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13 July, 2011

La meravigliosa parabola del grembo
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ROMA, venerdì, 8 luglio 2011 (ZENIT.org).- “Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.” (Mt 13,1-23).
“In riva al mare..tanta folla..sulla spiaggia” (Mt 13,1): ecco una fotografia che oggi Matteo sembra avere scattato in una delle tante località nostrane di vacanza “in riva al mare”, non quello di Galilea, ma..tra i nostri ombrelloni.
L’accostamento non è banale, poiché il contesto pubblico della parabola evangelica del seminatore, del seme e del terreno, per certi aspetti, non era allora molto diverso da quello di oggi: una moltitudine di folla per lo più deconcentrata, distratta e superficiale.
Certo, nel quadro di Matteo non ci sono i p.c., né le radioline, e le persone sono tutte vestite, ma, pur lontanissimi dalle mondanità menzognere dei nostri litorali, i contemporanei di Gesù sono anch’essi in una grande ignoranza, poiché non capiscono che il Signore non è il taumaturgo venuto per guarire le malattie del corpo, né il liberatore politico atteso da molti in Israele.
Con tutta probabilità, Gesù è consapevole di questo clima confuso che lo circonda mentre sale sulla barca per parlare alla gente; vale a dire che anche per Lui, la profezia che Matteo cita da Isaia (“Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete” – Mt 13,14), più che significare una punizione per la denunciata durezza dei cuori, riconosce il limite oggettivo ed incolpevole dei sensi umani quando sono posti a tu per tu col Mistero di Dio (il Signore spiega infatti ai discepoli: “perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” - Mt 13,13 - come a dire: non lo possono).
La gente guardava la figura di Gesù, ma come poteva “vedere” in Lui il Figlio del Padre? udiva chiaramente la sua voce forte e dolce, ma come poteva “comprendere” quel mistero del Regno di Dio che solo nel giorno di Pasqua si sarebbe manifestato con sfolgorante chiarezza?
“Se non fosse venuto lo Spirito, il mondo e la Chiesa non avrebbero mai capito che la vicenda di quell’ebreo di Nazaret, crocifisso, era più che una questione di provincia, storicamente priva di interesse. Essa era, anzi, davvero incomprensibile” (H.U.V.Balthasar, Tu coroni l’anno di grazia, p. 103).
Per questo, dunque, Gesù “parlava loro con parabole” (Mt 13,10): per introdurli nella comprensione del suo Mistero.
Lo spiega, magistralmente, Benedetto XVI:
“..ogni educatore, ogni maestro che vuole comunicare nuove conoscenze a chi lo ascolta si servirà sempre anche dell’esempio della parabola. Per mezzo dell’esempio egli avvicina al pensiero di coloro a cui si rivolge, una realtà che fino a quel momento si trova fuori del loro campo visivo. Vuole mostrare come, in una realtà che fa parte del loro campo di esperienza, traspaia qualcosa che prima non avevano ancora percepito. Mediante le similitudine, egli avvicina loro ciò che è lontano, di modo che, attraverso il ponte della parabola, giungano a ciò che fino a quel momento era loro sconosciuto. (La parabola) deve guidarci al mistero di Dio, a quella luce che i nostri occhi non riescono a sopportare e alla quale, di conseguenza, ci sottraiamo. Affinché essa diventi accessibile per noi, Egli mostra la trasparenza della luce divina nelle cose di questo mondo e nelle realtà della nostra vita quotidiana.(…) Attraverso la vita di tutti i giorni ci mostra chi siamo e che cosa dobbiamo fare di conseguenza. Ci trasmette una conoscenza impegnativa, che non ci porta solo e anzitutto nuove cognizioni, ma cambia la nostra vita. E’ una conoscenza che ci reca un dono: Dio è in cammino verso di te. Ma è anche una conoscenza che ci chiede qualcosa: credi e lasciati guidare dalla fede. Così la possibilità del rifiuto è molto reale: alla parabola manca la necessaria evidenza. (B. XVI, “Gesù di Nazaret”, prima parte, p. 228-9).
Veniamo allora al nostro tempo.
Il paragone del seme e del terreno da molti anni viene usato nell’insegnamento del Metodo Billings (sulla regolazione naturale della fertilità) per illustrare gli eventi della maternità, in cui il corpo della donna è il campo e il seme è quello che deriva dall’unione con l’uomo.
Prendiamo ora l’affermazione che sottolineo di Papa Benedetto (“Attraverso la vita di tutti i giorni, Dio ci mostra chi siamo e che cosa dobbiamo fare di conseguenza”) e riferiamola ai primi nove mesi della vita umana, intendendo con “tutti i giorni” l’intero arco della gravidanza, dal concepimento al parto: ebbene, quest’arco prodigioso lo possiamo definire “la meravigliosa parabola del grembo”.
Essa è evidentemente una realtà notissima, ma per coglierne il mistero che traspare non basta di per sé la conoscenza scientifica. Infatti, ai molti che vivono oggi nella presunzione cieca e sorda dell’“inesistenza” di Dio, Egli dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non comprenderete” (Mt 13,14).
E la parabola del grembo è questa: per mezzo degli eventi biologici che riguardano la vita del concepito, da quando Dio la crea in un punto-istante preciso tra le pieghe mucose della tuba uterina, al momento-luogo della sua fusione con la parete materna pochi giorni dopo, al tempo successivo dell’architettura-crescita del corpo del bambino nel grembo fino al parto (cfr il Salmo 139/138), Dio ha voluto rivelare per similitudine la verità divina della vita umana, quale progetto eterno di felicità “in Cristo” (come il figlio nella madre), e libera predestinazione ad essere progressivamente conformati alla “sua immagine” (la crescita di mese in mese), mediante “l’adozione a figli” nella Chiesa, Madre dei credenti (Ef 1,3-5).
Nel Figlio di Maria, infatti, Dio stesso si è fatto Soggetto e Verità della meravigliosa parabola del grembo umano (Lc 1,26-38).
Il suo messaggio è tale da mostrarci e farci capire qualcosa che è impossibile vedere e comprendere con la sola ragione.
Non si tratta solamente della dignità e del valore divino di ogni vita umana, comunque concepita, ma del lieto annuncio che non esiste ciò che potrei chiamare il “fallimento della vita prima di nascere”, vale a dire l’apparente non-senso dell’esistenza di quei figli che muoiono prematuramente nel grembo, o per causa naturale, o per l’iniqua mano dell’uomo. Lo stesso vale per le innumerevoli morti umane dovute alle gelide e perverse tecniche della fecondazione artificiale.
Per il cristiano, infatti, ilfallimentonon è il male maggiore, perché in definitiva, non esiste nemmeno. Chi, infatti, ha fallito la sua vita più del Figlio di Dio Gesù Cristo, crocifisso come un malfattore sul Calvario? Eppure a quelfallimentoè legata la salvezza di tutti noi, quelfallimentoci ha restituiti alla pace di Dio Padre, alla pienezza perduta della vita.
Se accettiamo e vediamo i nostri fallimentiesistenziali nella luce della fede, come partecipazione al Mistero della Morte salvifica di Gesù, essi diventano un prolungamento del suo fallimentoignominioso, diventano suoi, e da essi, come dal grano di frumento che marcisce entro la terra, nasce, per la forza di Cristo Risorto, il molto frutto della Vita eterna.


12 July, 2011

Card. Sarah: non vogliamo solo tecnici, ma testimoni di Cristo
di -


Un congresso analizzerà l'identità cristiana delle ONG cattoliche
ROMA, venerdì, 8 luglio 2011 (ZENIT.org).- Restituire all’identità caritativa quella cristiana, cioè far capire che quella sorgente nasce da Dio, è l’obiettivo del Congresso per il volontariato cattolico che si svolgerà a Roma il 10 e l'11 novembre prossimi.
Lo ha indicato questo giovedì il Cardinale Robert Sarah, Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, in una colazione di lavoro a Roma con giornalisti di diversi mezzi stampa che hanno partecipato al corso di informazione religiosa all’Università della Santa Croce.
“Non sarei qui se non avessi visto uomini morire per me, che mi hanno dato la fede, la cultura e tante altre cose”, ha detto con emozione il Cardinale, che negli anni '80 è stato Vescovo di Conakry (Guinea) e si è salvato durante alcune persecuzioni in Africa.
Il porporato ha ricordato come in molti Paesi “la vera mancanza non è di cibo o di vestiti, ma di Dio”, e che Benedetto XVI ha indicato come questo vuoto sia “causa di sofferenza nella società”.
Il numero totale dei volontari in Europa sono circa 140 milioni, anche se è molto difficile da precisare.
Al Congresso saranno presenti responsabili di associazioni di volontariato di ispirazione cattolica, ma sono state invitate anche autorità dell’Unione Europea come Kristalina Georgieva, incaricata per la cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari con delega al volontariato.
La due giorni sarà un passo in più di un percorso iniziato qualche anno fa con l’Enciclica di Benedetto XVI Deus Caritas Est e proseguito con gli esercizi spirituali prima continentali e poi ripetuti a diversi livelli, seguiti da vari incontri con i Vescovi.
In questa prospettiva si inserisce anche la riforma di Caritas Internationalis, che ha celebrato a maggio la sua Assemblea Generale alla presenza di rappresentanti delle 165 organizzazioni membro, “con nuovi statuti che dovranno essere approvati e che stanno andando nella giusta direzione”.
“Non vogliamo soltanto dei tecnici” tra i volontari, ha sottolineato il Cardinale, ma che questi siano anche testimoni di Cristo, soprattutto se si lavora nelle missioni.
Il porporato ha tracciato una panoramica del lavoro del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, voluto da Paolo VI, che si occupa della carità del Papa e della Chiesa, della catechesi della carità nei diversi continenti ed è un referente e uno strumento di coordinamento delle associazioni di volontariato presso la Santa Sede, oltre a organizzare in prima persona azioni umanitarie d'emergenza.
Tra queste ultime c'è quella realizzata recentemente in Giappone, dove ha inviato 150.000 euro nei giorni immediatamente successivi allo tsunami. Il Cardinale ha considerato notevole la capacità di organizzazione del Giappone, dove a due mesi dal disastro si stava già iniziando a ricostruire.
Un altro intervento è ad Haiti, dove sono stati inviati dalla Chiesa cattolica nel complesso circa 300 milioni di dollari, di cui 1,2 a titolo personale di “Cor Unum”. Qui, purtroppo, ha constatato il Cardinale, esiste una notevole difficoltà di coordinare gli interventi, motivo per il quale le associazioni agiscono un po' per proprio conto.
Interpellato sulla povertà di un continente così ricco come l’Africa, se sia colpa dei dirigenti locali o degli investitori esteri, il porporato ha affermato: “Non dobbiamo negare la nostra responsabilità, ma anche quella dei potenti. Se ci sono corrotti è perché ci sono corruttori”.

19 June, 2011

Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuàn
di - + S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi


IL VOTO SULL'ACQUA NON E' STATO SOLO UN VOTO SULL'ACQUA: DEBOLEZZE E INCERTEZZE DEL MONDO CATTOLICO

+ S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo di Trieste

Presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân
In occasione del recente referendum, e specialmente a proposito dei quesiti sull’acqua, si può parlare di una mobilitazione del mondo cattolico in quanto tale e dell’espressione di una posizione, se non comune, certamente maggioritaria e globale. Era da tempo che questo non avveniva. Forse nemmeno ai tempi dei referendum contro divorzio e aborto si era vista una militanza di questo genere. Dichiarazioni di vescovi e di uffici pastorali delle diocesi, proclami di associazioni cattoliche, volantinaggi davanti alle chiese, manifesti con l’invito ad andare a votare posti sotto gli altari, militanza attiva di ordini religiosi, compatta presa di posizione delle riviste cattoliche, specialmente quelle missionarie, catene di messaggi in rete, indicazioni molto precise per gli studenti delle scuole cattoliche. Davanti al test referendario sembra che il mondo cattolico abbia ritrovato l’unità perduta. Ci sono state certamente voci dissonanti, anche importanti e autorevoli, ma non si può non vedere una diffusa tendenza di fondo a condividere alcuni schemi mentali per affrontare il problema acqua.
Il fatto è che questi schemi destano molte perplessità e l’“unità ritrovata”, che a prima vista sembra una forza – il raggiungimento del quorum non sarebbe stato possibile senza le parrocchie – evidenzia anche molti aspetti di debolezza. Sorge infatti la domanda: con queste categorie di pensiero e di azione, con la strumentazione messa in campo in questa occasione, i cattolici sono in grado di affrontare i problemi di oggi per dire qualcosa di proprio, di originale, di vero e di utile? Oppure vano a rimorchio di altri?
Solitamente, quando la Chiesa entra in questioni politiche viene accusata di integralismo. Ricordo che quando il cardinale Ruini suggerì di recarsi a votare in occasione del referendum sulla legge 40 sulla fecondazione assistita ci fu una levata di scudi contro questa “ingerenza”. Levata di scudi non solo da parte di ambienti laici, ma anche e forse soprattutto da parte di ambienti cattolici contrari alla guida del magistero nelle questioni pubbliche e favorevoli alla totale libertà di coscienza individuale in campo sociale e politico. Sul recente referendum, invece, niente di tutto questo. Non si è letto su nessun giornale “progressista” la minima accusa ai numerosi esponenti ecclesiastici che hanno invitato apertamente ad andare a votare e a votare in un certo modo. A mettere in evidenza questa contraddizione è stata anche Radio Radicale, che si è chiesta il motivo per questo opposto atteggiamento e ha affermato che forse sarebbe meglio valutare ciò che si dice e non chi lo dice.
Durante al campagna referendaria c’è stata anche un’altra forma di integralismo, legata all’ampio abuso di citazioni bibliche ed evangeliche adoperate in modo avventuroso. Si è sentito di tutto, purtroppo; è stata perfino utilizzata la richiesta di Gesù sulla croce – “ho sete!” – per sostenere l’esigenza di andare a votare. Dove sono finiti gli esperti, di solito così attenti a distinguere i piani, a rimandare alle diverse competenze, ad evitare interpretazioni letterali? Durante la campagna referendaria ci sono stati diversi convegni di esperti di questo genere, dai quali però sono usciti slogan più che attente riflessioni rispettose della complessità, anche tecnica, del problema. Un aspetto tipico di questo integralismo metodologico è stata l’enunciazione di principi astratti ed assoluti – “l’acqua bene comune”, “l’acqua diritto universale”, “l’acqua bene primario creato da Dio” - dai quali si sono dedotti impropriamente immediati comportamenti elettorali.
Questo metodo, che potremmo chiamare di “integralismo progressista” e che non aiuta a comprendere né la concretezza delle problematiche storiche né la fecondità orientativa del Vangelo, è stato purtroppo ampiamente applicato anche alla Dottrina sociale della Chiesa. Ora è stata citata una frase del Compendio ora una della Caritas in veritate, ma in modo molto discutibile e fuori del contesto. Non è stata tenuta presenta la connessione reciproca tra i principi della Dottrina sociale della Chiesa, per esempio tra quello della destinazione universale dei beni e quello della sussidiarietà. Si sono trascurati interi capitoli delle recenti encicliche. Non si è distinto tra beni pubblici, beni collettivi, beni comuni. Non si è chiarito che un bene può essere pubblico e non gestito dallo Stato. Si è confuso il problema dell’acqua in Italia con quello dell’acqua in Africa. Questi approcci approssimativi e queste incertezze di metodo devono indurci ad una seria riflessione su come viene insegnata la Dottrina sociale della Chiesa, se nella sua integralità e originalità di messaggio oppure in modo funzionale a posizioni ideologiche previe. Come è possibile che tutto lo sforzo delle istituzioni educative cattoliche, anche di alto livello, produca poi risultati così deludenti quando bisogna orientare il popolo cristiano a delle scelte pubbliche alla luce degli insegnamenti ricevuti? Queste semplificazioni e perfino distorsioni si pagheranno in futuro: se non applico il principio di sussidiarietà al tema dell’acqua, mortificando la società civile, come potrò poi far valere quello stesso principio per chiedere la libertà di educazione? Ed infatti sulla libertà di educazione non è ipotizzabile un coinvolgimento del mondo cattolico nemmeno lontanamente paragonabile a quello ottenuto sull’acqua.
Molti esponenti cattolici hanno chiamato “profetico” l’impegno a favore del referendum sull’acqua. Si tratta di una concezione piuttosto strampalata di profezia, che si ispira ad uno strumentalizzato San Francesco e ad una interpretazione riduttiva del Cantico di Frate Sole appiattito sulla problematica della gestione dell’acqua. Se il messaggio profetico francescano, o addirittura cristiano, è ridotto a questo, non ne consegue un appiattimento della nostra vita religiosa, con conseguenze negative anche di ordine spirituale? Che profetismo a buon mercato è quello che si esprime con una crocetta in cabina elettorale? Che profetismo è quello che combatte per un diritto all’acqua che nessuno nega, nemmeno quelli che a votare non ci sono andati; che distoglie lo sguardo dalle molteplici colpevoli rendite di posizione sulla distribuzione dell’acqua; che nasconde i problemi concreti sotto il manto dei richiami alle belle frasi evangeliche; che trasforma una questione opinabile, legata alle diverse situazioni concrete e oggetto di umana deliberazione, in una specie di imperativo etico? Dobbiamo porci il problema: perché una così diffusa mobilitazione per una questione pratica e oggetto di volta in volta di deliberazione, ed invece una scarsissima o addirittura inesistente mobilitazione per la vita? Non c’è un preoccupante sbilanciamento? Dedicassero le nostre riviste, comprese quelle missionarie, alla vita almeno un centesimo dell’attenzione rivolta all’acqua…
Molti cattolici saranno contenti di aver contribuito ad evitare una inesistente “privatizzazione” dell’acqua. Trasformare il quesito referendario nel dilemma “privatizzazione sì privatizzazione no” è un vero e proprio non senso. Però molti cattolici penseranno di avere “vinto” o di aver contribuito a far vincere la causa giusta. In realtà hanno fatto vincere il vento del mondo, e ad un prezzo piuttosto alto. Una minore ingenuità, a questo proposito, sarebbe stata molto utile. Può capitare che uno pensi di andare a votare per l’acqua e invece voti per il divorzio breve. Ogni appuntamento referendario ha anche una ricaduta sul quadro politico. Si vota sull’acqua ma le ripercussioni politiche aprono (o chiudono) altre porte. Può capitare che uno pensi di andare a votare per l’acqua insieme ad associazioni che promuovono i diritti umani. Poi però si accorge che quelle associazioni che promuovono i diritti umani e votano con lui per l’acqua sono anche a favore dell’aborto, lo sostengono teoricamente e lo promuovono praticamente. Il voto sull’acqua non è stato solo un voto sull’acqua. Di quel voto altri ne approfitteranno per fare cose che ai cattolici non dovrebbero andar bene.
Mi auguro che possa continuare una approfondita discussione sulle posizioni assunte dal cosiddetto mondo cattolico in occasione del recente referendum, sulle categorie di pensiero che orientano il discernimento. A mio avviso non c’è molto da festeggiare. Sono emerse infatti discrepanze, scollamenti, incertezze sugli obiettivi da raggiungere e sulla strada da percorrere.


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