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20 August, 2016

“È il tempo dei laici!”. Parla il prefetto del nuovo Dicastero laici, famiglia e vita
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In quest’era in cui il laicato cattolico è in primo piano va promosso il matrimonio cristiano. E la vita, a tutti i livelli e a tutte le età, va protetta. Lo afferma monsignor Kevin Farrell, vescovo di Dallas, recentemente nominato da Papa Francesco prefetto del neonato Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. In un’intervista esclusiva a ZENIT, il presule di origine irlandese confida: “È sempre stato mio desiderio promuovere i laici e aiutarli a ritagliarsi il loro adeguato spazio nella Chiesa” e si sofferma sulle proprie aspettative e su quanto porterà della sua esperienza negli Stati Uniti. Farrell spiega anche come intende promuovere il matrimonio, la famiglia e la vita e parla delle sue speranze riguardo ai frutti degli ultimi due Sinodi sulla Famiglia, tenutisi in Vaticano, per guidare il lavoro del Dicastero.
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Eccellenza, perché è stato necessario unire laici e famiglia in un unico dicastero?
Beh, questa è una domanda che andrebbe rivolta a qualcun altro… Comunque credo che si tratti di un modo di coordinare il ministero di tutto lo spirito di evangelizzazione della Chiesa riguardo a questi due o tre diversi aspetti, i quali, in fondo, hanno a che vedere con lo stesso argomento: riguardano la vita quotidiana del popolo di Dio, sia che essi siano laici, sia che siano single o sposati. È altrettanto importante, in questa fase, in questo preciso momento storico, che noi ci concentriamo notevolmente sul matrimonio e sulla famiglia. E penso che è proprio per questo che il Papa abbia scelto di convocare due sinodi sulle questioni del matrimonio e della famiglia, e di sottolineare la “gioia dell’amore” nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia. Questo documento va promosso non sono in generale tra i laici, ma, in modo specifico, tra le famiglie, ovvero il luogo dove in genere i laici trovano la loro dimensione ideale. Quindi prego Dio che saremo in grado di promuovere questa esortazione apostolica e noi ci impegneremo in tal senso.
In che modo lei accoglierà l’eredità dei due Sinodi, nel suo nuovo ruolo dicasteriale?
Ritengo che questo documento orienterà il lavoro del nuovo Dicastero per molti anni a venire. Penso che questo Dicastero continuerà il lavoro già fatto dai due Pontifici Consigli (Laici e Famiglia, ndr) ma questo avverrà con una nuova visione ed una rinnovata energia. Il mio obiettivo sarà di comprendere esattamente ciò che ognuna di queste diverse sezioni fa e, con l’aiuto dei laici di tutto il mondo, valutare cosa potrà essere svolto meglio e con più efficacia in questa era all’insegna dei mass media e delle comunicazioni sociali.
D’altronde Papa Francesco ha suggerito che oggi è arrivato il momento dei laici…
Sì, è proprio così.
Allo stesso tempo il Santo Padre ha osservato che questo aspetto ancora non è rilevante nella Chiesa. Crede che con la creazione di questo Dicastero chi desidera una maggiore presenza dei laici nella Chiesa rimarrà soddisfatto? Ci sono esperienze particolari in tal senso che lei ha avuto nella sua diocesi a Dallas che porterà in Vaticano?
Anzitutto, io credo che questo sia il tempo dei laici. Papa Francesco vuole promuovere i laici a tutti i livelli dell’amministrazione della Chiesa. Tutti gli organi consultivi, all’interno della Chiesa o della Curia, necessitano di laici in ruoli speciali. Se si leggono gli statuti del nuovo Dicastero, per la prima volta si legge che i sottosegretari di ogni dipartimento debbano essere laici; e laici devono essere presenti pure negli organismi consultivi o in quelli che si occupano di promuovere organizzazioni internazionali, movimenti, studi e via dicendo. Questo lavoro noi l’abbiamo già compiuto nella mia diocesi a Dallas. Quando arrivai lì ho raccolto tutte le schede dei laici che potevano effettivamente svolgere qualche ministero. Il mio desiderio è sempre stato di promuovere il laicato e aiutarlo a ritagliarsi uno spazio adeguato nella Chiesa.
Pensa, dunque, che con la sua nomina la Chiesa universale riceverà una spinta in questi ambiti?
Spero, innanzitutto per mezzo del ministero, di poter trascorrere del tempo nell’analizzare e comprendere esattamente cosa si fa. Poi, da lì, farò chiaramente del mio meglio, con la consulenza dei laici, per implementare tutta l’attività. Qui negli Stati Uniti, quei ministeri sono ben organizzati. E io non sono in grado, al momento, di parlarle della situazione in Italia o nel resto del mondo ma certamente è mio desiderio promuovere il matrimonio e la vita umana a tutti i livelli e a tutte le età.
Ultima domanda: trasferendosi a Roma, ritiene che si aprirà un nuovo capitolo della sua vita?
Come può ben immaginare, è stata una grande sorpresa ed anche uno shock per me, al punto che mi servirà del tempo per adeguarmi a questa novità… Sono sicuro che i fedeli a Dallas (o quantomeno molti di loro) rimarranno rattristati all’idea di perdere il loro vescovo, come avviene in qualunque diocesi, e in questo momento dovrò farci i conti. Dopodiché, si andrà avanti e si inizierà questo nuovo capitolo. Non vedo l’ora di essere a Roma, è una città che amo, ci ho vissuto circa nove anni, e attualmente ci vive mio fratello Brian, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Anche questo sarà un cambiamento, perché, da sacerdoti non ci è mai capitato di lavorare nella stessa città, né nello stesso paese. Quindi, eccoci qua…


17 July, 2016

Card. Caffarra: “Povera Europa, si fonda sul denaro e parla di tolleranza, ma rifiuta Cristo…”
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“La coincidenza ha un senso”, per questo non si può non rilevare che il card. Giacomo Biffi sia salito al cielo, un anno fa, proprio nel giorno in cui la Chiesa ricorda un grande santo come Benedetto da Norcia, Patrono d’Europa.
Coincidenza che ha evocato ieri, presso la Cattedrale di San Pietro a Bologna, il card. Carlo Caffarra, succeduto a Biffi come Arcivescovo della diocesi nel 2003. L’Arcivescovo emerito di Bologna ha pronunciato l’omelia della Messa in suffragio del card. Biffi, a un anno dalla sua scomparsa.
Dopo aver ringraziato il celebrante mons. Matteo Zuppi, attuale Arcivescovo di Bologna, per aver lasciato a lui l’onore di aiutare i fedeli “nella comprensione della Parola di Dio”, Caffarra ha presentato la figura di San Benedetto come “maestro di coloro che dedicano la vita” al servizio del Signore.
“La vita di fede – ha evidenziato Caffarra – è accoglienza e custodia di una verità che non è frutto di ricerche umane, ed ancor meno espressione dello spirito del proprio tempo”. Si tratta piuttosto di un “dono dall’alto che va semplicemente accolto; è luce che dissolve le tenebre dei nostri errori”.
Ma per accogliere questa luce, tuttavia, è opportuno avere un “occhio sano”, cioè maturare una disposizione verso Dio. A costo di apparire come anticonformisti.
A tal proposito il porporato ha detto che “ricercare la vera sapienza della vita, la scienza di Dio, è possibile solo se non ci lasciamo imprigionare dentro le opinioni delle maggioranze, dentro le opinioni correnti”.
Ricerca, quella della scienza di Dio, che ha contraddistinto l’itinerario di vita di San Benedetto, che è giunto a vedere il mondo intero, l’intera vicenda umana, sub uno solis radio, alla luce di un solo raggio del sole, che è Cristo.
E questo “vedere cogli occhi della fede il mondo intero” è l’eredità – ha commentato Caffarra – che il card. Biffi lascia alla diocesi di Bologna e alla Chiesa tutta. Secondo l’Arcivescovo emerito, egli “ci ha donato la chiave interpretativa di tutto”, che è “il mistero di Cristo Crocefisso e Risorto”, “principio, senso ultimo e fine di ogni realtà”.
Saper “far tesoro di questa stupenda eredità”, ha aggiunto Caffarra, ci immunizza da due “gravi malattie”: lo “strabismo” nel guardare il mondo con “altri criteri di lettura della realtà umana” e la “dislessia” nel vedere qualcos’altro accanto a Cristo, come se Lui da solo “non bastasse a risolvere positivamente l’oscuro enigma della nostra vita”.
Ma guardare il mondo alla luce del raggio di sole che è Cristo rappresenta un monito che il card. Biffi rivolse anche all’Europa, il cui destino è sempre stato nel suo cuore. Il Cardinale ricordava che i popoli europei erano “più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità”.
Di qui il suo appello affinché avvenisse un “efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede” per far “ridiventare” l’Europa cristiana.
Quella Europa di cui San Benedetto è Patrono continua oggi – rileva il card. Caffarra – ad essere “povera di verità”. Un’Europa che “credeva di costruire la sua unità sul denaro”, tuttavia “non c’è cosa che divida di più del denaro gli animi umani”. E un’Europa che “crede di costruire la sua unità su valori puramente formali, come per esempio la tolleranza, e non vede che sta costruendosi sul niente”.


16 March, 2016

Cantalamessa Il matrimonio è l’immagine di Dio
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L’autentica natura biblica e cristiana del matrimonio, analizzata alla luce della costituzione pastorale Gaudium et spes, approvata l’ultimo giorno del Concilio Vaticano II, e degli attacchi che questo istituto e sacramento subisce nel mondo contemporaneo. Questo il tema della quarta predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia.
La meditazione del frate cappuccino parte dai due racconti sulla creazione dell’uomo e della donna contenuti nel libro della Genesi e risalenti a due tradizioni diverse: quella jahvista, risalente al X secolo a.C., e quella sacerdotale del VI secolo a.C. “Nella tradizione sacerdotale (Gen 1,26-28) l’uomo e la donna sono creati simultaneamente – sottolinea Padre Cantalamessa – non uno dall’altro; si pone in rapporto l’essere maschio e femmina con l’essere a immagine di Dio”. Nella tradizione jahwista (Gen 2,18-25) invece, “la donna è tratta dall’uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla solitudine e, più che il fattore procreativo, “si accentua il fattore unitivo” e ognuno “è libero di fronte alla propria sessualità e a quella dell’altro”.
Secondo il Predicatore della Casa Pontificia “aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’altro che è il prossimo, fino all’Altro con la lettera maiuscola che è Dio”. Il matrimonio quindi “nasce nel segno dell’umiltà, è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura”. Ne consegue che “innamorarsi di una donna o di un uomo è fare il più radicale atto di umiltà”. La situazione, nel racconto biblico, cambia con il peccato originale. “Il predomino dell’uomo sulla donna – secondo il frate cappuccino – fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio”.
La conseguenza principale è “il distacco dall’ideale iniziale del matrimonio”. L’idea dominante nell’Antico Testamento è quella di “una struttura d’autorità di tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione del clan” in cui la donna “appare sempre più subordinata all’uomo e in funzione dell’uomo”. Il progetto originario di Dio rimane invece vivo nelle parole dei profeti Isaia, Osea e Geremia e nel Cantico dei cantici, dove l’unione fra uomo e donna è il “simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo” ed esalta “i valori dell’amore mutuo, della fedeltà e dell’indissolubilità che caratterizzano l’atteggiamento di Dio verso Israele”.
La riaffermazione della vera natura del matrimonio è al centro di un dialogo, narrato nel Vangelo di Matteo, fra Cristo e i farisei. Gesù fa riferimento a entrambi i racconti della Genesi sulla creazione di uomo e donna e sulla natura della loro unione. Risponde inoltre con chiarezza ai farisei che ricordano come Mosè ammettesse la possibilità di ripudiare la propria moglie: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io lo dico: chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio”.
Proseguendo nella sua riflessione, Padre Cantalamessa ritiene che “ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia” ma a questa situazione difficile bisogna reagire con l’approccio della Gaudium et spes, mettendo “in luce le conquiste positive del mondo moderno” e “in secondo luogo, i problemi e i pericoli”. Il Predicatore della Casa Pontificia ritiene che il Concilio Vaticano II abbia “inaugurato un nuovo metodo che è di dialogo, non di scontro con il mondo, un metodo che non esclude l’autocritica” né la ricerca di “una istanza positiva da accogliere anche nelle contestazioni più radicali”.
Cantalamessa vede nell’Illuminismo e nel Romanticismo l’origine della critica al modello tradizionale di matrimonio e famiglia: “Con intenti diversi, questi due movimenti si sono espressi contro il matrimonio tradizionale, in quanto visto esclusivamente nei suoi fini oggettivi: la prole, la società, la Chiesa, e troppo poco in se stesso, nel suo valore soggettivo e interpersonale. Tutto si richiedeva ai futuri sposi eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di loro”. “Ma questa critica – evidenzia il cappuccino – va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa! Il Concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando, come dicevo, ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi”. La pari dignità fra donna e uomo, nel matrimonio, “è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata spesso disattesa lungo i secoli”.
Cita poi l’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI: “Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia – ha scritto Ratzinger – quasi non trova paralleli nella letteratura”. Partendo da questo, padre Cantalamessa aggiunge che “uno dei torti più grandi che facciamo a Dio è aver finito per fare di tutto ciò che riguarda l’amore e la sessualità un ambito saturo di malizia, dove Dio non deve entrare ed è di troppo”. Come se, evidenzia ulteriormente, “Satana, e non Dio, fosse il creatore dei sessi e lo specialista dell’amore”.
Il Predicatore della Casa Pontificia riconosce poi le responsabilità del pensiero cristiano nell’aver contribuito “al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio contro cui la cultura moderna occidentale si è scagliata con veemenza”. Non esita a prendere le distanze da figure illustri come Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino che hanno “finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale”.
Questo non significa ovviamente accettare “proposte folli” come “liberare la donna dalla ‘schiavitù della maternità’, provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla nascita dei figli”. “Gli antichi – ammonisce Padre Cantalamessa – avrebbero definito tutto ciò con un termine: hybris, arroganza dell’uomo nei confronti di Dio”. La speranza è che “il buon senso della gente, unito al desiderio naturale dell’altro sesso e all’istinto di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana, resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio”.
Cantalamessa ricorda poi l’importanza, per i cristiani, di riscoprire la pienezza del matrimonio “in modo da riproporlo al mondo con i fatti più che con le parole”. La predicazione di Cristo ha riaffermato il vero significato della creazione della donna e dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio, “il Dio biblico che non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina”. “La somiglianza – spiega il Predicatore della Casa Pontificia – consiste in questo: Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un io e un tu. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno. Dove non c’è che un solo soggetto non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo ma non è solitario: è uno e trino. In Lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone”. “Proprio in questo – insiste il frate cappuccino – la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità”.
Ma allora, si domanda Padre Cantalamessa, “qual è la causa dell’incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale dentro e fuori del matrimonio?”. Un problema aggravato dalla ricerca di soluzioni che finiscono invece per peggiorare la situazione: “Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi”. La spiegazione di questa “devastante disfunzione” è che “l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione voluta da Dio” cioè elevare “l’estasi e fusione d’amore” fra uomo e donna fino a “una certa pregustazione dell’amore infinito”.
Il Predicatore della Casa Pontificia chiude la sua meditazione con una riflessione sull’aiuto che i membri del clero possono fornire alle coppie sposate per vivere al meglio l’autentica natura del matrimonio: “Consacrati e sposati possono edificarsi a vicenda. Gli sposati sono richiamati, dai consacrati, al primato di Dio e di ciò che non passa; sono introdotti all’amore per la parola di Dio che essi possono meglio approfondire”. “Ma anche i consacrati – conclude Cantalamessa – imparano qualcosa dagli sposati. Imparano la generosità, la dimenticanza di sé, il servizio alla vita e, spesso, una certa umanità che viene dal duro contatto con le realtà dell’esistenza”. Ne è un esempio ciò che buoni genitori fanno per i loro figli, “il grado di dimenticanza di sé a cui sono capaci di giungere per provvedere alla loro salute, ai loro studi e alla loro felicità, deve essere la misura di ciò che dovremmo fare noi per i figli o i fratelli spirituali”.


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