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06 December, 2009

In Plaza de Lima a Madrid si terrà Domenica 27 dicembre la festa della Santa Famiglia di Nazareth
di - caminayven


In Plaza de Lima a Madrid si terrà Domenica 27 dicembre la festa della Santa Famiglia di Nazareth. E’ stata annunciata la grande festa che riunirà cardinali, vescovi e le famiglie di tutta Europa sotto il tema "Il futuro dell'Europa passa attraverso la famiglia cristiana”.
Quest'anno il Cardinale Arcivescovo di Madrid, Antonio María Rouco Varela, è incaricato di presiedere la solenne Eucarestia della famiglia cristiana e Papa Benedetto XVI rivolgerà in videoconferenza qualche parola di sostegno durante la recita dell'Angelus Domini a Roma.
Questo è il manifesto della festa della Santa Famiglia di Nazareth che mostra una colorata Santa Famiglia di Nazareth circondata da stelle e la bandiera blu UE. Un'eccellente rappresentazione del tema di quest'anno: " il futuro dell'Europa parte dalla famiglia cristiana " ed è senza dubbio il futuro non solo dell'Europa, ma dell'umanità che passa attraverso la famiglia. Questa frase è stata detta da Papa Giovanni Paolo II, in piazza Lima, nella sua prima visita in Spagna, Per questo, quest'anno si renderà omaggio e si ricorderà con particolare affetto la figura di Giovanni Paolo II.



01 December, 2009

La vita è un Germoglio che chiede accoglienza
di - Zenit

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 27 novembre 2009 (ZENIT.org).- “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti, saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,25-28.34-36).
“Avvento” è una parola che somiglia ad “avvenimento, evento” più che a “venuta”, così come “gravidanza” dice subito “bambino”, e solo in un secondo momento fa pensare al parto. L’Avvento è il tempo liturgico che celebra il fatto del concepimento di Dio, la sua incarnazione in un grembo femminile. Un fatto oggettivo, inaudito, un evento cosmico e personale: le viscere profonde di ogni essere umano, infatti, sono state create per concepire, per mezzo della fede, il “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe” (Lc 20,37).
Questa definizione biblica annuncia la profonda, vitale appartenenza di ogni uomo al Padre che è nei cieli, fonte di ogni paternità e maternità. Abramo, Isacco e Giacobbe sono i nostri nomi: “Egli ci ha fatto, noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (Sal 100,3). Concepiti dal Padre nel Figlio “prima della creazione del mondo” (Ef 1,4), l’Avvento ci ricorda che da quando “venne la pienezza del tempo” (Gal 2,4) la dignità della persona umana è stata elevata ad una pienezza divina: quella non solamente di possedere una natura assunta da Dio stesso, ma addirittura di poter concepire, nello Spirito, Colui che l’ha creata: “Meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua Divinità”(Antifona ai Vespri della solennità di Maria Ss.ma Madre di Dio).
E come un bambino nel grembo prende possesso del corpo della madre, trasformandolo gradualmente e realizzandone il significato sponsale, così la presenza viva dello Spirito Santo nell’anima, nella misura in cui viene accolto nella fede, trasforma e realizza la persona umana divinizzandola e conducendola alla pienezza di vita della santità. Tutto ciò è annuncio di gioia e di liberazione, nonostante le parole apocalittiche di Gesù: “...Vi saranno segni nel sole,..e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,..gli uomini moriranno di paura...” (Lc 21,25).
Il Signore si serve di questo genere letterario “spaventoso” per polarizzare totalmente l’attenzione di chi ascolta, e convincere così la sua libertà a seguirlo: un po’ come se uno del pubblico, anziché alzare timidamente la mano per chiedere il microfono, improvvisamente si mettesse a sparare in aria alcuni colpi di pistola, ammutolendo in tal modo l’assemblea ed ottenendo l’ascolto desiderato. Ma oggi, se facciamo nostro l’atteggiamento sincero del pubblicano in fondo al tempio (Lc 18,10s), svanisce ogni paura mentre ascoltiamo queste rassicuranti parole: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”(Lc 21,28).
A quali cose si riferisce Gesù? Sono tutti gli avvenimenti che gettano l’uomo nel panico per il presente, nell’ansia per il futuro, nell’angoscia per il passato. Paradigmatico, ad esempio, è l’evento di una gravidanza non solo non desiderata, ma fortemente temuta, notizia che in questi casi “piomba addosso all’improvviso, come un laccio che si abbatte” (Lc 21,34-35). La mamma, sola, si ritrova in un tale sconvolgimento emotivo da essere quasi irresistibilmente indotta nella tentazione dell’aborto, che si profila come unica via per salvarsi dagli “insormontabili” problemi legati alla nuova maternità. In realtà, sarà proprio il fatto dell’aborto a generare un turbamento di coscienza tanto profondo e duraturo da paragonarsi ad uno sconvolgimento apocalittico dell’anima, mentre, al contrario, ogni iniziale tribolazione sarà foriera di gioia e di vittoria se la mamma ascolta la voce della Vita che sale dal suo cuore e dal germoglio vivo che Dio le ha donato in seno.
L’evangelista Giovanni, nel Prologo, descrive l’Avvento nei termini di una fede che sceglie di accogliere la Vita: “In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; (…)Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,4.11-12). Posso tradurre così il suo annuncio: Dio era da sempre la nostra “Casa di Accoglienza”, e questa non doveva rimanere disabitata poiché tutti noi eravamo predestinati ad esservi accolti. Così il Padre, secondo il progetto originario della “Casa”, mandò il suo Figlio per rivelarcene l’esistenza ed indicarcene in Lui stesso la Via, come dice Gesù ai discepoli prima di tornare al Padre: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via..Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”(Gv 14,1-6). Questo testo costituisce la verità “teologica” di ogni Casa di Accoglienza alla Vita.
Il profeta Geremia, nella prima lettura, annuncia la venuta di un “Germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra” (33,15). Questa tenerissima parola “germoglio”, immediatamente fa pensare ad una piantina che spunta, ma quello intravisto dal profeta è un germoglio di carne, è il Bambino annunciato a Maria, e in Lui ogni bambino concepito, che nel grembo della madre sta sbocciando come un germoglio di stupefacente bellezza.
Se esso sarà accolto e custodito, una volta nato sarà come un’icona vivente delle parole di Gesù che annunciano la liberazione umana operata dalla Redenzione: “...alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28). Infatti, a tre mesi il neonato comincia a sollevare e reggere il capo, ma non è ancora in grado di “gattonare” per partire ed esplorare il mondo. Lo farà qualche mese dopo, quando sarà fisiologicamente compiuta la sua “liberazione” motoria ed egli potrà conquistare, sotto i tavole e le sedie, tutto lo spazio della casa.
La madre lo contemplerà benedicendo Dio che l’ha liberata dalla tentazione di non farlo nascere, tragedia che l’avrebbe imprigionata e come sepolta sotto le macerie della sua maternità violata. Questa verità è testimoniata giorno dopo giorno nelle Case di Accoglienza alla Vita, sparse in tutt’Italia e nel mondo intero.
Scriveva il monaco trappista T. Merton: “Il mistero dell’Avvento mette a fuoco la luce della fede sul vero significato della storia, dell’uomo, del mondo e della nostra esistenza. Nell’Avvento noi celebriamo la venuta e la presenza di Cristo nel mondo. Noi siamo testimoni della sua presenza anche in mezzo a tutti gli imperscrutabili problemi e le profonde tragedie. La nostra fede dell’Avvento non è una fuga dal mondo per rifugiarci in un regno nebuloso di slogan e di conforti che dichiari irreali i nostri problemi d’ogni giorno e inesistenti le nostre tragedie. Il nostro compito è di cercare e di trovare Cristo nel nostro mondo così com’è, e non come potrebbe essere. Il fatto che il mondo è diverso da come potrebbe essere non altera la verità che Cristo è presente in mezzo ad esso e che il suo piano non è andato frustrato, né ha subito modifiche: in verità, tutto si svolgerà secondo il suo volere. Il nostro Avvento è la celebrazione di tale speranza” (in “Tempo di celebrazione”, p. 76s).
Paolo oggi, sinteticamente, afferma tutto questo così: “Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1Ts 3,12-4,2).

09 November, 2009

Donare la vita per la Vita
di - Zenit


di padre Angelo del Favero*
ROMA, venerdì, 6 novembre 2009 (ZENIT.org).- “Diceva loro nel suo insegnamento: 'Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa'. Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una povera vedova, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: 'In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere'” (Mc 12,38-44).
“In quei giorni il profeta Elia si alzò e andò a Sarepta. Arrivato alle porte della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: 'Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere' (…). La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia” (1Re 17,10-16).
Se in tasca c’è solo un centesimo di euro, corrispondente alla monetina di questa povera vedova, per sopravvivere è necessario mendicare il cibo e l’acqua. Senza un soldo, il serbatoio della vita, per così dire, segna sempre più rosso e la sopravvivenza ha i giorni contati, come è accaduto alla povera Eluana.
Forse ci chiediamo se Gesù, ammirata la generosità di questa donna, le abbia poi mandato un discepolo con qualche euro, secondo la promessa antica: “Egli sostiene l’orfano e la vedova” (Sal 146,9). La risposta affermativa ci viene data altrove da Gesù stesso, quando esorta a non preoccuparci del fabbisogno materiale: il Padre celeste che veste l’erba del campo e nutre i passeri del cielo sa che ne abbiamo bisogno (Lc 12,30), anche se non può fisicamente sostituirsi ai loro fratelli nel soccorso concreto di ognuno di essi.
Ma il messaggio di oggi è un altro: non alla condizione sociale di questa vedova e alla sua indigenza dobbiamo guardare, ma al suo cuore esemplare. Nella sua umiliante condizione, infatti, essa si trova arricchita di una perla di gran valore: la carità divina. Per questo ha potuto dare prontamente“tutto quanto aveva per vivere” (è questa, per contrasto, un’indiretta definizione dell’io egoista), amando Dio “fino alla fine” (Gv 15,1), vale a dire fino ed oltre l’istinto naturale della propria sopravvivenza.
Perciò questa donna, che dona senza risparmiare nemmeno il suo “minimo vitale”, è una perfetta discepola del Signore che ha detto: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
Agli antipodi della vedova stanno quegli scribi e ricchi che Gesù osserva per primi: “amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi...i primi posti...pregano a lungo per farsi vedere” (Mc 12,38-40).
Nella loro vanità orgogliosa e superba, essi rappresentano coloro che sono talmente pieni di sé da compiere gesti apparentemente eroici, purché si sappia. La loro è una vera e propria sindrome bulimica: divorano senza posa il cibo grossolano e raffinato dell’ammirazione altrui, facendo l’impossibile per riempirsene il piatto. L’obesità del loro io è umanamente senza speranza, poiché vivono per “sopravvivere”, cioè per vivere al di sopra di tutti gli altri.
In tal modo, pur immersi in una fitta rete di relazioni, si autoescludono da autentici rapporti di amicizia, divenuti essi stessi zizzania di mormorazione e di divisione. In realtà, ognuno di noi deve sentirsi descritto in questo quadro, com’è vero che la nostra comune natura è congenitamente ferita da quel “peccato delle origini” (cfr Enciclica “Caritas in veritate”, n. 34), che consiste nella radicale non-povertà dell’io, pieno di sè.
Ma ecco la buona notizia di oggi: la Lettera agli Ebrei rivela che è proprio questo “il peccato” che Cristo è venuto ad annullare in ognuno di noi “mediante il sacrificio di se stesso”, (Eb 9,26), Lui che, essendo il Figlio innocente, “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso” (potrei dire: si fece totalmente “vedovo”: cfr Fil 2,6-7), accettando per noi “una condanna più severa” di ogni condanna, la condanna dei maledetti da Dio costituita dalla crocifissione.
Sì, per la carità divina del suo cuore Egli divenne il Crocifisso, e: “Questo fu l’abbandono più desolante, a livello affettivo, da lui provato durante la sua vita. In esso, però, compì l’opera più grande di tutta la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio per mezzo della grazia. Tutto questo accadde nel tempo e nel momento in cui nostro Signore toccò il massimo dell’annientamento: nella stima degli uomini, che vedendolo morire, anziché apprezzarlo, si burlavano di lui; nella natura, per mezzo della quale si annientò morendo; nel sostegno e nel conforto spirituale del Padre, che in quella circostanza lo abbandonò, affinché pagasse interamente il debito e unisse l’uomo a Dio, lasciandolo annientato e ridotto quasi al nulla. Comprenda, perciò, l’uomo spirituale il mistero della porta e della via di Cristo per unirsi a Dio e sappia che quanto più per amor suo si annienterà, nelle sue parti sensitiva e spirituale, tanto più si unirà a Dio e più grande sarà la sua opera”(San Giovanni della Croce, “Salita del Monte Carmelo”, libro II, cap. 7, n° 11).
Anche la vedova incontrata oggi da Elia si comporta con l’estrema generosità di quella lodata da Gesù nel tempio (1Re 17,12). Ricordiamo che il contesto dell’episodio è quello della grande siccità che ha colpito tutta la terra, comandata da Elia stesso per punizione divina del popolo che ha abbandonato il Signore, fonte d’acqua viva.
Alla richiesta di pane ed acqua, la vedova di Sarepta risponde donando le due monetine rimaste: “Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo” (1Re 17,12). Il gesto di questa donna pagana sembra ancor più apprezzabile di quello della vedova ebrea: ella infatti ha un figlio da mantenere, che è più della sua stessa vita.
Come attualizziamo tutto ciò, oggi? Mi viene da collegare questa Parola alla recente sentenza della Corte europea che vorrebbe imporre di togliere il Crocifisso dall’Italia. Separandosi da Gesù Cristo, l’Europa (compreso il nostro Paese) è rimasta vedova dello Sposo che l’ha culturalmente e spiritualmente generata, condannandosi così a quella devastante siccità morale e spirituale che l’ha condotta a rinnegare non solamente la sua cultura cristiana, ma addirittura la legge naturale. Ha legalizzato l’omicidio dell’aborto e dell’eutanasia, ha dichiarato scelta di libertà il peccato abominevole delle unioni omosessuali e dell’ideologia del genere, ha stravolto la verità della famiglia distruggendo la stessa identità dei bambini.
L’Europa è una quercia millenaria i cui rappresentanti, accecati dalla menzogna idolatrica dello scientismo e del relativismo laicista, hanno mortalmente inquinato quelle sue profonde e vitali radici che sono state generate dal Vangelo di Cristo. Di tutto ciò è prova la sentenza di Strasburgo, veramente folle e perversa, poiché la fede in Cristo crocifisso e risorto è la radice e il fondamento non solo della civiltà europea, ma del riconoscimento stesso della sacralità della vita umana e della sua inviolabilità.
Cristo infatti è l’unica verità dell’uomo, della sua dignità e della vita.
In Italia, la mano laicista che vorrebbe staccare oggi il Crocifisso ha cominciato ad allungarsi (e a staccarsi da Lui) il 22 maggio 1978, data di nascita della sciagurata legge 194, come fa capire in questo testo Giovanni Paolo II: “...la libertà rinnega se stessa, si autodistrugge e si dispone all’eliminazione dell’altro quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame con la verità” (“Evangelium vitae”, n° 19). E’ questa la verità della creazione in Cristo, che il Vangelo di Giovanni rivela così: “Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,2).
Parlando dell’Europa Benedetto XVI ha scritto: “Il riconoscimento etico della sacralità della vita e l’impegno per il suo rispetto hanno bisogno della fede nella creazione come loro orizzonte: così come un bambino può aprirsi con fiducia all’amore se si sa amato e può svilupparsi e crescere se si sa seguito dallo sguardo d’amore dei suoi genitori, allo stesso modo anche noi riusciamo a guardare gli altri nel rispetto della loro dignità di persone se facciamo esperienza dello sguardo di amore di Dio su di noi, che ci rivela quanto è preziosa la nostra persona. Il cristianesimo è quella memoria dello sguardo di amore del Signore sull’uomo, nel quale sono custoditi la sua piena verità e la garanzia ultima della sua dignità.” (J. Ratzinger, “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, p. 88-9).
Se l’uomo aprirà il cuore alla verità della sua creazione, verità che solo lo sguardo di fede al Crocifisso gli permette di riconoscere e rispettare integralmente, dal concepimento alla morte naturale, allora “la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà” (1Re 17,16), vale a dire sarà risolta la tragedia mondiale della sopraffazione omicida della vita e di ogni ingiustizia: la fame, l’aborto, l’eutanasia e tutto ciò che offende e svilisce la dignità umana.
Coloro che continuano a fissare con i loro occhi e nello sguardo del cuore il Crocifisso, non hanno che un modo “per ottenere che la forza che viene dall’Alto faccia cadere i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita e dell’amore” (E.V., n. 100): imitare la povertà, la fede e la generosità della “povera vedova”.
L’impegno per la vita è una missione totale che chiede ad ognuno di gettare nel Tesoro “tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la forza e tutta la mente” (Lc 10,27).


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