” - per trovare “pienamente” la donna. “L’uomo è tutto per la donna e la donna è tutta per l’uomo”, ha commentato Francesco.
Pur “peccatori e feriti, confusi e umiliati, sfiduciati e incerti”, l’uomo e la donna continuano quindi a ricevere una “vocazione impegnativa e appassionante”, come dimostra l’“immagine di tenerezza” e di “custodia paterna” che emerge dopo il peccato originale, quando “il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì” (Gen 3,21).
Un’immagine che “ci lascia a bocca aperta” e che ci dimostra che “Dio stesso cura e protegge il suo capolavoro”, ha poi concluso papa Francesco.


08 March, 2015

Io dico sempre che il Cammino Neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa
di -


Papa Francesco incontra in Aula Paolo VI le comunità neocatecumenali e invia 220 famiglie in missione in ogni angolo della terra

CITTA' DEL VATICANO, 06 Marzo 2015 (Zenit.org) - Nugoli di preti e seminaristi con la barba e il rosario in mano, squadroni di itineranti e catechisti, famiglie, da tutto il mondo, tra cui anche un gruppo di coreani con i tipici kimono. Bandiere dei diversi paesi, striscioni con dichiarazioni d’affetto al Papa e anche un canguro di gomma. Poi bambini, bambini ovunque, di tutte le età: dai neonati che vagivano nelle carrozzine, a quelli più grandicelli che sfidavano i gendarmi facendo le foto sui gradini dell’Aula Paolo VI.
L’umanità variopinta che presenta il Cammino Neocatecumenale nei grandi incontri è sempre uno spettacolo. Ne è stata conferma l’udienza di questa mattina con Papa Francesco, durante la quale il Santo Padre ha inviato 220 famiglie missionarie in ogni angolo del globo. Lo stesso Pontefice appariva divertito nel vedere questa folla in festa che ha accolto il suo ingresso nel corridoio dell’Aula Nervi.
Tra gli applausi e i tradizionali cori di “W il Papa”, mentre l’iniziatore Kiko Arguello dal palco intonava emozionato un canto alla Vergine Maria, Francesco ha baciato bambini, abbracciato giovani e malati, benedetto i fedeli più veloci nell’accaparrarsi il posto dietro le transenne. Sul palco, ad attendere il Pontefice, oltre a Kiko, Carmen Hernandez e padre Mario Pezzi, responsabili mondiali del Cammino, c’era pure un gruppo di vescovi e cardinali vicini all’itinerario Neocatecumenale, tra cui il cardinale vicario Agostino Vallini, il cardinale Rouco Varela, il cardinale Rylko e molti altri.
Sempre sul palco, a sinistra, campeggiava poi l’enorme cartellone che presentava al Papa le diverse destinazioni in cui verranno inviate le 90 missio ad gentes: dalle nazioni secolarizzate di Europa e Oceania, ai villaggi poveri dell’Africa, fino alle zone dell’Asia dove – come ha detto Kiko – “non sanno nemmeno chi sia Gesù Cristo”. 220 famiglie, per un totale di 600 figli, accompagnati da un sacerdote, che si vanno ad aggiungere agli oltre 1.100 nuclei familiari che anni fa hanno già compiuto questa scelta di lasciare tutto e tutti per Cristo.
Famiglie “formate” da 14-15 anni di Cammino, come ha spiegato Arguello, pronte ad evangelizzare anche nelle parti del mondo più difficili. Famiglie “che si amano” quasi da far invidia, e che solo per questo rappresentano una forte testimonianza in quelle terre dove ogni anno aumenta il tasso di suicidi, divorzi, aborti.
Una testimonianza, dunque, quella offerta da circa 50 anni dalle famiglie (numerose e non) del Cammino Neocatecumenale, che si rende quanto mai necessaria nel momento storico attuale. Proprio per questo Papa Francesco, come i suoi predecessori sin dall’epoca del Beato Paolo VI, ha voluto mettere il suo sigillo su questa florida opera di nuova evangelizzazione.
“Il compito di Pietro è quello di confermare i fratelli nella fede”, ha detto infatti all’inizio del suo discorso, “così anche voi avete voluto con questo gesto chiedere al Successore di Pietro di confermare la vostra chiamata, di sostenere la vostra missione, di benedire il vostro carisma. E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma”. “Lo faccio – ha precisato a braccio - non perché lui (riferito a Kiko) mi ha pagato, no! Lo faccio perché voglio farlo. Andrete in nome di Cristo in tutto il mondo a portare il suo Vangelo: Cristo vi preceda, Cristo vi accompagni, Cristo porti a compimento quella salvezza di cui siete portatori!”.
“Io dico sempre che il Cammino Neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa”, ha poi soggiunto il Santo Padre, in quanto esso realizza il mandato di Cristo ai suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvato». In particolare, Francesco si dice “contento” che questa missione si svolga grazie “a famiglie cristiane che, riunite in una comunità, hanno la missione di dare i segni della fede che attirano gli uomini alla bellezza del Vangelo”. Ovvero l’amore e l’unità indicate dal Signore nel Vangelo.
Soprattutto sono le missio ad gentes la più grande e nuova testimonianza per il mondo di oggi: queste comunità, formate da un presbitero e da quattro o cinque famiglie, con figli anche grandi, chiamate dai Vescovi per una implantatio Ecclesiae, “una nuova presenza di Chiesa”, là dove la Chiesa non esiste o non è più in grado di raggiungere i non cristiani. Tutti coloro, cioè – ha spiegato il Papa – “che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo”, che “hanno dimenticato chi era Gesù Cristo, chi è Gesù Cristo”, “non cristiani battezzati, ma ai quali la secolarizzazione, la mondanità e tante altre cose hanno fatto dimenticare la fede”.
“Svegliate quella fede!”, ha quindi urlato Bergoglio. “Prima ancora che con la parola, con la vostra testimonianza di vita, manifestate il cuore della rivelazione di Cristo: che Dio ama l’uomo fino a consegnarsi alla morte per lui e che è stato risuscitato dal Padre per darci la grazia di donare la nostra vita agli altri”.
Perché di questo grande messaggio “il mondo di oggi ha estremo bisogno”. Troppa è infatti la “solitudine”, la “sofferenza”, la “lontananza da Dio” che si sperimenta “in tante periferie dell’Europa e dell’America e in tante città dell’Asia!”. “Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile!”, ha esclamato il Santo Padre. E chi può meglio mostrare l’amore di Dio per l’uomo se non “tutti voi che avete ricevuto la forza di lasciare tutto e di partire per terre lontane grazie a un cammino di iniziazione cristiana, vissuto in piccole comunità, dove avete riscoperto le immense ricchezze del vostro Battesimo”.
In fin dei conti questo è il Cammino Neocatecumenale, “un vero dono della Provvidenza alla Chiesa dei nostri tempi”, ha sottolineato Bergoglio, rievocando le storiche parole con cui san Giovanni Paolo II ne sintetizzò l’essenza: «Un itinerario di formazione cattolica, valido per la società e per i tempi odierni». Ma Francesco ha citato anche Paolo VI, quando incontrando per la prima volta le comunità neocatecumenali nell’udienza dell’8 maggio 1974 disse: “Quanta gioia ci date con la vostra presenza e con la vostra attività!”.
“Vedere tutto questo è una consolazione, perché conferma che lo Spirito di Dio è vivo e operante nella sua Chiesa, anche oggi, e che risponde ai bisogni dell’uomo moderno”, ha aggiunto, per poi ricordare il tripode su cui il Cammino poggia le sue basi: Parola, Liturgia e Comunità. Perciò, ha rimarcato il Santo Padre, “l’ascolto obbediente e costante della Parola di Dio; la celebrazione eucaristica in piccole comunità dopo i primi vespri della domenica, la celebrazione delle lodi in famiglia nel giorno di domenica con tutti i figli e la condivisione della propria fede con altri fratelli sono all’origine dei tanti doni che il Signore ha elargito a voi, così come le numerose vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata”.
Tutto questo è linfa vitale per quella “pastorale decisamente missionaria” a cui la Chiesa deve mirare – come ribadito anche dalla Evangelii Gaudium –, tralasciando quella “pastorale di semplice conservazione” che fa sì che “nella Chiesa, abbiamo Gesù dentro e non lo lasciamo uscire...”. “Quante volte!”, ha osservato a braccio il Papa. Questa, dunque - ha concluso - “è la cosa più importante da fare se non vogliamo che le acque ristagnino nella Chiesa”.
E per concretizzare queste parole, Francesco ha abbracciato e consegnato la croce dell’invio ad una rappresentanza delle oltre 200 famiglie missionarie e imposto le mani sul capo di ognuno degli oltre 30 presbiteri che le accompagneranno, in ginocchio tutti in fila sul palco desiderosi di ricevere la benedizione del Successore di Pietro.


Kiko Argüello: "Il Papa ha mostrato oggi il suo amore per il Cammino Neocatecumenale"
Intervista all'iniziatore del itinerario neocatecumenale, dopo l'udienza con il Santo Padre in Aula Paolo VI
Di Salvatore Cernuzio
CITTA' DEL VATICANO, 06 Marzo 2015 (Zenit.org) - È difficile descrivere l’emozione che traspare dagli occhi di Kiko Argüello. Le parole rivolte oggi da Papa Francesco al Cammino Neocatecumenale da lui iniziato sono state un forte incoraggiamento per questo “itinerario di formazione cristiana valido per i tempi moderni”, come lo definì San Giovanni Paolo II. Proprio come Wojtyla, ma anche Benedetto XVI e, ai suoi tempi, Paolo VI, anche Bergoglio ha dato la benedizione della Chiesa all’opera di evangelizzazione che il Cammino porta avanti da circa mezzo secolo in ogni angolo del globo, soprattutto attraverso le famiglie. E pensare che tutto è nato da un piccolo seme gettato nelle periferie di Madrid, effettivamente fa sorridere. Perché, come ha detto Kiko a ZENIT nell’intervista subito dopo l’udienza, dimostra “quanto Dio sia buono con noi”.
***
Kiko, un commento ‘a caldo’ sulle parole del Papa di oggi nell'udienza al Cammino Neocatecumenale…
Siamo sorpresi dell’amore che ci ha mostrato! Io avevo già incontrato il Santo Padre in una udienza privata prima di quella di oggi e gli avevo mostrato l’opera che il Cammino ha compiuto finora, specie con le famiglie: le missio ad gentes, gli incontri vocazionali, il Family Day… Lui è rimasto molto impressionato. E oggi ha voluto mostrare l’amore che ha per il Cammino Neocatecumenale. Forse qualcuno si aspettava che dopo tutte quelle cose belle e positive che ha detto ci fosse un “ma”… Invece non c’è stato nessun “ma”... Siamo felicissimi, anche perché il discorso del Papa è programmatico per tutto il Cammino. E anche un modo per far capire alla Chiesa cosa è una missio ad gentes e come si può attuare oggi. Perché forse, in fondo, è rimasta ancora l’idea dei primi missionari che andarono in Africa, in America ad evangelizzare. Invece oggi c’è bisogno di qualcosa di nuovo e posso dire che il Cammino compie queste missioni con grande creatività, mostrando una forma originale di presenza di Chiesa nel mondo.
A livello personale, invece, dopo quasi 50 anni dall’inizio del Cammino, ricordando la prima evangelizzazione nelle baracche di Madrid, e vedendo ora i frutti sparsi in tutto il mondo, come si sente?
È bello! (Ride) Oggi, in particolare, mi sento consolato da Dio. Soprattutto, mi sento consolato dalle parole del Santo Padre. Ammiro molto questo Papa. Anche nell’ultima convivenza con gli itineranti di tutto il mondo, ho espresso il mio rammarico per le critiche che gli vengono rivolte. Spesso sento dire che il Papa è un “populista”, un “comunista”, troppo concentrato sul sociale… Penso che tutti si stiano sbagliando perché questo Papa sta declericalizzando la Chiesa. Ed è provvidenziale per il momento di oggi.
Tornando alle famiglie: in un momento in cui – come ha detto Papa Francesco – la famiglia ‘prende botte’ da tutte le parti, che cosa rappresentano per la Chiesa e per il mondo queste mamme, papà e figli che lasciano tutto e partono per evangelizzare?
La famiglia cristiana, aperta alla vita, è una salvezza per il mondo… Queste famiglie - quelle già in missione in tutti i continenti, come pure quelle che partiranno da oggi, che sono ‘formate’ ad evangelizzare dopo tanti anni di Cammino - sono una salvezza per la Chiesa ma soprattutto per la società. Perché i loro figli saranno i futuri architetti, avvocati, medici... Saranno insomma la società del futuro. E il mondo di oggi ha bisogno di gente cristiana che non ruba, che non mente, che non è corrotta! Inoltre, da queste famiglie provengono tantissime vocazioni. È anche grazie a loro che abbiamo 103 seminari in tutto il mondo….
Dopo questa Udienza con il Papa, cosa si prospetta per il Cammino Neocatecumenale?
Nei prossimi mesi gireremo il mondo per degli incontri vocazionali. Sarò in Italia, a Genova, Palermo e forse Macerata, e anche in Spagna. La novità però è che andremo pure in Africa. Perché ho tanti fratelli e sorelle che mi chiedono: “Kiko, quando vieni in Africa?”. Sono persone povere, umili, molto attratte dalle parole di Cristo: “Vieni e seguimi!”. E aspettano quindi anche loro di vivere personalmente un incontro dove qualcuno gli dica: “Ci sono famiglie per la missione?”, per alzarsi e partire. Allora stiamo organizzando un grande incontro con circa 25mila persone. Vedremo…
Un altro evento storico per il Cammino Neocatecumenale è stato il concerto ad Auschwitz, alla presenza di numerosi rabbini. Prosegue questo dialogo con gli ebrei?
Sì! Dopo il concerto gli ebrei sono rimasti così impressionati dal nostro spirito di amore verso di loro che hanno chiesto un incontro di tutti i rabbini con me e gli altri rappresentanti del Cammino. Probabilmente lo faremo a maggio. Ma non è confermato.
Kiko, un’ultima domanda. Pensando alle strade che si prospettano per il Cammino e alle parole di incoraggiamento del Papa di oggi, qual è il suo augurio?
(Ride) Che il demonio non sia così arrabbiato che mi faccia qualche tranello!

"Con le Missio ad gentes a Sydney faremo grandi cose!"
Il neo arcivescovo mons. Anthony C. Fisher esprime la sua gioia per l'invio del Papa nella sua diocesi di famiglie missionarie del Cammino Neocatecumenale

CITTA' DEL VATICANO, 06 Marzo 2015 (Zenit.org) - Tra i presenti all’udienza odierna di Papa Francesco con le comunità del Cammino Neocatecumenale, erano presenti anche diversi membri della Curia Romana, assieme ai vescovi che hanno ricevuto o richiesto missio ad gente nelle zone secolarizzate delle loro diocesi.
Tra loro c’era anche monsignor Anthony C. Fisher, OP, nominato arcivescovo di Sydney lo scorso novembre. Parlando con ZENIT, poco dopo l’incontro con il Santo Padre, il presule ha dichiarato che le famiglie disposte ad andare ovunque con la sola fiducia nella divina provvidenza sono qualcosa di “davvero stimolante”. “Come vescovo mi sfida molto vedere giovani, laici e sacerdoti completamente affidati alla Provvidenza come quelli che abbiamo visto oggi”, ha detto.
L'arcivescovo australiano ha anche espresso la sua grande gioia per l’invio di numerose famiglie da parte del Santo Padre nella diocesi di Sydney. “Ci sono tre famiglie che verranno a Sydney - ha raccontato -. Abbiamo già un certo numero di famiglie missionarie nella nostra diocesi e anche in altre parti dell'Australia. Ma siamo molto, molto contenti di riceverle. E a Sydney faremo grandi cose”.


16 January, 2015

LA CONIUGALITA’: dono, sacramento e condizione
di -


[Reggio Emilia: 10-01-2015]
Ho pensato di parlarvi della coniugalità. Lo si può fare da diversi punti di
vista. Ho scelto di farlo dal punto di vista della fede considerando la coniugalità
quale esiste fra due battezzati.
Non è questa una riflessione che sentite frequentemente, immersi come
siamo in discorsi psicologici e\o sociologici. Il mio vuole essere uno schizzo di
catechesi della coniugalità.
Ma nello stesso tempo, non si può ignorare quanto sta accadendo oggi: la
coniugalità cristianamente intesa è oggi sfidata da una sfida assolutamente
inedita. Ne parlerò nell’ultimo punto.
1. Il grande testo “classico” sulla coniugalità è Ef 5, 22-32. Non è necessario
fare un’analisi accurata del testo. Basta, al nostro scopo, cogliere l’idea di fondo.
Che è questa: esiste una relazione fra il rapporto Cristo-Chiesa e il rapporto
– la coniugalità appunto – fra lo sposo e la sposa.
Fate bene attenzione. L’autore sacro parla di una relazione fra due
rapporti. Mi spiego con un esempio semplice. Se dico: 8:4=10:5, non voglio dire
che 8=10 e 4=5. Istituisco una relazione [di uguaglianza] fra due rapporti.
Di che natura è la relazione che esiste fra il rapporto Cristo-Chiesa e
sposo-sposa? E’ di natura “sacramentale” o, direbbero i Padri della Chiesa,
“misterica”. Cerchiamo di comprendere bene questo punto essenziale della
visione cristiana della coniugalità.
2
Dobbiamo partire da ciò che viene chiamata “economia
dell’Incarnazione”. Con questa dizione si intende descrivere il comportamento
di Dio nei nostri confronti, come si manifesta in modo supremo e definitivo in
Gesù, il Verbo fattosi uomo.
In forza di questo evento – Dio assume la nostra natura e condizione
umana – la divina Persona del Verbo rivela e realizza il disegno di salvezza a
nostro favore, umanamente. Egli dice la parola di Dio mediante parole umane;
Egli ci salva mediante un atto umano di libertà. La parola umana detta da Gesù è
un grande “mistero”, perché è il veicolo della parola stessa del Padre, e quindi
del pensiero, del progetto del Padre riguardante l’uomo. L’atto con cui Gesù
dona se stesso sulla Croce è un grande “mistero”, perché esso dice umanamente
l’amore divino verso l’uomo. Possiamo dire, brevemente: l’economia
dell’Incarnazione consiste nella Presenza operante del Verbo dentro ad
un’umanità. Ad un corpo e ad uno spirito umani; ad una vita umana.
Questo modo di comportarsi da parte del Verbo incarnato continua anche
oggi. Egli rivela e realizza la redenzione dell’uomo servendosi di realtà umane.
Lo vediamo colla massima chiarezza nei setti segni sacri o sacramenti. Nell’atto
di lavare il corpo, come accade nel battesimo, il Redentore compie la
rigenerazione soprannaturale della persona. Fate bene attenzione. Non è che
Cristo compia la nostra giustificazione “in occasione” dall’effusione dell’acqua
e come “a fianco” di essa. E’ mediante e, per così dire, dentro a quel gesto, che
Egli opera la nostra redenzione. Ciò che vi sto dicendo, non va neppure inteso
come se l’effusione dell’acqua fosse un aiuto perché noi crediamo che il
Redentore ci redime. Il Concilio di Trento insegna che i Sacramenti non sono
stati istituiti solamente per nutrire la nostra fede [DH 1605]. E questo
insegnamento è stato ripreso dal CCC [1155].
3
La forza redentiva di Cristo è presente nell’effusione dell’acqua, ed
operante mediante essa. Mi sono servito del battesimo, ma potevo farlo con ogni
sacramento. Parliamo di “economia della nostra salvezza” come “economia
sacramentale”.
Ed ora ritorniamo alla nostra riflessione sulla coniugalità. Ho detto: fra il
rapporto Cristo-Chiesa ed il rapporto sposo-sposa esiste una relazione
sacramentale. Ora possiamo spiegarci meglio.
Nel rapporto coniugale è presente il Mistero dell’unità di Cristo colla
Chiesa. Quello è il segno reale di questo. Reale significa che non rappresenta il
Mistero, restando al di fuori di Esso, esterno ad Esso. Ma significa che il
matrimonio sta in relazione intrinseca col Mistero dell’unione di Cristo colla
Chiesa, e quindi partecipa della sua natura, e ne è come impregnato.
Ma che cosa precisamente intendo quando parlo di matrimonio? In ogni
sacramento possiamo distinguere come tre strati. Prendiamo ad esempio
l’Eucarestia.
Esiste un primo strato, quello più semplice, visibile, constatabile: sono le
speci eucaristiche, il pane ed il vino consacrati. Ma esse significano realmente il
Corpo ed il sangue di Cristo. Sono solo apparentemente pane e vino, in realtà
sono il Corpo e il Sangue di Cristo [secondo strato].
Ma il Corpo e il Sangue di Cristo è significato dal pane e dal vino, cioè dal cibo,
in quanto Cristo vuole unirsi a noi, nel modo più profondo: formare, Lui e noi,
un solo corpo [terzo strato].
Analogamente nel matrimonio. Esiste un primo dato, ben constatabile:
quell’uomo e quella donna si scambiano il consenso ad essere e vivere come
marito e moglie [primo strato]. Mediante la loro vita significano una realtà che
come tale non è visibile: la reciproca, definitiva, appartenenza. Viene chiamato
il vincolo coniugale [secondo strato].
4
Fate bene attenzione. Il vincolo che stringe l’uno all’altro gli sposi, non è
principalmente un vincolo morale e legale in base al principio “i patti, i contratti
si rispettano”. Esso è una relazione che dà una nuova configurazione alla
persona dei due coniugi [secondo strato].
Ma il vincolo coniugale per la sua stessa natura sacramentale chiede, esige
di realizzarsi nella carità coniugale, che dà la perfetta realizzazione all’essere
marito e moglie [terzo strato].
La sacramentalità del matrimonio consiste, risiede propriamente nel
vincolo coniugale. Cioè: l’unione di Cristo e della Chiesa è significata realmente
dal vincolo coniugale. Il Mistero di Cristo e della Chiesa è presente nel vincolo
coniugale. Gli sposi sono congiunti l’uno all’altro con un legame in cui dimora il
legame di Cristo colla Chiesa. S. Agostino chiamava il vincolo coniugale il
“bene del sacramento”.
Per capire meglio, possiamo pensare al battesimo. Nel battesimo si ha un
gesto che dura un istante: viene versata acqua sul capo. Ma si ha, come effetto,
una realtà permanente, che configura per sempre la persona a Cristo: il
“carattere” battesimale.
Nel matrimonio si ha un atto di breve durata: lo scambio del consenso
matrimoniale. Ma, come effetto, si ha una realtà permanente che trasforma la
persona stessa dei due sposi nella loro relazione, perché li rende segno reale
dell’unione di Cristo colla Chiesa.
Tuttavia – e la cosa è di somma importanza – i due sposi sono solo
“ministri del sacramento”. Che cosa significa? Che il vincolo coniugale è
“prodotto” da Cristo stesso; i due sposi consentono che Cristo li vincoli nella
modalità sacramentale. Parlando del battesimo, S. Agostino dice: non è Pietro,
Paolo, Giovanni che battezza, ma Cristo battezza mediante Pietro… Ciò vale
anche del matrimonio. E’ Cristo che vi ha sposati, che vi ha “vincolati” l’uno
5
all’altro [«ciò che Dio ha congiunto…»]. Ecco perché nessuna autorità,
compresa quella del Papa, può rompere un vincolo coniugale quando ha
raggiunto la sua perfezione sacramentale.
E’ questa la coniugalità. “Un grande mistero”, dice S. Paolo. E’ un dono:
il dono di Cristo. E’ un sacramento: ha in sé la presenza dell’unione di Cristo
colla Chiesa.
2. Il vincolo coniugale per sua stessa natura chiede di penetrare
profondamente nella mente, nel cuore, nella libertà, nella psiche degli sposi: in
tutta la loro persona. A questo scopo Cristo dona agli sposi la carità coniugale.
Se voi prendete un cristallo e lo ponete davanti ad una sorgente luminosa,
esso rinfrange i colori dell’iride presenti, anche se non rifratti, nella “luce
bianca”. Un fenomeno analogo avviene nella vita della Chiesa. La sorgente
luminosa della Carità, anzi che è Carità, partecipata assume colorazioni diverse.
Esiste la carità pastorale, propria dei pastori della Chiesa; la carità verginale,
propria delle vergini consacrate; esiste la carità coniugale, propria degli sposi.
La carità coniugale si radica nella naturale attrazione reciproca degli
sposi, la purifica e la eleva fino a divenire la partecipazione alla stessa carità con
cui Cristo ama la Chiesa e la Chiesa Cristo.
La carità coniugale si esprime anche nel linguaggio del corpo: i due
diventano una sola carne.
Dobbiamo concludere, senza approfondire questo grande tema della carità
coniugale come meriterebbe. Ma voi, colla vostra testimonianza esprimete come
la carità coniugale sia capace di un’accoglienza e di una gratuità splendida.
3. Dopo questa riflessione sulla coniugalità alla luce della fede, non
possiamo non porci una domanda, che non è retorica qualificare drammatica.
6
Parto dalla costatazione di un fatto. Il matrimonio è l’unico sacramento
che coincide con una realtà creata. È lo stesso matrimonio “naturale” ad essere
trasfigurato nel sacramento.
Da ciò deriva ciò che la giurisprudenza dei tribunali ecclesiastici ha
sempre pensato e praticato: non esiste vero sacramento se difettano nella
sostanza gli elementi costitutivi del matrimonio “naturale” [libertà di consenso,
per esempio].
È a questo punto che non può non porsi una domanda: la coniugalità come
è pensata, costituita, vissuta oggi è una base tale da poter essere trasfigurata
sacramentalmente? Mi spiego con un esempio. Perché possa celebrare
l’eucarestia è necessario il vino. Ma se il vino è diventato aceto? La celebrazione
dell’eucarestia è impossibile. La domanda è: esiste ancora il “vino della
coniugalità” così da poter celebrare il sacramento della coniugalità? Mai la
Chiesa si è trovata a dover rispondere ad una tale sfida.
Il grande sociologo PierPaolo Donati ha genialmente introdotto in questa
riflessione una metafora di grande forza argomentativa. Egli parla di un genoma
della famiglia, che è tipico della famiglia, e la definisce. E la domanda fatta
sopra può essere così riformulata: il matrimonio può essere a disposizione totale
della società umana, non possedendo esso una sua forma propria, un suo
genoma?
La tendenza culturale che cerca in tutti i modi di imporsi oggi risponde
affermativamente alla domanda. La cosa non va sottovalutata, come sta
accadendo, mi sembra nella Chiesa oggi. Il “genoma” può essere modificato
dall’ambiente, fino ad avere l’OGM. Così si sta progettando culturalmente una
FGM. [cfr. su tutto questo PIERPAOLO DONATI, La famiglia. Il genoma che fa
vivere la società. Rubettino, Soveria Mannelli, 2013, pp. 250].
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La Chiesa deve prendere atto di questa tendenza, semplicemente,
pensando che la coniugalità cristiana possa radicarsi in ogni FGM? Penso di
poter dire molto serenamente che, se così facesse, verrebbe meno al suo grave
dovere di annunciare il Vangelo del matrimonio. Ma dall’altra parte ignorare ciò
che sta accadendo non sarebbe meno reale.
Vorrei allora indicarvi alcuni orientamenti, che possono guidarci di fronte
a questa sfida così grave.
Il primo. Sembra, da serie ricerche, che nelle giovani generazioni resti
come una profonda nostalgia della famiglia e del matrimonio. È il fatto a cui
accennavo prima. Da una parte il “genoma famiglia” è sottoposto a tentativi
sempre più potenti e martellanti di modificarlo fino a farlo scomparire.
Dall’altra, resta nel cuore dell’uomo e della donna il desiderio di matrimonio e
famiglia. Possiamo dire che la situazione attuale ci porta a toccare il fondo. In
due sensi. Nel senso che mira a mutare il genoma famiglia stesso; nel senso che
ci costringe a toccare il fondo dell’essere famiglia, riscoprendone la realtà più
profonda.
Il primo, fondamentale orientamento è un grande, insonne impegno
culturale. A due livelli, ugualmente importanti.
- Approfondire la propria posizione di pensiero, dando ragione della
nostra concezione di matrimonio e di famiglia. Ma chiedendo anche
all’avversario di fare altrettanto. Alla fine si vedrà dai rispettivi frutti chi è nel
vero: chi vive una vita più umana.
- Approfondire, qualificare il nostro impegno educativo colle giovani
generazioni, educandoli a comprendere il “cuore” del loro essere persona. Data
la situazione, vanno ripensati i corsi di preparazione al matrimonio.
Perché questo impegno culturale possa realizzarsi, bisogna guardarsi da
tre posizioni. (a) La posizione tradizionalista: confondere il genoma con una
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precisa morfogenesi storica della famiglia, progettando di imporre questa anche
sul piano legislativo; (b) la scelta delle catacombe: bastano le virtù individuali,
senza pensare ad una ragionevole introduzione della visione cristiana nella
società, tenendo in sostanza assolutamente separato il Vangelo dal Secolo; (c) la
posizione progressista: cercare un modus vivendi, un riconoscimento di quelle
forme di convivenza che stanno precisamente minando il genoma della famiglia
[normalmente questa posizione culturale è denotata con “accoglienza delle
persone”].
Il secondo orientamento specifica meglio il primo. Non possiamo più
prendere alla leggera quella vera e propria rivoluzione culturale che cerca di
ridefinire ciò che è il maschile e ciò che è il femminile. «Questa rivoluzione
riguarda i singoli individui e tutti gli individui, ma ha un bersaglio centrale: la
famiglia. E si capisce il perché: la ragione sta nel fatto che la famiglia è il luogo
generativo e rigenerativo fondamentale della differenza sessuale» [DONATI, pag.
103].
Non voglio prolungarmi oltre, e concludo. Credo di non sbagliare,
dicendo che oggi il conflitto radicale delle antropologie accade dentro il
matrimonio e la famiglia. Già lo aveva previsto S. Giovani Paolo II.
Ed infine, ma non dammeno, la realtà della coniugalità cristiana deve dirsi
anche pubblicamente, e ciò lo può fare solo dentro a una rete di famiglie. Vi
lascio con questo pensiero.


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