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06 December, 2010

Il Papa: se sparisce il matrimonio sparisce anche l’Europa
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Nell'udienza al nuovo ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede

ROMA, giovedì, 2 dicembre 2010 (ZENIT.org).- L'Europa non sarebbe più se stessa se il matrimonio sparisse o subisse dei mutamenti. Lo ha detto questo giovedì Benedetto XVI nel ricevere in udienza il nuovo ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede, il sig. Gábor Győriványi, che ha presentato le sue Lettere credenziali in Vaticano.
Nel suo discorso il Papa ha ricordato che “il matrimonio e la famiglia costituiscono un fondamento decisivo per un sano sviluppo della società civile, dei Paesi e dei popoli”, e che “il matrimonio come forma di ordinamento basilare del rapporto tra uomo e donna e, allo stesso tempo, come cellula fondante della comunità statale è venuta plasmandosi anche a partire dalla fede biblica”.
“In questo modo – ha continuato –, il matrimonio ha dato all’Europa il suo particolare aspetto e il suo umanesimo, anche e proprio perché si è dovuta apprendere e conseguire continuamente la caratteristica di fedeltà e di rinuncia tracciata da esso”.
Per questo, ha sottolineato, “l’Europa non sarebbe più Europa se tale cellula basilare della costruzione sociale sparisse o venisse sostanzialmente trasformata”.
A questo proposito il Pontefice ha ricordato come il matrimonio e la famiglia siano oggi minacciati da un lato dall’ “erosione dei loro valori più intimi di stabilità e indissolubilità, a causa di una crescente liberalizzazione del diritto di divorzio e dell’abitudine, sempre più diffusa, alla convivenza di uomo e donna senza la forma giuridica e la protezione del matrimonio” e dall’altro lato da “diversi generi di unione che non hanno alcun fondamento nella storia della cultura e del diritto in Europa”.
“La Chiesa – ha ricordato – non può approvare iniziative legislative che implichino una valorizzazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia”, che “contribuiscono all’indebolimento dei principi del diritto naturale e così alla relativizzazione della legislazione tutta, nonché della consapevolezza dei valori nella società”.
Nel suo indirizzo di saluto il neo ambasciatore ha ricordato che l'Ungheria assumerà la presidenza dell'Unione europea all'inizio del prossimo anno e a questo proposito ha assicurato che nel suo mandato verrà data “grande importanza alla cura dei valori culturali europei, in particolare delle radici cristiane”.
Parlando della crisi economica il sig. Gábor Győriványi ha affermato che per promuovere la ripresa, “il nuovo Governo è impegnato a introdurre un cambiamento fondamentale di mentalità: una politica economica e fiscale orientata alla famiglia, e invece che alla speculazione, a un benessere basato sul lavoro”.


01 December, 2010

Il rifiuto di ogni vita umana è il rifiuto di Cristo
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BOLOGNA, domenica, 28 novembre 2010 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, ha pronunciato sabato 27 novembre nella Chiesa di Santa Maria della Vita in concomitanza con la Veglia voluta dal Santo Padre per la vita nascente.
* * *
Cari fratelli e sorelle, non a caso per celebrare la solenne veglia per la vita abbiamo scelto questo luogo santo dedicato a S. Maria della Vita.
Acconsentendo a concepire nella nostra natura umana il Verbo, Maria accoglie la Vita a nome di tutti e a vantaggio di tutti. E’ mediante il consenso dato da essa all’angelo, che Maria si colloca alla sorgente stessa della Vita che Cristo è venuto a donare. «Generando la vita» scrive un monaco medioevale «ha come rigenerato coloro che di questa vita dovevano vivere» [Guerrico d’Igny, Disc. I nell’Assunzione di Maria, 2; PL 185, 188].
In forza di questa sua collocazione nel mistero della salvezza, Maria è posta al centro del grande scontro fra la vita e la morte, fra il potere che distrugge ed il potere che vivifica. La pagina biblica appena proclamata ci invita proprio a considerare questo scontro. Per meglio comprenderla è utile confrontarla e come leggerla assieme ad un’altra pagina della Sacra Scrittura: Ap 12,1-6.
Esiste una opposizione, un’inimicizia fra il “serpente” e la “donna” in quanto sorgente della vita. Nella pagina dell’Apocalisse il “serpente” è raffigurato come un enorme drago rosso [12,3] che raffigura Satana, potenza personale malefica, e insieme tutte le forze del male che operano nella storia umana.
E’ degno di molta attenzione il fatto che l’opposizione fra il Satana e la Vita, in maniera implicita nel testo che abbiamo letto e in maniera esplicita nell’Apocalisse, è presentata come opposizione al parto della donna: alla Vita nel suo sorgere. Alla fine il testo sacro sembra suggerire: il bambino che Maria – la donna vestita di sole – partorisce, il Figlio di Dio fattosi uomo, è anche la figura di ogni uomo, di ogni persona già concepita e non ancora nata minacciata nella sua stessa vita. Infatti “con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” [Cost. Past. Gaudium et spes, 22]. Il rifiuto di ogni vita umana è realmente il rifiuto di Cristo.
Il cantico che abbiamo or ora cantato a Cristo ci ha istruito circa l’esito finale dell’inimicizia fra il “serpente” e la “donna”: «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra, e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre». Facendo eco a questo cantico, un inno liturgico dice: «morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa» [Messale Romano, Sequenza della Domenica di Pasqua].
L’Agnello immolato domina ogni potere e gli eventi della storia, e afferma nel tempo ed oltre il tempo, il potere della vita sulla morte.
Illuminati da questa Parola e forti della speranza fondata sulla vittoria di Cristo, possiamo gettare uno sguardo, sia pure fugace, sulle potenze che Cristo definitivamente sconfigge.
La potenza che contrasta maggiormente la vita, la cultura della vita, è quella che, soprattutto mediante alcuni grandi mezzi della comunicazione, cerca di introdurre l’uomo dentro ad un mondo privo di ogni consistenza reale, iniziando col privare il linguaggio di ogni significato obiettivo. L’aborto non deve essere chiamato ciò che è, un abominevole delitto [Gaudium et spes], ma un mezzo per la salute riproduttiva. L’eutanasia non deve essere chiamata ciò che è, l’omicidio di un ammalato grave, ma una morte degna. La castità non deve essere chiamata ciò che è, una virtù, ma il segno di psicosi.
Ma anche la potenza di questi mezzi dovrà piegarsi al Signore. Della vittoria o quanto meno del depotenziamento dei signori di questo mondo è segno visibile il luogo dove ci troviamo: in esso la Chiesa ha affermato la dignità della persona inferma e povera.
E così è stato, così è ogni giorno anche nella nostra città. La corrente che, come un fiume, vuole spegnere nell’uomo la luce delle evidenze originarie, è come assorbita dalla fede che opera attraverso la carità: la carità verso ogni povero. E’ questa la forza che fa trionfare la vita sulla morte, la civiltà dell’amore sulla civiltà dell’egoismo.


23 November, 2010

Eutanasia? No, voglio la Vita eterna!
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21 novembre, Solennità di Cristo Re dell'Universo
di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 19 novembre 2010 (ZENIT.org).- “In quel tempo (dopo che ebbero crocifisso Gesù) il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quel che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,35-43).
Commentando la promessa di Gesù “oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,43), un noto biblista spiega:
“La parola ‘paradiso’ deriva da un vocabolo di origine persiana che indica un parco regale e lussureggiante. E se lo collochiamo in cielo è perché la sfera celeste è sopra di noi, purissima e invalicabile, e quindi ci sembra adatta a rappresentare il divino e l’infinito. All’opposto ‘inferno’ è una parola che indica qualcosa di ‘inferiore’, di sotterraneo, collocato appunto all’antipodo del cielo. La Bibbia presenta il destino a cui è chiamato il giusto proprio come il ‘paradiso’ per eccellenza” (G. Ravasi, in “150 Risposte. Questioni di fede”, p.110).
Dopo l’estremo colloquio con Gesù, riferito da Luca, il malfattore buono udì il Signore gridare a gran voce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”, e subito dopo lo vide spirare (Lc 23,46).
Vide anche, per tutto il tempo dell’agonia, la Madre di Gesù presso la croce. Anche il malfattore cattivo sentì e vide tutto questo.Uno riconobbe il Signore, lo difese e lo chiamò dolcemente per nome; l’altro non lo riconobbe e bestemmiò il suo nome.
Forse fu proprio Maria ad ottenere al primo la grazia di riconoscere il Figlio di Dio, affidandosi alla sua Misericordia. Non è fuori luogo, infatti, pensare che in quelle ore di martirio presso la croce, Maria abbia pregato anche per i due sventurati compagni di Gesù.
Sì, non era ancora stata composta l’Ave Maria e già veniva esaudita: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.
Per entrambi, dunque, pregò la Madre, ma uno solo si convertì.
Rivediamo, allora, momento per momento, ciò che accadde sul Golgota dopo la morte di Gesù.
A un certo punto, non saprei dire se con orrore o sollievo, sia il malfattore cattivo che quello buono vedono avvicinarsi il soldato incaricato di spezzare le gambe inchiodate. Lo vedono mettersi in posa per vibrare il colpo micidiale: non sappiamo se furono prima quelle del buono ad essere spezzate o quelle del cattivo. Per entrambi una breve attesa..poi l’urlo di dolore e subito l’asfissia che pone fine al tormento.
Uno fu accolto fra gli angeli,..e l’altro? Verrebbe da dire: scese all’inferno, poiché morì bestemmiando il nome del Salvatore.
In realtà non possiamo concludere nulla sulla sorte eterna di costui, ma l’ipotesi che si sia salvato non è ingiustificata se riflettiamo sulle seguenti parole (anche se si riferiscono ad un caso di suicidio):
“Solo Dio, ‘che conosce i cuori e i reni’, come dice la Bibbia, ossia il conscio e l’inconscio più intimo di una persona, può giudicare il segreto ultimo del suicida. Un teologo francese, Roger Troisfontaines, negli anni sessanta nel saggio ‘Je ne meurs pas’ ha pensato che Dio conceda all’uomo, giunto alla frontiera estrema della vita, la possibilità di un’ultima opzione attraverso uno sguardo sintetico e supremo della propria esistenza: ormai la persona è sul crinale tra tempo ed eterno e ha l’istantanea illuminazione che la abilita alla scelta netta e radicale tra bene e male, conversione e ostinazione, Dio e orgoglio. E’ proprio con questa speranza che anche la prassi ecclesiale è ora molto rispettosa con i suicidi” (G. Ravasi, id., p, 119-120).
Se questo è vero, come la speranza cristiana ci inclina a credere, allora “ogni azione o omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (definizione classica di eutanasia, “dolce morte”), rischia di condannare la persona ammalata all’infinita, intollerabile amarezza della morte eterna.
L’eutanasia, infatti, passiva o attiva che sia, rischia di impedire alla persona ammalata di vivere l’istante più prezioso dell’intera sua vita, quello nel quale la Misericordia divina concede all’umana libertà l’ultima possibilità di riconoscere ed adorare “l’Autore della vita” (At 3,15) e Re dell’Universo, nostro Signore Gesù Cristo.
E’ vero che anche la morte scelta ed inflitta per volontà propria non toglie la possibilità di quest’ultimo istante di ravvedimento, tuttavia la decisione di togliersi o farsi togliere la vita è in sé un atto gravemente peccaminoso capace di oscurare l’ultimo raggio di luce salvifica che giunge dal Paradiso, dal momento che si vuole impedire a Dio di essere Dio, l’Unico che ha il potere sulla vita e sulla morte.
Io credo che se il malfattore buono avesse rivolto la fiducia del suo sguardo a Gesù già morto, ugualmente egli sarebbe stato accolto in Paradiso; ma se il soldato gli avesse spezzato le gambe prima della grazia della sua conversione, gli sarebbe stata tolta la speranza e la dolcezza di sapersi perdonato dal Crocifisso.




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