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27 May, 2012

DISCORSO DEL SANTO PADRE ALL’ASSEMBLEA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
di -


Aula del Sinodo
Giovedì, 24 maggio 2012

Venerati e cari Fratelli,
…La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste. Così il potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire, svincolato da ogni norma morale. Proprio in tale contesto non manca di riemergere, a volte in maniera confusa, una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio. Questa situazione di secolarismo caratterizza soprattutto le società di antica tradizione cristiana ed erode quel tessuto culturale che, fino a un recente passato, era un riferimento unificante, capace di abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al passaggio alla vita eterna. Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto.
Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla Liturgia eucaristica e, ancora di più, al Sacramento della Penitenza. Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. Il Regno di Dio è dono che ci trascende. Come affermava il beato Giovanni Paolo II, «il regno non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio [7 dicembre 1990], 18). Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso…
In questo contesto, come possiamo corrispondere alla responsabilità che ci è stata affidata dal Signore? Come possiamo seminare con fiducia la Parola di Dio, perché ognuno possa trovare la verità di se stesso, la propria autenticità e speranza? Siamo consapevoli che non bastano nuovi metodi di annuncio evangelico o di azione pastorale a far sì che la proposta cristiana possa incontrare maggiore accoglienza e condivisione…
In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio.
Cari Fratelli, il nostro primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo. Gli uomini vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno significato all’esistenza: noi abbiamo il compito di annunciarlo, di mostrarlo, di guidare all’incontro con Lui. Ma è sempre importante ricordarci che la prima condizione per parlare di Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera e plasmati dalla sua Grazia. Sant’Agostino, dopo un cammino di affannosa, ma sincera ricerca della Verità era finalmente giunto a trovarla in Dio. Allora si rese conto di un aspetto singolare che riempì di stupore e di gioia il suo cuore: capì che lungo tutto il suo cammino era la Verità che lo stava cercando e che l’aveva trovato. Vorrei dire a ciascuno: lasciamoci trovare e afferrare da Dio, per aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità. E’ dalla relazione con Lui che nasce la nostra comunione e viene generata la comunità ecclesiale, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi per costituire l’unico Popolo di Dio.
Per questo ho voluto indire un Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre prossimo, per riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso che è la fede, per conoscere in modo più profondo le verità che sono la linfa della nostra vita, per condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, ad un rinnovato incontro con Gesù Cristo «via, vita e verità».
In mezzo a trasformazioni che interessavano ampi strati dell’umanità, il Servo di Dio Paolo VI indicava chiaramente quale compito della Chiesa quello di «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (Esort. Ap.Evangelii nuntiandi [8 dicembre 1975], 19).
Cari Confratelli, la missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino, guidarli a comprendere che compiere la sua volontà non è un limite alla libertà, ma è essere veramente liberi, realizzare il vero bene della vita. Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità, e dove entra il Vangelo – e quindi l’amicizia di Cristo – l’uomo sperimenta di essere oggetto di un amore che purifica, riscalda e rinnova, e rende capaci di amare e di servire l’uomo con amore divino.
Trovandoci nella novena di Pentecoste, vorrei concludere queste riflessioni con una preghiera allo Spirito Santo:
Spirito di Vita, che in principio aleggiavi sull’abisso,
aiuta l’umanità del nostro tempo a comprendere
che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo,
e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà
e la società tutta si edifica nella giustizia.
Spirito di Pentecoste, che fai della Chiesa un solo Corpo,
restituisci noi battezzati a un’autentica esperienza di comunione;
rendici segno vivo della presenza del Risorto nel mondo,
comunità di santi che vive nel servizio della carità.
Spirito Santo, che abiliti alla missione,
donaci di riconoscere che, anche nel nostro tempo,
tante persone sono in ricerca della verità sulla loro esistenza e sul mondo.
Rendici collaboratori della loro gioia con l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo,
chicco del frumento di Dio, che rende buono il terreno della vita e assicura l’abbondanza del raccolto.
Amen.

13 April, 2012

Pasqua: è Risorto Uno di noi
di -


di padre Angelo del Favero*
ROMA, giovedì, 5 aprile 2012 (ZENIT.org).- “Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8).
“Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole.
Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande.
Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dire ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”” (Mc 16,1-7).
Il Vangelo della Risurrezione è il nucleo centrale della missione redentrice di Gesù, “venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Un annuncio che da duemila anni risuona nel mondo intero e che il beato Giovanni Paolo II ha mirabilmente tradotto nelle “linee guida” dell’enciclica “Evangelium vitae”, dalla prima all’ultima pagina. Ecco le sue parole conclusive:
“L’Agnello immolato vive con i segni della passione nello splendore della Risurrezione. Solo Lui domina tutti gli eventi della storia: ne scioglie i “sigilli” (Ap 5,1-10) e afferma, nel tempo e oltre il tempo, il potere della vita sulla morte.” (Evangelium vitae, n. 105).
La morte è ciò che la natura umana teme di più, come l’albero teme l’uragano che lo abbatte. L’uomo, infatti, è creato persona, e la persona dice amore, apertura, comunicazione, vita di relazione.
La morte contraddice la persona umana come una barriera inesorabile e definitiva, tuttavia..“la potenza creatrice della Parola e dell’Amore è abbastanza forte da superare la barriera della morte. Diventa manifesto così che la fede nella Risurrezione di Gesù è una professione della reale esistenza di Dio, ed una professione della sua creazione. La Parola di Dio penetra veramente fino all’interno del corpo. La sua potenza non finisce ai limiti della materia. Abbraccia il tutto.” (Card. J. Ratzinger, Il cammino pasquale, cap. IV).
Per chi vive come se Dio non ci fosse, tutto finisce inesorabilmente sotto terra; ma per chi crede alla Risurrezione, tutto comincia a partire dalla tomba: come Gesù, morto e sepolto, anche noi ne saremo liberati per sempre. Gesù infatti è Uno di noi, e noi siamo uno con Lui.
E’ solo questa la certezza che permette di affrontare nella pace il passaggio oscuro del morire.
Basta contemplare con“azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5, 8) l’immagine della Sacra Sindone, perché il germe di fede nella Risurrezione venga seminato nel nostro cuore, e cominciamo così a comprendere il divino significato di ogni vita umana, da quella piccolissima iniziata nel grembo a quella adulta del fratello che ci guarda.
In qualunque momento si trovi della sua crescita, il concepito è sempre un uomo ed è sempre l’uomo. Questo va detto soprattutto quando si tratta di vittime di tragici avvenimenti. Ne voglio qui ricordare tre, diffusamente riportati e commentati dai media in questi giorni.
Il primo è quello della evitabilissima morte dei 63 profughi africani, alla deriva nel mare Mediterraneo un anno fa, raccontata ora da uno di loro sopravvissuto. Il secondo avvenimento è quello più recente (anch’esso evitabile nella fattispecie, ma di fatto ‘inevitabile’) della morte di 94 esseri umani immersi nell’azoto liquido avvenuta nell’ospedale san Filippo Neri di Roma. Il terzo è il ‘via libera’ farmaceutico di questi giorni a EllaOne, la pillola killer “dei 5 giorni dopo”, permesso che costituisce una vera e propria licenza di “far uccidere” concessa alle farmacie italiane dall’Agenzia del farmaco (Aifa). E’ questa la verità semplicemente scientifica del prodotto in questione.
Denominatore comune dei tre fatti è ultimamente la negazione della verità della Risurrezione di Cristo, rivelata dal Vangelo a tutti gli uomini.
Vale qui l’annuncio di Paolo: “Se non vi è risurrezione dai morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione e vuota anche la vostra fede. (…) Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti! Primizia di coloro che sono morti.” (1Cor 15,13s).
E’ la Risurrezione di Gesù che illumina la mente ed il cuore sull’inalienabile, incommensurabile, vero valore della vita umana, che è dono infinito ed eterno per se stesso, dato che ogni uomo concepito è creato per un fine di eterna comunione d’amore con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo.
Il fatto dell’ospedale di Roma sembrerà a molti umanamente meno drammatico di quello del Canale di Sicilia (... ma Eluana, non è stata uccisa per fame e per sete?), ma si tratta di vite umane assolutamente uguali nel valore, purtroppo accomunate anche dal disprezzo della loro incomparabile dignità.
La causa prima della strage di Roma va riconosciuta ben oltre l’incidente tecnico.
Essa sta nella pratica indegna ed iniqua della fecondazione artificiale, ormai diffusa in tutte le nazioni “civili”. Ma non può e non deve essere solo la tecnica a misurare la civiltà! Come dimostra anche EllaOne, la sola tecnica scientifica finisce per distruggere l’uomo, la famiglia, la società, l’umanità.
La fecondazione artificiale umana è segno e frutto di barbarie morale e spirituale; è una struttura diabolica di peccato che la Nuova Evangelizzazione dovrà denunciare apertamente con “azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5, 8). Infatti, “facendosi uomo, il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, cap. 22), si è unito ad ogni carne per farla risorgere in Lui.
La vita umana è una scintilla divina, eterna sin dall’inizio. La morte non spegne la scintilla, ma la nasconde ai nostri occhi come un’eclissi, interponendosi fra il Sole divino cui è tornata (Cristo risorto) e la terra in cui ha potuto accendersi nel tempo.

22 March, 2012

Un padre di famiglia è un collaboratore di Dio
di -


ROMA, lunedì, 19 marzo 2012 (ZENIT.org) – “San Giuseppe è realmente un padre e signore che protegge e accompagna nel cammino terreno coloro che lo venerano, come protesse e accompagnò Gesù che cresceva e diveniva adulto”.
Così scriveva San Josemarìa Escrivà, spiegando come questo “uomo comune, padre di famiglia, lavoratore che si è guadagnato la vita con lo sforzo delle sue mani”, aiuti a conoscere l’Umanità di Cristo, poiché fu eletto da Dio per essere suo padre sulla terra.
San Giuseppe è, quindi, un esempio per tutti i papà che oggi festeggiano il loro giorno: modello di padre ideale che insegna ad accettare questo compito come un’elezione, oltre che una missione.
E in un’epoca in cui la figura del padre è così svalutata tanto da essere ritenuta non necessaria o secondaria e dove la stessa paternità è considerata spesso un “intralcio”, c’è ancora qualcuno che ha voluto concretizzare l’insegnamento di San Giuseppe dicendo incondizionatamente sì alla volontà di Dio.
È la storia di Paolo, 57 anni, sposato da trentaquattro, padre di dieci figli, sei maschi e quattro femmine, che mantiene con un unico stipendio da libero professionista.
Non un eroe, né un santo o un fanatico, ma un uomo qualunque che sperimenta ogni giorno la provvidenza di Dio nella sua famiglia e che in questa intervista a ZENIT ha voluto raccontare la gioia di essere padre, ovvero “immagine terrena della paternità celeste”.
Paolo, dal '68 ad oggi si è assistito ad un graduale rifiuto di alcuni valori, tra cui, in modo particolare, la figura del padre, inteso come principale riferimento dell'autorità. Come vivi tu oggi questo ruolo, soprattutto essendo il padre di una famiglia così numerosa?
Paolo: La realtà mostra che le persone vengono al mondo, ordinariamente, tramite un padre ed una madre e crescono in maniera armoniosa e soddisfacente - potremmo dire integrata - quanto più queste persone, padre e madre, esercitano il loro ruolo secondo caratteristiche specifiche e soprattutto in comunione fra loro.
Non ho quindi particolari dubbi sulla validità, anzi sull’assoluta necessità di una figura paterna autorevole e riconosciuta. Il fatto che vi siano forti correnti e influenze culturali e sociali contrarie a questo indirizzo lo vedo più come uno stimolo che come un ostacolo. Il problema è piuttosto correggere in se stessi quelle fragilità e debolezze che tendono a rovinare e impedire l'esercizio della paternità…
A cosa ti riferisci?
Paolo: All'incapacità di amare insita nella natura umana, che in certi momenti ti spinge o addirittura ti obbliga a pretendere dai figli vita per te invece di donare la tua per loro.
Dare la vita a volte può voler dire anche dire dei no e sicuramente vuole dire caricarsi di tutti gli oneri materiali, morali e spirituali che il rapporto con un altro da te e dipendente da te comporta. Per rispondere più direttamente alla domanda di prima posso dire che vivo il mio ruolo di padre con timore e tremore, in costante combattimento con la mia inadeguatezza che viene tuttavia sostenuta dalla grazia del matrimonio.
Hai avuto difficoltà nell'esercitare in pieno la tua autorità di genitore?
Paolo: Le difficoltà maggiori non sono venute dall'esterno. A parte momenti particolari, non ho mai desiderato un'accettazione della mia autorità facile dettata magari dall’abitudine, dal conformismo o dalla paura.
Le difficoltà vere sono venute sempre dalla mia inclinazione a trasformare l'autorità in autoritarismo con la conseguente pretesa di obbedienza laddove questa non era causata da una vera autorevolezza.
Inoltre di fronte ai fallimenti che ci sono - un figlio che disobbedisce, o cade in gravi difficoltà, o si ribella o prende una cattiva strada, ecc. - la superbia ti spinge a rinnegare tutto e a rinchiuderti in te stesso, mentre l'umiltà di aiuta ad accettare la correzione del Signore attraverso la storia e a ricominciare ogni giorno da capo.
Avere tanti figli è sicuramente una grazia e un dono del Signore, ma spesso è anche fonte di preoccupazione o problemi, come possono essere quelli economici, del lavoro o addirittura del giudizio degli altri o delle stesse famiglie d'origine. Da questo punto di vista qual è stata la tua esperienza?
Paolo: I problemi, le preoccupazioni non sono mancati in questi anni e continuano a non mancare, insieme a gioie e soddisfazioni molto grandi. La sussistenza materiale ha sicuramente causato angustie, ma ci ha anche permesso di sperimentare la provvidenza in maniera multiforme e in certi casi entusiasmante.
Devo dire poi che la dialettica sia con le famiglie d'origine, sia con l'ambiente circostante, in certi periodi particolarmente serrata, io e mia moglie non l'abbiamo vissuta come un limite, ma come una occasione di approfondimento e di testimonianza della possibilità di una vita più ricca e più piena.
Il dato fondamentale del generare i figli è stato il riconoscimento di una potestà superiore e di un'elezione: Dio è l'autore della vita (eterna), ci ama e ci elegge come suoi collaboratori per trasmettere la vita (eterna) per la nostra felicità, di genitori e figli. Tutto ciò si realizza nel combattimento della fede e nella libertà, nostra e dei figli.
Da chi e come sei stato aiutato in tutto questo e in che modo hai visto concretamente agire il Signore nella tua vita?
Paolo: Sono stato aiutato dalla Chiesa per mezzo di un cammino di iniziazione cristiana vissuto insieme ad una comunità di fratelli.
Il Signore si è manifestato in molti modi, ma soprattutto mi ha permesso di esercitare “indegnamente” il ruolo di Catechista per adulti, regalandomi una predicazione che mi ha mosso a riconoscermi peccatore, facendomi sperimentare il perdono e la misericordia, la riconciliazione e la comunione con Dio, con i fratelli, con mia moglie e con i figli, sempre con itinerari di “morte e resurrezione, desolazione e consolazione”.
Come già accennato anche dal punto di vista materiale, il Signore ha sempre provveduto a lavoro e risorse, educandomi e portandomi alla conoscenza di me stesso per insegnarmi la misericordia e l'amore per gli altri.
Devo dire sinceramente che io ce la metto tutta per rovinare la Sua opera ma, fino ad oggi, ogni volta che mi è stato concesso di confidare in Lui non sono rimasto deluso.



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