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28 September, 2010

La priorità della scelta educativa
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ROMA, sabato, 25 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato a Imola dall'Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, sul tema “La scelta educativa”.


* * *
La Chiesa italiana ha deciso di dedicare il prossimo decennio al grande tema dell’educazione, ponendo la scelta educativa alla cima delle sue preoccupazioni pastorali. Per aiutarvi a comprendere questa decisione cercherò di rispondere a tre domande: che cosa significa priorità della scelta educativa? perché la Chiesa italiana ha preso questa decisione? quali conseguenze comporta questa decisione? La risposta a ciascuna di queste domande scandirà in tre tempi o punti l’intera mia riflessione.
1. Senso della scelta educativa
La Chiesa italiana ha sempre educato le nuove generazioni umane che si sono susseguite lungo la sua bimillenaria storia. Parlare dunque di priorità della scelta educativa non significa: “fino ad ora non abbiamo educato; ora cominciamo a farlo”.
Il rapporto che la Chiesa istituisce colla persona umana mediante la predicazione del Vangelo e la celebrazione dei santi Misteri, ha una essenziale dimensione educativa. Clemente d’Alessandria chiama Cristo il Pedagogo, nel senso che la sua opera redentiva può e deve essere pensata colla categoria concettuale – che l’alessandrino trovava nella cultura greca – della paideia. Ma già l’apostolo Paolo pensava la sua missione in questa prospettiva.
Tutto ciò premesso, la scelta della Chiesa italiana può significare: “miglioriamo ciò che abbiamo sempre fatto – predicazione del Vangelo e Liturgia – tenendone maggiormente presente la essenziale dimensione educativa”. La scelta quindi avrebbe, se questo ne fosse il senso, un carattere esclusivamente esortatorio, morale: “impegniamoci di più”; “qualifichiamo meglio la dimensione educativa della missione educativa della Chiesa”.
Personalmente non penso che questo sia il senso della scelta di cui stiamo parlando. Quale allora?
Per rispondere devo richiamare prima alcuni orientamenti fondamentali del Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. È nella luce di questi orientamenti che si comprende il senso profondo della scelta educativa che la Chiesa italiana intende compiere nel prossimo decennio. Lo spazio di tempo non mi consente di approfondire il tema come meriterebbe.
- Fin dall’Enc. Redemptor hominis, programmatica del suo pontificato, Giovanni Paolo II afferma: «La Chiesa rimane nella sfera del mistero della Redenzione, che è appunto diventato il principio fondamentale della sua vita e della sua missione» [7,4; EE 8/23]. L’affermazione è profonda. La Chiesa si pone dentro al mysterium pietatis; il mistero della redenzione dell’uomo è sua permanente dimora. È la sua vita, ma è anche inscindibilmente la sua missione: la Chiesa esiste per la redenzione dell’uomo. Che cosa significa? Significa che essa esiste per la rigenerazione dell’intera humanitas di ogni uomo; per la nuova creazione di essa. «L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo ( … ) deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrar in lui con tutto se stesso, deve “appropriarsi” e assimilare tutta la realtà della creazione e della redenzione per ritrovare se stesso» [10,1; EE 8/28].
La missione della Chiesa è la ricostruzione dell’humanum in Cristo; consiste nel guidare la persona umana a ritrovare se stessa in Cristo. Ogni dualismo fra ciò che è cristiano e ciò che è umano è da escludersi: la vita in Cristo non è altro [aliud] dalla vita che ogni uomo e donna vivono quotidianamente. La vita in Cristo è questa stessa vita in quanto si realizza secondo la sua verità intera; cioè in Cristo. Lo in Cristo non è un pleonasmo aggiunto estrinsecamente allo vivere.
Possiamo aiutarci a capire con una analogia. La S. Scrittura non è parola scritta umana e parola scritta divina: è parola divina espressa mediante la parola umana; e reciprocamente è parola umana che esprime la parola di Dio. Il Mistero che plasma la storia è il Verbo incarnato che unisce a Se stesso ogni uomo che crede in Lui. In questo senso Giovanni Paolo II ha potuto scrivere simultaneamente: l’uomo è la via della Chiesa; la via della Chiesa è Cristo. «A causa dell’esperienza del male, la questione della redenzione, per Papa Wojtyla, era diventata l’essenziale e centrale domanda della sua vita e del suo pensare come cristiano» [Benedetto XVI, Insegnamenti I 2005, LEV, 1020].
- Il S. Padre Benedetto XVI continua questo orientamento magistrale, portandolo alle questioni radicali, fondamentali. Egli fin dall’inizio del suo pontificato pone l’attenzione e l’accento del suo pensare come Pastore supremo, sull’evento che ritiene il cuore della tragedia dell’uomo occidentale: l’assenza di Dio dalla sua vita. Più precisamente: la considerazione della domanda su Dio come domanda insignificante per la vita umana. Si può vivere, anzi si può vivere una vita migliore se si vive “come se Dio non ci fosse”. Prestate però bene attenzione altrimenti non si coglie l’asse architettonico strutturante il pensare cristiano e l’insegnamento di Benedetto XVI. Non stiamo parlando di ciò che veniva chiamato “ateismo pratico”. È qualcosa di diverso.
È la non pertinenza della questione-Dio all’insonne ed inevitabile domanda e ricerca della verità ultima e quindi del senso della vita. È accaduta, sta accadendo una sorta di trauma nel pensare umano [una «automutilazione della ragione» dice il S. Padre], a causa del quale i fondamentali del vivere, cioè le esperienze fondamentali del vivere [rapporto uomo-donna; il lavoro; lo Stato e l’ordinamento giuridico; la morte] sono pensati “come se Dio non ci fosse”. La prima, più urgente questione quindi è la questione di Dio: non è la questione morale. Non dimentichiamolo mai.
A mio giudizio, la riflessione più drammatica che il S. Padre ha fatto al riguardo, [a mio giudizio il vertice finora del suo Magistero], è stata la grande meditazione davanti alla Sacra Sindone il 2 maggio. «Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera essenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre più». Tenendo conto di questo grande orientamento del Magistero pontificio, possiamo finalmente capire il vero senso della decisione della Chiesa italiana nel prossimo decennio.
Fare della scelta educativa la scelta prioritaria significa: (a) ritenere che la Chiesa debba assumersi il carico di una ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza; non una ricostruzione qualsiasi, ma in Cristo. Abbiamo già detto quali sono i fondamentali dell’humanum. (b) ritenere che questa ricostruzione debba avvenire nella forma del rapporto educativo: l’accompagnamento amante e paziente; il “sedersi a tavola coi peccatori”.
Il S. Padre ha coniato una formula assai felice: andare nel “cortile dei gentili”. La decisione dunque della Chiesa italiana è di contenuto e di metodo. Il metodo infatti o è generato dal contenuto o è mera progettazione umana anche se denominata pastorale.
2. Le ragioni della scelta
Per accordare la nostra pastorale su questa nota [priorità della scelta educativa], è necessario condividerla intimamente e non solo eseguirla fedelmente. Ma la condivisione esige che se ne conoscano le ragioni, e siano condivise: fatte proprie. Vorrei in questo secondo punto darvi un aiuto in questo senso. E lo faccio partendo dalle ultime riflessioni del numero precedente.
Ho parlato di “ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza”. È dunque ovvio che la scelta fatta dalla Chiesa italiana ha come ragione ultima la convinzione che l’humanum sia stato demolito o sia in corso di demolizione. Alcuni – soprattutto i sociologi – preferiscono dire più storicisticamente: la modernità è entrata in una crisi irreversibile; la modernità non ha mantenute le sue promesse e ora non è più in grado di farlo. Ma, per non introdurci dentro ad un dibattito tutt’altro che finito, ripetiamo la nostra formulazione: l’humanum è stato demolito, o è in demolizione progressiva. Devo subito dire che non è una descrizione morale ciò che sto cercando di fare; una descrizione cioè il cui contenuto sono i comportamenti morali. Si possono certo fare statistiche e confrontarle, ma la scelta della Chiesa non trova in questo le sue ragioni.
Di che cosa dunque sto parlando? Devo partire da alcune riflessioni antropologiche generali. Possiamo anche partire dai due primi capitoli della Genesi. Da essi risulta che l’humanum è un evento specificamente diverso, altro dall’universo in cui è collocato [«non trovò un aiuto simile a sé»]: incommensurabilmente superiore. Risulta ancora che l’humanum è bi-forme: è maschio e femmina. Ma la bi-formità è altra da quella che troviamo nelle altre speci viventi: la differenziazione è linguaggio della dimensione sponsale della persona umana; è luogo, simbolo reale del dono di sé. Risulta infine che il rapporto fra la persona umana e Dio creatore è esclusivo dell’uomo, originale: l’uomo è la sola creatura che è “ad immagine e somiglianza di Dio”; Dio rivolge a lui la sua parola prendendosi cura che l’esercizio della libertà non sia per l’uomo causa di morte.
In sintesi. I fondamentali dell’humanum sono il suo singolare rapporto con Dio; il suo essere essenzialmente superiore a tutto il creato; la sua vocazione al “dominio” della creazione mediante il lavoro; la dimensione sociale. I fondamentali sono: l’esperienza religiosa; l’essere persona; il lavoro; la società il cui archetipo è il matrimonio [prima societas in coniugio]. La demolizione dell’humanum consiste nella demolizione dei quattro fondamentali. Ora dovremmo vedere come questa demolizione sia accaduta. Il tempo non mi consente di farlo. Mi limito ad alcune considerazioni più direttamente pertinenti al nostro scopo: aiutarvi a condividere la scelta della Chiesa italiana.
La prima. Il rapporto dell’uomo con Dio è l’asse architettonico che struttura ed ordina tutti gli altri fondamentali della vita, poiché è quel rapporto che genera la consapevolezza nell’uomo della sua dignità di persona. È l’essere «coram Deo» - proprietà esclusiva della persona – che misura il valore della persona. La “morte di Dio” nel cuore dell’uomo comporta la “morte dell’uomo” come persona dotata singolarmente di una preziosità infinita. Già R. Guardini aveva richiamato l’attenzione su questo punto, fin dagli anni 1947-1948. «Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma esso diviene visibile allo sguardo e accettabile alla volontà, quando, in grazia dell’adozione a figli di Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il rapporto col Dio vivo e personale» [La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 2007, 100]. Accenno solamente alcuni aspetti di questa degradazione dell’humanum. La grandezza solenne dell’imperativo morale è ridotta a mere convenzioni prodotte dal consenso. La diversità sessuale è giudicata priva di un suo proprio significato. La fedeltà, che è il respiro dell’eternità dentro alle scelte contingenti della nostra libertà, è ritenuta la negazione della libertà. Il lavoro diventa alienazione, anziché luogo in cui ritrovare se stesso. Vorrei però attirare l’attenzione vostra un po’ più lungamente sulla società umana. È famoso il testo di Aristotele che afferma che per vivere fuori della civitas è necessario essere o un dio o una bestia selvaggia [cfr. Politica I, 2, 1253a]. Non è cioè possibile vivere umanamente se non si vive socialmente. Ma la storia dimostra che per vivere in società una vita buona, l’uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un fondamento e di un referente che lo supera. Per quale ragione? L’uomo non può ordinare le relazioni interpersonali, comandare ad un altro uomo, sanzionandone l’eventuale disobbedienza [compiti dell’ordinamento giuridico], in suo nome; deve fare riferimento a qualcosa che lo supera; a qualcosa capace di porre l’altro nella relazione sociale, come con-civis e non come hostis. Se questo Referente più alto è escluso, al massimo la convivenza sociale diventa coesistenza più o meno pacifica di individui opposti. Ogni società ha sempre una matrice religiosa o non regge: è la pax deorum di cui già i romani parlavano. Tutto questo sovvertimento dei fondamentali umani costituisce quel “nascondimento di Dio” di cui ha parlato il S. Padre a Torino, che “fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo”.
La seconda. Questa demolizione dell’humanum è stata possibile a causa di una sorta di censura che l’uomo va compiendo nei confronti di se stesso; di una sorta di auto-mutilazione della ragione. Censura ed auto-mutilazione che impediscono alla ragione di porre le domande ultime circa la vita. La questione è molto seria: ad essa è dedicato tutto l’ultimo capitolo della Caritas in veritate. Di che cosa esattamente si parla? La ragione è da intendersi esclusivamente come capacità di raggiungere correttamente ed efficacemente ciò che l’uomo si propone, senza avere alcuna competenza sulla verità e bontà dei propositi umani? In questa condizione l’uomo sa camminare, ma non sa dove andare: la vita è un cammino ma senza meta, cioè senza senso. L’uomo non è un pellegrino; è un girovago. Siamo così dentro ad una devastante separazione: un io senza verità e una verità senza io.
La terza considerazione è la conseguenza esistenziale di quanto ho detto: conseguenza che possiamo verificare soprattutto nei nostri adolescenti. La libertà è fatta coincidere colla spontaneità. Non vado oltre nelle illustrazioni della mappa della demolizione dell’humanum al quale stiamo assistendo. Mi premeva aiutarvi a riflettere sulle ragioni di una scelta che la Chiesa italiana ha fatto. La mia convinzione cioè è che se questa è la condizione dell’uomo, non si può predicare il Vangelo e celebrare i Misteri come se non avessi di fronte un uomo demolito nella sua humanitas. Il che equivale a dire: la predicazione del Vangelo e la celebrazione liturgica devono avere il profilo di una ri-edificazione dell’humanum ex integro. Cioè: avere il profilo dell’atto educativo. Non sarà facile operare un tale scelta ed imprimere alla nostra azione pastorale un tale orientamento, poiché le nostre comunità in generale sono comunità di bambini-giovani-anziani. Comunità dalle quali sono assenti gli adulti, coloro cioè che hanno la responsabilità principale del vivere dell’uomo. Come allora muoversi? Siamo giunti alla terza ed ultima parte.
3. Le conseguenze della scelta.
→ Parto da una costatazione molto semplice, ma che reputo di estrema importanza. Noi – intendo dire parroci, responsabili pastorali – siamo già nell’unica condizione che ci mette in grado di realizzare a fondo la scelta educativa: viviamo in mezzo al nostro popolo; ne condividiamo quotidianamente il destino. O si istituisce infatti un cammino in comune o l’atto educativo è condannato all’inefficacia. Questa condizione, questa presenza va oggi più che mai mantenuta.
→ Ma con la stessa forza dico che questa condivisione va vissuta nella consapevolezza di una “rappresentanza di Cristo”, che non deve mai oscurarsi. È la chiave di volta della coscienza sacerdotale. Voglio dire che mai come oggi il sacerdote deve assimilare profondamente la dottrina della fede circa il sacramento dell’Ordine. L’autocoscienza del sacerdote deve essere “riempita” totalmente di questa dottrina della fede, dalla consapevolezza cioè di essere “ministro della redenzione di Cristo”. Non diamo per scontato tutto questo. Probabilmente in questi anni trascorsi la formazione della coscienza sacerdotale è stata pensata come prevalentemente un problema morale. In realtà essa è in primis un problema dottrinale. La domanda di fondo non è: “che cosa devo fare; come devo essere”. La domanda di fondo è: “chi sono ed in vista di chi-che cosa sono ciò che sono”. La recente invocazione fatta da Susanna Tamaro ai sacerdoti di essere prima di tutto padri capaci di generare in Cristo [cfr. Corriere della Sera del 2 agosto u.s.], coglie nel segno. È la consapevolezza di una chiara e forte identità – quella definita dalla dottrina della fede – la conseguenza più importante della scelta fatta dalla Chiesa italiana, e se vogliamo operare nel senso della scelta della Chiesa italiana. Non posso ora sviluppare il pensiero che questa consapevolezza è generata ultimamente dalla celebrazione eucaristica.
→ Va seriamente ripensata la celebrazione liturgica. «Nella liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa» [J. Ratzinger]. Non ci sono altri luoghi in cui sia dato all’uomo di incontrare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. La Chiesa ha sempre educato, anzi ha generato popoli cristiani soprattutto mediante la Liturgia.
→ La predicazione del Vangelo va oggi compiuta sempre più “dentro al cortile dei gentili” [anche se la facciamo nella nostra Chiesa parrocchiale]. Che cosa significa? Dobbiamo renderci conto che l’estraneità dell’uomo occidentale, di tanti battezzati ora adulti, non è dovuta alla rinuncia alla proposta cristiana. Chi è in tale condizione non entra nel “cortile dei gentili”: è semplicemente fuori. L’estraneità è il sintomo di un senso di insignificanza per la vita provato nei confronti del cristianesimo. Estranei perché la proposta cristiana non è ritenuta significativa per le grandi domande della vita. Oggi, questa, è la condizione più diffusa. La nostra predicazione del Vangelo se vuole essere veramente un grande fattore di ricostruzione dell’humanum, muoversi cioè nella linea della scelta educativa, deve da una parte essere predicazione della parola di Dio [non di altro] e dall’altra prendere sul serio le grandi ragioni del vivere umano.
Nella nostra vita pastorale abbiamo ancora questa possibilità perché all’inizio della vita [richiesta del battesimo], al termine della vita [richiesta del funerale religioso], per il matrimonio, le persone si rivolgono ancora alla Chiesa. La nascita, la morte, l’amore umano sono tre luoghi fondamentali per dire le ragioni della nostra speranza. «L’essenza dell’uomo prende coscienza nelle situazioni limite: la nascita e la morte, l’errore e la verità, la speranza e la disperazione» [C. Fabro]. C’è anche un altro aspetto da considerare in questo contesto, a riguardo soprattutto dell’educazione dei giovani alla fede.
Essi – intendo parlare soprattutto di chi frequenta le nostre comunità – sono immersi nei dogmi dello scientismo, fra cui quello di ritenere che la proposta cristiana non ha una portata veritativa. L’impegno a mostrare la ragionevolezza della fede, l’impegno a dimostrare l’infondatezza razionale delle obiezioni, sono impegni oggi ineludibili. Si pensi che cosa significa la elevazione della teoria evoluzionistica a filosofia prima, per fare solo un esempio.
Conclusione
Ritengo l’imminente beatificazione del Card. Newman un fatto provvidenziale per la Chiesa in Occidente. Egli è oggi il grande maestro del pensare cristiano in rapporto alla condizione dell’uomo occidentale. Egli vedeva nella separazione della fede dalla ragione il vero male dell’uomo occidentale: è da questa separazione che ha avuto inizio quella demolizione dell’humanum di cui la Chiesa deve ora prendersi cura.

22 August, 2010

Il cesareo non è la via della vita
di - Padre Angelo del Favero

ROMA, venerdì, 20 agosto 2010 (ZENIT.org).-“Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino per Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi” (Lc 13,22-30)
“Fratelli...è per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Eb 12,7.11).
Nel Vangelo di oggi, il volto misericordioso del Padre che Luca si compiace spesso di mostrare nelle opere e nelle parole di Gesù, sembra assumere un aspetto severo: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!” (Lc 13,27). Ma noi sappiamo, anche dagli altri evangelisti, che Gesù ha sempre accolto gli “operatori di ingiustizia”, come Zaccheo capo dei pubblicani (Lc 19,1-10); Matteo esattore delle tasse (Mt 9,9-13); e l’adultera (Gv 8,1-11). Ognuno di noi, poi, si trova nel numero di quegli “ingiusti” che confidano nella continua misericordia di Colui che non è venuto per giudicare, ma per salvare i peccatori.
Qual è dunque il senso del duro discorso fatto oggi da Gesù, e a quali “operatori di ingiustizia” si riferisce? Inoltre: chi rappresenta questo “tale”, suo interlocutore?
Per rispondere, anzitutto vediamo che cosa può aver mosso quest’ultimo a chiedere: “Signore, sono pochi coloro che si salvano?” (Lc 13,23).
Sono possibili due opposti moventi. Il primo, forse più comune, è paragonabile all’interesse di uno studente negligente che cerca di informarsi: “sono pochi quelli che passano l’esame?”. Egli sa di essere impreparato, ma spera nella bontà del professore, o nella fortuna. Il secondo caso è quello di uno studente che ha studiato, ma essendo di temperamento ansioso, teme quella severità del professore di fronte alla quale facilmente si arresterebbe.
Gesù sapeva sempre quello che c’era nel cuore di coloro che lo interrogavano (Gv 2,24-25), e verosimilmente vede oggi che il suo interlocutore non è in buona fede, che vuole calcolare il costo della salvezza anziché accoglierne umilmente il dono.
Questo tale è il rappresentante di tutti coloro che “giocano al risparmio”, e non comprendono che la salvezza non consiste nel non essere eliminati nelle qualificazioni, ma è puro dono da accogliere seguendo l’unico vincitore, Gesù: “Una cosa sola ti manca: - dice Gesù al giovane ricco - va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21).
Sappiamo che nel commentare il rifiuto di costui, Gesù prospetta a chi vuole seguirlo una porta tanto stretta da sembrare assurda: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio” (10,25), e tuttavia ne apre contemporaneamente un’altra che impedisce a chiunque di sentirsi escluso: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (10,27).
Il senso, allora, della risposta del Signore al “tale” di oggi, può essere questo: quelli che si salvano sono coloro che hanno capito che diventare come bambini (via obbligata per entrare nel regno di Dio) è una porta tanto stretta per l’orgoglio della nostra natura da risultare invalicabile; eppure essa è nello stesso tempo tanto conforme alla nostra condizione di figli di Dio, da essere imprescindibile per avere accesso al suo e nostro regno. Come fare allora?
Ecco. Se il piccolissimo bambino appena concepito si rendesse conto che nove mesi dopo, divenuto un bambino enormemente più grande, dovrà uscire alla luce attraverso quel grembo strettissimo in cui arriverà tra una settimana, vedendosi nella situazione impossibile del cammello e dell’ago non potrebbe pensare ad alcuna possibilità di uscita alla luce diversa dal taglio cesareo. Egli non sa che Dio andrà modificando il grembo materno in modo da consentirgli quel passaggio impossibile che non può intravedere ora, non senza il gran travaglio che sperimenterà a suo tempo assieme a sua madre.
Così Dio si comporta con ognuno di noi quando permette che ci veniamo a trovare nel buio di una prova apparentemente superiore alle nostre forze. Egli risolverà ogni cosa a suo tempo; ha solo bisogno della nostra totale fiducia ed abbandono al suo amore di Padre, fondato unicamente sulla sua Parola.
L’autore della Lettera agli Ebrei oggi ci avverte: “è per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli” (Eb 12,7). Di quale correzione si tratta? Della purificazione da tutto ciò che impedisce al nostro cuore di avere e mantenere l’atteggiamento di abbandono e di fiducia totale dei bambini: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.(…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,25-30).
Dio vuole ricolmarci della sua grazia e della sua gioia facendoci partecipi del suo regno d’amore fin dal grembo oscuro di questa vita terrena. Glielo impedisce quel peccato originale di orgoglio e disobbedienza che ereditiamo dalla natura umana fin dal concepimento. Per questo la sua Misericordia “corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,6). Infatti, se c’è una cosa che mortifica l’umana superbia è la sofferenza, la quale ci umilia nel corpo, nella mente, nel cuore e nello spirito, costringendoci a dipendere dagli altri e ad accettare con fede le misteriose vie di Dio. Certo, “sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Eb 12,11).

13 July, 2010

Bagnasco:
di - IL TEMPO.it


Il presidente della Cei chiede "una nuova generazione di politici cattolici", perchè è "sotto gli occhi di tutti" che l'attenzione al bene comune diminuisce e crescono gli interessi personali.

L'appello di Benedetto XVI perchè nasca in Italia una "nuova generazione di politici cattolici" trova pieno consenso da parte dei vescovi italiani. Lo afferma il presidente della Cei Angelo Bagnasco che in un'intervista all'Osservatore Romano traccia un identikit di tale nuova leva: "cattolici che sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni". "Penso - aggiunge il cardinale di Genova - che attorno a questo tema nevralgico della nostra società, che chiama in causa la testimonianza della Chiesa, occorra il concorso attivo di tutti". "Come vescovi italiani ci impegneremo - assicura Bagnasco - a una specifica riflessione in merito".



PROBLEMA DI COERENZA PERSONALE - Sui temi etici, sui quali in quasi tutti i partiti italiani si registrano al momento posizioni eterogenee, per Bagnasco "più che un problema di rappresentanza politica esiste un problema di coerenza personale. Credo - sottolinea - che sempre piu' siano necessari fedeli laici capaci di imparare a vivere il mistero di Dio, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verita', della coscienza". Per Bagnasco, dunque, "cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera". E ciò proprio mentre avanza in diversi ambiti del Paese "una malintesa e pervicace forma di laicità, che sarebbe meglio definire laicismo; questa ignora il fatto religioso, anzi esplicitamente lo esclude", come accaduto con la sentenza europea sul Crocifisso, che Bagnasco auspica sia rettificata "con un pizzico di buon senso" ammettendo che proprio dal Crocifisso è germogliata la civiltà europea con tutti i suoi valori.


LAICITA' PERICOLOSA - La laicità intesa come negazione del messaggio religioso nel dibattito pubblico, rappresenta , spiega, "una grave amputazione del senso dello Stato, che ovviamente non ha competenze in campo religioso nè persegue finalità religiose, ma deve riconoscere, rispettare e anzi promuovere la dimensione religiosa. Dietro la liberta' religiosa. - osserva Bagnasco - si cela la più decisiva esperienza della libertà umana, senza la quale è a rischio non solo la fede, ma ancor prima la democrazia". "Dietro la cosiddetta neutralita' dello Stato è presente - conclude - un pregiudizio, tardo a morire, verso il quale giustamente Benedetto XVI da tempo va concentrando la sua riflessione: quello cioe' di confinare Dio al di fuori dello spazio pubblico, riducendolo a una questione privata".



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