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01 December, 2010

Il rifiuto di ogni vita umana è il rifiuto di Cristo
di -


BOLOGNA, domenica, 28 novembre 2010 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, ha pronunciato sabato 27 novembre nella Chiesa di Santa Maria della Vita in concomitanza con la Veglia voluta dal Santo Padre per la vita nascente.
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Cari fratelli e sorelle, non a caso per celebrare la solenne veglia per la vita abbiamo scelto questo luogo santo dedicato a S. Maria della Vita.
Acconsentendo a concepire nella nostra natura umana il Verbo, Maria accoglie la Vita a nome di tutti e a vantaggio di tutti. E’ mediante il consenso dato da essa all’angelo, che Maria si colloca alla sorgente stessa della Vita che Cristo è venuto a donare. «Generando la vita» scrive un monaco medioevale «ha come rigenerato coloro che di questa vita dovevano vivere» [Guerrico d’Igny, Disc. I nell’Assunzione di Maria, 2; PL 185, 188].
In forza di questa sua collocazione nel mistero della salvezza, Maria è posta al centro del grande scontro fra la vita e la morte, fra il potere che distrugge ed il potere che vivifica. La pagina biblica appena proclamata ci invita proprio a considerare questo scontro. Per meglio comprenderla è utile confrontarla e come leggerla assieme ad un’altra pagina della Sacra Scrittura: Ap 12,1-6.
Esiste una opposizione, un’inimicizia fra il “serpente” e la “donna” in quanto sorgente della vita. Nella pagina dell’Apocalisse il “serpente” è raffigurato come un enorme drago rosso [12,3] che raffigura Satana, potenza personale malefica, e insieme tutte le forze del male che operano nella storia umana.
E’ degno di molta attenzione il fatto che l’opposizione fra il Satana e la Vita, in maniera implicita nel testo che abbiamo letto e in maniera esplicita nell’Apocalisse, è presentata come opposizione al parto della donna: alla Vita nel suo sorgere. Alla fine il testo sacro sembra suggerire: il bambino che Maria – la donna vestita di sole – partorisce, il Figlio di Dio fattosi uomo, è anche la figura di ogni uomo, di ogni persona già concepita e non ancora nata minacciata nella sua stessa vita. Infatti “con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” [Cost. Past. Gaudium et spes, 22]. Il rifiuto di ogni vita umana è realmente il rifiuto di Cristo.
Il cantico che abbiamo or ora cantato a Cristo ci ha istruito circa l’esito finale dell’inimicizia fra il “serpente” e la “donna”: «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra, e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre». Facendo eco a questo cantico, un inno liturgico dice: «morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa» [Messale Romano, Sequenza della Domenica di Pasqua].
L’Agnello immolato domina ogni potere e gli eventi della storia, e afferma nel tempo ed oltre il tempo, il potere della vita sulla morte.
Illuminati da questa Parola e forti della speranza fondata sulla vittoria di Cristo, possiamo gettare uno sguardo, sia pure fugace, sulle potenze che Cristo definitivamente sconfigge.
La potenza che contrasta maggiormente la vita, la cultura della vita, è quella che, soprattutto mediante alcuni grandi mezzi della comunicazione, cerca di introdurre l’uomo dentro ad un mondo privo di ogni consistenza reale, iniziando col privare il linguaggio di ogni significato obiettivo. L’aborto non deve essere chiamato ciò che è, un abominevole delitto [Gaudium et spes], ma un mezzo per la salute riproduttiva. L’eutanasia non deve essere chiamata ciò che è, l’omicidio di un ammalato grave, ma una morte degna. La castità non deve essere chiamata ciò che è, una virtù, ma il segno di psicosi.
Ma anche la potenza di questi mezzi dovrà piegarsi al Signore. Della vittoria o quanto meno del depotenziamento dei signori di questo mondo è segno visibile il luogo dove ci troviamo: in esso la Chiesa ha affermato la dignità della persona inferma e povera.
E così è stato, così è ogni giorno anche nella nostra città. La corrente che, come un fiume, vuole spegnere nell’uomo la luce delle evidenze originarie, è come assorbita dalla fede che opera attraverso la carità: la carità verso ogni povero. E’ questa la forza che fa trionfare la vita sulla morte, la civiltà dell’amore sulla civiltà dell’egoismo.


23 November, 2010

Eutanasia? No, voglio la Vita eterna!
di -


21 novembre, Solennità di Cristo Re dell'Universo
di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 19 novembre 2010 (ZENIT.org).- “In quel tempo (dopo che ebbero crocifisso Gesù) il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quel che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,35-43).
Commentando la promessa di Gesù “oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,43), un noto biblista spiega:
“La parola ‘paradiso’ deriva da un vocabolo di origine persiana che indica un parco regale e lussureggiante. E se lo collochiamo in cielo è perché la sfera celeste è sopra di noi, purissima e invalicabile, e quindi ci sembra adatta a rappresentare il divino e l’infinito. All’opposto ‘inferno’ è una parola che indica qualcosa di ‘inferiore’, di sotterraneo, collocato appunto all’antipodo del cielo. La Bibbia presenta il destino a cui è chiamato il giusto proprio come il ‘paradiso’ per eccellenza” (G. Ravasi, in “150 Risposte. Questioni di fede”, p.110).
Dopo l’estremo colloquio con Gesù, riferito da Luca, il malfattore buono udì il Signore gridare a gran voce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”, e subito dopo lo vide spirare (Lc 23,46).
Vide anche, per tutto il tempo dell’agonia, la Madre di Gesù presso la croce. Anche il malfattore cattivo sentì e vide tutto questo.Uno riconobbe il Signore, lo difese e lo chiamò dolcemente per nome; l’altro non lo riconobbe e bestemmiò il suo nome.
Forse fu proprio Maria ad ottenere al primo la grazia di riconoscere il Figlio di Dio, affidandosi alla sua Misericordia. Non è fuori luogo, infatti, pensare che in quelle ore di martirio presso la croce, Maria abbia pregato anche per i due sventurati compagni di Gesù.
Sì, non era ancora stata composta l’Ave Maria e già veniva esaudita: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.
Per entrambi, dunque, pregò la Madre, ma uno solo si convertì.
Rivediamo, allora, momento per momento, ciò che accadde sul Golgota dopo la morte di Gesù.
A un certo punto, non saprei dire se con orrore o sollievo, sia il malfattore cattivo che quello buono vedono avvicinarsi il soldato incaricato di spezzare le gambe inchiodate. Lo vedono mettersi in posa per vibrare il colpo micidiale: non sappiamo se furono prima quelle del buono ad essere spezzate o quelle del cattivo. Per entrambi una breve attesa..poi l’urlo di dolore e subito l’asfissia che pone fine al tormento.
Uno fu accolto fra gli angeli,..e l’altro? Verrebbe da dire: scese all’inferno, poiché morì bestemmiando il nome del Salvatore.
In realtà non possiamo concludere nulla sulla sorte eterna di costui, ma l’ipotesi che si sia salvato non è ingiustificata se riflettiamo sulle seguenti parole (anche se si riferiscono ad un caso di suicidio):
“Solo Dio, ‘che conosce i cuori e i reni’, come dice la Bibbia, ossia il conscio e l’inconscio più intimo di una persona, può giudicare il segreto ultimo del suicida. Un teologo francese, Roger Troisfontaines, negli anni sessanta nel saggio ‘Je ne meurs pas’ ha pensato che Dio conceda all’uomo, giunto alla frontiera estrema della vita, la possibilità di un’ultima opzione attraverso uno sguardo sintetico e supremo della propria esistenza: ormai la persona è sul crinale tra tempo ed eterno e ha l’istantanea illuminazione che la abilita alla scelta netta e radicale tra bene e male, conversione e ostinazione, Dio e orgoglio. E’ proprio con questa speranza che anche la prassi ecclesiale è ora molto rispettosa con i suicidi” (G. Ravasi, id., p, 119-120).
Se questo è vero, come la speranza cristiana ci inclina a credere, allora “ogni azione o omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (definizione classica di eutanasia, “dolce morte”), rischia di condannare la persona ammalata all’infinita, intollerabile amarezza della morte eterna.
L’eutanasia, infatti, passiva o attiva che sia, rischia di impedire alla persona ammalata di vivere l’istante più prezioso dell’intera sua vita, quello nel quale la Misericordia divina concede all’umana libertà l’ultima possibilità di riconoscere ed adorare “l’Autore della vita” (At 3,15) e Re dell’Universo, nostro Signore Gesù Cristo.
E’ vero che anche la morte scelta ed inflitta per volontà propria non toglie la possibilità di quest’ultimo istante di ravvedimento, tuttavia la decisione di togliersi o farsi togliere la vita è in sé un atto gravemente peccaminoso capace di oscurare l’ultimo raggio di luce salvifica che giunge dal Paradiso, dal momento che si vuole impedire a Dio di essere Dio, l’Unico che ha il potere sulla vita e sulla morte.
Io credo che se il malfattore buono avesse rivolto la fiducia del suo sguardo a Gesù già morto, ugualmente egli sarebbe stato accolto in Paradiso; ma se il soldato gli avesse spezzato le gambe prima della grazia della sua conversione, gli sarebbe stata tolta la speranza e la dolcezza di sapersi perdonato dal Crocifisso.



28 September, 2010

La priorità della scelta educativa
di -


ROMA, sabato, 25 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato a Imola dall'Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, sul tema “La scelta educativa”.


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La Chiesa italiana ha deciso di dedicare il prossimo decennio al grande tema dell’educazione, ponendo la scelta educativa alla cima delle sue preoccupazioni pastorali. Per aiutarvi a comprendere questa decisione cercherò di rispondere a tre domande: che cosa significa priorità della scelta educativa? perché la Chiesa italiana ha preso questa decisione? quali conseguenze comporta questa decisione? La risposta a ciascuna di queste domande scandirà in tre tempi o punti l’intera mia riflessione.
1. Senso della scelta educativa
La Chiesa italiana ha sempre educato le nuove generazioni umane che si sono susseguite lungo la sua bimillenaria storia. Parlare dunque di priorità della scelta educativa non significa: “fino ad ora non abbiamo educato; ora cominciamo a farlo”.
Il rapporto che la Chiesa istituisce colla persona umana mediante la predicazione del Vangelo e la celebrazione dei santi Misteri, ha una essenziale dimensione educativa. Clemente d’Alessandria chiama Cristo il Pedagogo, nel senso che la sua opera redentiva può e deve essere pensata colla categoria concettuale – che l’alessandrino trovava nella cultura greca – della paideia. Ma già l’apostolo Paolo pensava la sua missione in questa prospettiva.
Tutto ciò premesso, la scelta della Chiesa italiana può significare: “miglioriamo ciò che abbiamo sempre fatto – predicazione del Vangelo e Liturgia – tenendone maggiormente presente la essenziale dimensione educativa”. La scelta quindi avrebbe, se questo ne fosse il senso, un carattere esclusivamente esortatorio, morale: “impegniamoci di più”; “qualifichiamo meglio la dimensione educativa della missione educativa della Chiesa”.
Personalmente non penso che questo sia il senso della scelta di cui stiamo parlando. Quale allora?
Per rispondere devo richiamare prima alcuni orientamenti fondamentali del Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. È nella luce di questi orientamenti che si comprende il senso profondo della scelta educativa che la Chiesa italiana intende compiere nel prossimo decennio. Lo spazio di tempo non mi consente di approfondire il tema come meriterebbe.
- Fin dall’Enc. Redemptor hominis, programmatica del suo pontificato, Giovanni Paolo II afferma: «La Chiesa rimane nella sfera del mistero della Redenzione, che è appunto diventato il principio fondamentale della sua vita e della sua missione» [7,4; EE 8/23]. L’affermazione è profonda. La Chiesa si pone dentro al mysterium pietatis; il mistero della redenzione dell’uomo è sua permanente dimora. È la sua vita, ma è anche inscindibilmente la sua missione: la Chiesa esiste per la redenzione dell’uomo. Che cosa significa? Significa che essa esiste per la rigenerazione dell’intera humanitas di ogni uomo; per la nuova creazione di essa. «L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo ( … ) deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrar in lui con tutto se stesso, deve “appropriarsi” e assimilare tutta la realtà della creazione e della redenzione per ritrovare se stesso» [10,1; EE 8/28].
La missione della Chiesa è la ricostruzione dell’humanum in Cristo; consiste nel guidare la persona umana a ritrovare se stessa in Cristo. Ogni dualismo fra ciò che è cristiano e ciò che è umano è da escludersi: la vita in Cristo non è altro [aliud] dalla vita che ogni uomo e donna vivono quotidianamente. La vita in Cristo è questa stessa vita in quanto si realizza secondo la sua verità intera; cioè in Cristo. Lo in Cristo non è un pleonasmo aggiunto estrinsecamente allo vivere.
Possiamo aiutarci a capire con una analogia. La S. Scrittura non è parola scritta umana e parola scritta divina: è parola divina espressa mediante la parola umana; e reciprocamente è parola umana che esprime la parola di Dio. Il Mistero che plasma la storia è il Verbo incarnato che unisce a Se stesso ogni uomo che crede in Lui. In questo senso Giovanni Paolo II ha potuto scrivere simultaneamente: l’uomo è la via della Chiesa; la via della Chiesa è Cristo. «A causa dell’esperienza del male, la questione della redenzione, per Papa Wojtyla, era diventata l’essenziale e centrale domanda della sua vita e del suo pensare come cristiano» [Benedetto XVI, Insegnamenti I 2005, LEV, 1020].
- Il S. Padre Benedetto XVI continua questo orientamento magistrale, portandolo alle questioni radicali, fondamentali. Egli fin dall’inizio del suo pontificato pone l’attenzione e l’accento del suo pensare come Pastore supremo, sull’evento che ritiene il cuore della tragedia dell’uomo occidentale: l’assenza di Dio dalla sua vita. Più precisamente: la considerazione della domanda su Dio come domanda insignificante per la vita umana. Si può vivere, anzi si può vivere una vita migliore se si vive “come se Dio non ci fosse”. Prestate però bene attenzione altrimenti non si coglie l’asse architettonico strutturante il pensare cristiano e l’insegnamento di Benedetto XVI. Non stiamo parlando di ciò che veniva chiamato “ateismo pratico”. È qualcosa di diverso.
È la non pertinenza della questione-Dio all’insonne ed inevitabile domanda e ricerca della verità ultima e quindi del senso della vita. È accaduta, sta accadendo una sorta di trauma nel pensare umano [una «automutilazione della ragione» dice il S. Padre], a causa del quale i fondamentali del vivere, cioè le esperienze fondamentali del vivere [rapporto uomo-donna; il lavoro; lo Stato e l’ordinamento giuridico; la morte] sono pensati “come se Dio non ci fosse”. La prima, più urgente questione quindi è la questione di Dio: non è la questione morale. Non dimentichiamolo mai.
A mio giudizio, la riflessione più drammatica che il S. Padre ha fatto al riguardo, [a mio giudizio il vertice finora del suo Magistero], è stata la grande meditazione davanti alla Sacra Sindone il 2 maggio. «Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera essenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre più». Tenendo conto di questo grande orientamento del Magistero pontificio, possiamo finalmente capire il vero senso della decisione della Chiesa italiana nel prossimo decennio.
Fare della scelta educativa la scelta prioritaria significa: (a) ritenere che la Chiesa debba assumersi il carico di una ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza; non una ricostruzione qualsiasi, ma in Cristo. Abbiamo già detto quali sono i fondamentali dell’humanum. (b) ritenere che questa ricostruzione debba avvenire nella forma del rapporto educativo: l’accompagnamento amante e paziente; il “sedersi a tavola coi peccatori”.
Il S. Padre ha coniato una formula assai felice: andare nel “cortile dei gentili”. La decisione dunque della Chiesa italiana è di contenuto e di metodo. Il metodo infatti o è generato dal contenuto o è mera progettazione umana anche se denominata pastorale.
2. Le ragioni della scelta
Per accordare la nostra pastorale su questa nota [priorità della scelta educativa], è necessario condividerla intimamente e non solo eseguirla fedelmente. Ma la condivisione esige che se ne conoscano le ragioni, e siano condivise: fatte proprie. Vorrei in questo secondo punto darvi un aiuto in questo senso. E lo faccio partendo dalle ultime riflessioni del numero precedente.
Ho parlato di “ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza”. È dunque ovvio che la scelta fatta dalla Chiesa italiana ha come ragione ultima la convinzione che l’humanum sia stato demolito o sia in corso di demolizione. Alcuni – soprattutto i sociologi – preferiscono dire più storicisticamente: la modernità è entrata in una crisi irreversibile; la modernità non ha mantenute le sue promesse e ora non è più in grado di farlo. Ma, per non introdurci dentro ad un dibattito tutt’altro che finito, ripetiamo la nostra formulazione: l’humanum è stato demolito, o è in demolizione progressiva. Devo subito dire che non è una descrizione morale ciò che sto cercando di fare; una descrizione cioè il cui contenuto sono i comportamenti morali. Si possono certo fare statistiche e confrontarle, ma la scelta della Chiesa non trova in questo le sue ragioni.
Di che cosa dunque sto parlando? Devo partire da alcune riflessioni antropologiche generali. Possiamo anche partire dai due primi capitoli della Genesi. Da essi risulta che l’humanum è un evento specificamente diverso, altro dall’universo in cui è collocato [«non trovò un aiuto simile a sé»]: incommensurabilmente superiore. Risulta ancora che l’humanum è bi-forme: è maschio e femmina. Ma la bi-formità è altra da quella che troviamo nelle altre speci viventi: la differenziazione è linguaggio della dimensione sponsale della persona umana; è luogo, simbolo reale del dono di sé. Risulta infine che il rapporto fra la persona umana e Dio creatore è esclusivo dell’uomo, originale: l’uomo è la sola creatura che è “ad immagine e somiglianza di Dio”; Dio rivolge a lui la sua parola prendendosi cura che l’esercizio della libertà non sia per l’uomo causa di morte.
In sintesi. I fondamentali dell’humanum sono il suo singolare rapporto con Dio; il suo essere essenzialmente superiore a tutto il creato; la sua vocazione al “dominio” della creazione mediante il lavoro; la dimensione sociale. I fondamentali sono: l’esperienza religiosa; l’essere persona; il lavoro; la società il cui archetipo è il matrimonio [prima societas in coniugio]. La demolizione dell’humanum consiste nella demolizione dei quattro fondamentali. Ora dovremmo vedere come questa demolizione sia accaduta. Il tempo non mi consente di farlo. Mi limito ad alcune considerazioni più direttamente pertinenti al nostro scopo: aiutarvi a condividere la scelta della Chiesa italiana.
La prima. Il rapporto dell’uomo con Dio è l’asse architettonico che struttura ed ordina tutti gli altri fondamentali della vita, poiché è quel rapporto che genera la consapevolezza nell’uomo della sua dignità di persona. È l’essere «coram Deo» - proprietà esclusiva della persona – che misura il valore della persona. La “morte di Dio” nel cuore dell’uomo comporta la “morte dell’uomo” come persona dotata singolarmente di una preziosità infinita. Già R. Guardini aveva richiamato l’attenzione su questo punto, fin dagli anni 1947-1948. «Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma esso diviene visibile allo sguardo e accettabile alla volontà, quando, in grazia dell’adozione a figli di Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il rapporto col Dio vivo e personale» [La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 2007, 100]. Accenno solamente alcuni aspetti di questa degradazione dell’humanum. La grandezza solenne dell’imperativo morale è ridotta a mere convenzioni prodotte dal consenso. La diversità sessuale è giudicata priva di un suo proprio significato. La fedeltà, che è il respiro dell’eternità dentro alle scelte contingenti della nostra libertà, è ritenuta la negazione della libertà. Il lavoro diventa alienazione, anziché luogo in cui ritrovare se stesso. Vorrei però attirare l’attenzione vostra un po’ più lungamente sulla società umana. È famoso il testo di Aristotele che afferma che per vivere fuori della civitas è necessario essere o un dio o una bestia selvaggia [cfr. Politica I, 2, 1253a]. Non è cioè possibile vivere umanamente se non si vive socialmente. Ma la storia dimostra che per vivere in società una vita buona, l’uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un fondamento e di un referente che lo supera. Per quale ragione? L’uomo non può ordinare le relazioni interpersonali, comandare ad un altro uomo, sanzionandone l’eventuale disobbedienza [compiti dell’ordinamento giuridico], in suo nome; deve fare riferimento a qualcosa che lo supera; a qualcosa capace di porre l’altro nella relazione sociale, come con-civis e non come hostis. Se questo Referente più alto è escluso, al massimo la convivenza sociale diventa coesistenza più o meno pacifica di individui opposti. Ogni società ha sempre una matrice religiosa o non regge: è la pax deorum di cui già i romani parlavano. Tutto questo sovvertimento dei fondamentali umani costituisce quel “nascondimento di Dio” di cui ha parlato il S. Padre a Torino, che “fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo”.
La seconda. Questa demolizione dell’humanum è stata possibile a causa di una sorta di censura che l’uomo va compiendo nei confronti di se stesso; di una sorta di auto-mutilazione della ragione. Censura ed auto-mutilazione che impediscono alla ragione di porre le domande ultime circa la vita. La questione è molto seria: ad essa è dedicato tutto l’ultimo capitolo della Caritas in veritate. Di che cosa esattamente si parla? La ragione è da intendersi esclusivamente come capacità di raggiungere correttamente ed efficacemente ciò che l’uomo si propone, senza avere alcuna competenza sulla verità e bontà dei propositi umani? In questa condizione l’uomo sa camminare, ma non sa dove andare: la vita è un cammino ma senza meta, cioè senza senso. L’uomo non è un pellegrino; è un girovago. Siamo così dentro ad una devastante separazione: un io senza verità e una verità senza io.
La terza considerazione è la conseguenza esistenziale di quanto ho detto: conseguenza che possiamo verificare soprattutto nei nostri adolescenti. La libertà è fatta coincidere colla spontaneità. Non vado oltre nelle illustrazioni della mappa della demolizione dell’humanum al quale stiamo assistendo. Mi premeva aiutarvi a riflettere sulle ragioni di una scelta che la Chiesa italiana ha fatto. La mia convinzione cioè è che se questa è la condizione dell’uomo, non si può predicare il Vangelo e celebrare i Misteri come se non avessi di fronte un uomo demolito nella sua humanitas. Il che equivale a dire: la predicazione del Vangelo e la celebrazione liturgica devono avere il profilo di una ri-edificazione dell’humanum ex integro. Cioè: avere il profilo dell’atto educativo. Non sarà facile operare un tale scelta ed imprimere alla nostra azione pastorale un tale orientamento, poiché le nostre comunità in generale sono comunità di bambini-giovani-anziani. Comunità dalle quali sono assenti gli adulti, coloro cioè che hanno la responsabilità principale del vivere dell’uomo. Come allora muoversi? Siamo giunti alla terza ed ultima parte.
3. Le conseguenze della scelta.
→ Parto da una costatazione molto semplice, ma che reputo di estrema importanza. Noi – intendo dire parroci, responsabili pastorali – siamo già nell’unica condizione che ci mette in grado di realizzare a fondo la scelta educativa: viviamo in mezzo al nostro popolo; ne condividiamo quotidianamente il destino. O si istituisce infatti un cammino in comune o l’atto educativo è condannato all’inefficacia. Questa condizione, questa presenza va oggi più che mai mantenuta.
→ Ma con la stessa forza dico che questa condivisione va vissuta nella consapevolezza di una “rappresentanza di Cristo”, che non deve mai oscurarsi. È la chiave di volta della coscienza sacerdotale. Voglio dire che mai come oggi il sacerdote deve assimilare profondamente la dottrina della fede circa il sacramento dell’Ordine. L’autocoscienza del sacerdote deve essere “riempita” totalmente di questa dottrina della fede, dalla consapevolezza cioè di essere “ministro della redenzione di Cristo”. Non diamo per scontato tutto questo. Probabilmente in questi anni trascorsi la formazione della coscienza sacerdotale è stata pensata come prevalentemente un problema morale. In realtà essa è in primis un problema dottrinale. La domanda di fondo non è: “che cosa devo fare; come devo essere”. La domanda di fondo è: “chi sono ed in vista di chi-che cosa sono ciò che sono”. La recente invocazione fatta da Susanna Tamaro ai sacerdoti di essere prima di tutto padri capaci di generare in Cristo [cfr. Corriere della Sera del 2 agosto u.s.], coglie nel segno. È la consapevolezza di una chiara e forte identità – quella definita dalla dottrina della fede – la conseguenza più importante della scelta fatta dalla Chiesa italiana, e se vogliamo operare nel senso della scelta della Chiesa italiana. Non posso ora sviluppare il pensiero che questa consapevolezza è generata ultimamente dalla celebrazione eucaristica.
→ Va seriamente ripensata la celebrazione liturgica. «Nella liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa» [J. Ratzinger]. Non ci sono altri luoghi in cui sia dato all’uomo di incontrare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. La Chiesa ha sempre educato, anzi ha generato popoli cristiani soprattutto mediante la Liturgia.
→ La predicazione del Vangelo va oggi compiuta sempre più “dentro al cortile dei gentili” [anche se la facciamo nella nostra Chiesa parrocchiale]. Che cosa significa? Dobbiamo renderci conto che l’estraneità dell’uomo occidentale, di tanti battezzati ora adulti, non è dovuta alla rinuncia alla proposta cristiana. Chi è in tale condizione non entra nel “cortile dei gentili”: è semplicemente fuori. L’estraneità è il sintomo di un senso di insignificanza per la vita provato nei confronti del cristianesimo. Estranei perché la proposta cristiana non è ritenuta significativa per le grandi domande della vita. Oggi, questa, è la condizione più diffusa. La nostra predicazione del Vangelo se vuole essere veramente un grande fattore di ricostruzione dell’humanum, muoversi cioè nella linea della scelta educativa, deve da una parte essere predicazione della parola di Dio [non di altro] e dall’altra prendere sul serio le grandi ragioni del vivere umano.
Nella nostra vita pastorale abbiamo ancora questa possibilità perché all’inizio della vita [richiesta del battesimo], al termine della vita [richiesta del funerale religioso], per il matrimonio, le persone si rivolgono ancora alla Chiesa. La nascita, la morte, l’amore umano sono tre luoghi fondamentali per dire le ragioni della nostra speranza. «L’essenza dell’uomo prende coscienza nelle situazioni limite: la nascita e la morte, l’errore e la verità, la speranza e la disperazione» [C. Fabro]. C’è anche un altro aspetto da considerare in questo contesto, a riguardo soprattutto dell’educazione dei giovani alla fede.
Essi – intendo parlare soprattutto di chi frequenta le nostre comunità – sono immersi nei dogmi dello scientismo, fra cui quello di ritenere che la proposta cristiana non ha una portata veritativa. L’impegno a mostrare la ragionevolezza della fede, l’impegno a dimostrare l’infondatezza razionale delle obiezioni, sono impegni oggi ineludibili. Si pensi che cosa significa la elevazione della teoria evoluzionistica a filosofia prima, per fare solo un esempio.
Conclusione
Ritengo l’imminente beatificazione del Card. Newman un fatto provvidenziale per la Chiesa in Occidente. Egli è oggi il grande maestro del pensare cristiano in rapporto alla condizione dell’uomo occidentale. Egli vedeva nella separazione della fede dalla ragione il vero male dell’uomo occidentale: è da questa separazione che ha avuto inizio quella demolizione dell’humanum di cui la Chiesa deve ora prendersi cura.


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