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29 July, 2012

Gli sposi cristiani siano il volto sorridente e dolce della Chiesa
di - bertone.jpg


CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 luglio 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha inviato a nome del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti all’XI Incontro Internazionale delle Equipes Notre Dame che ha luogo a Brasilia (Brasile) dal 21 al 26 luglio 2012 sul tema: Osare il Vangelo.
***
Eminenza Reverendissima,
il Santo Padre, informato dell’evento dell’XI Incontro Internazionale delle Equipes Notre Dame a Brasilia, mi ha incaricato di trasmettere, con questo messaggio, il suo paterno saluto ai partecipanti e a tutte le coppie del Movimento, che è nato della lungimirante intuizione pastorale del Servo di Dio Henri Caffarel, sacerdote, e la cui missione non ha visto diminuire, con il passare del tempo, la sua attualità e la sua urgenza. Anzi, questa è in certo modo aumentata alla luce dei problemi e delle difficoltà che il matrimonio e la famiglia sperimentano oggi, circondati da un clima di crescente secolarizzazione.
In questo contesto, le coppie delle Equipes Notre Dame proclamano, non solo a parole, ma soprattutto con la loro vita, le verità fondamentali sull’amore umano ed il suo significato più profondo: “Un uomo ed una donna che si amano, il sorriso di bimbo, la pace di un focolare: ecco un discorso senza parole, ma straordinariamente persuasivo, nel quale ogni uomo può già presentire, come per trasparenza, il riflesso di un altro amore e il suo appello infinito” (Paolo VI, Alle coppie delle Equipes Notre Dame, 4 maggio 1970)
Certamente questo ideale può sembrare troppo alto. È per questo che il movimento incoraggia i suoi membri ad attingere costantemente alle sorgenti della grazia del sacramento del matrimonio e della partecipazione all’eucarestia domenicale; al di là delle risorse della grazia dei sacramenti, esso propone loro con grande saggezza un “metodo” ricco di impegni e suggerimenti semplici e concreti per vivere nel quotidiano una spiritualità incarnata di sposi cristiani. Tra questi, possiamo sottolineare “il dovere di sedersi”, cioè un impegno a mantenere periodicamente un tempo di dialogo personale tra i coniugi, durante il quale ciascuno presenta all’altro, con totale sincerità ed in un clima di ascolto reciproco, i problemi e le situazioni più importanti nella vita di coppia. Nel nostro mondo, così segnato dall’individualismo, dall’attivismo, dalla fretta e dalla distrazione, il dialogo sincero e costante tra gli sposi è essenziale per evitare che nascano, crescano e si sedimentino le incomprensioni che, sfortunatamente, spesso finiscono in rotture insanabili, che nessuno più aiuta a ricomporre. Dunque, coltivate questa preziosa abitudine di sedere uno accanto all’altra per parlare e ascoltarvi, per comprendervi l’un l’altro, costantemente, di fronte alle sorprese e alle difficoltà di un lungo cammino.
Fra tre mesi, celebreremo il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, che in molti suoi documenti ha offerto alla Chiesa del nostro tempo un volto rinnovato del valore dell’amore umano, della vita coniugale e familiare; in questa occasione si aprirà l’Anno della Fede, per ritrovare tutta la vivacità e la gioia dell’annuncio della fede nel nostro mondo e nel nostro tempo. Sua Santità Benedetto XVI invita gli sposi cristiani ad essere “il volto sorridente e dolce della Chiesa”, i migliori e più convincenti messaggeri della bellezza dell’amore sostenuto e nutrito dalla fede, dono di Dio offerto con larghezza e generosità a tutti, affinché ogni giorno possano scoprire il senso della loro vita.
Come segno di gratitudine ecclesiale, di incoraggiamento per le nuove sfide che incontriamo, e come garanzia di grazia e luce dell’Altissimo per i lavori dell’XI Incontro Internazionale delle Equipes Notre Dame, il Santo Padre concede a tutti i partecipanti e alle loro famiglie la sua implorata benedizione apostolica.
Approfitto di questa occasione per testimoniare a vostra Eminenza Reverendissima i sentimenti della mia fraterna stima in Cristo Signore.

Tarcisio Card. Bertone
Segretario di Stato di Sua Santità

22 July, 2012

Il valore delle famiglie numerose
di - Piero Gheddo


L’”Incontro mondiale delle Famiglie” a Milano (30 maggio-3 giugno 1012) ha riportato alla ribalta dell’attualità il ruolo fondamentale che giocano le famiglie nella società italiana. Per pochi giorni però, oggi sui media nazionali (giornali e televisioni) della famiglia non si parla più, esclusi naturalmente quelli cattolici, per i quali la famiglia è sempre di attualità. E’ strano questo fatto. Tutti riconoscono che la crisi economica in cui è precipitata l’Italia (e l’Europa comunitaria) è in buona parte dovuta al crollo demografico dei nostri paesi, noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità l’anno. Mancando i giovani, la nostra è una società di anziani, di vecchi, di pensionati, che non può crescere perchè in ogni settore della vita nazionale prevalgono la conservazione e il pessimismo. Non ci vuole un genio per capire che senza figli il futuro di un popolo volge al peggio.

Eppure, si parla solo e sempre di finanze, Borse, Spread, Bot, mai o quasi mai di problemi della famiglia, matrimoni, divorzi, separazioni, aborti. Nei giornali si trovano più notizie sui “matrimoni gay”, che non delle “famiglie con molti figli” che riescono a tirare avanti con la solidarietà popolare anche in questa disastrosa situazione in cui tutti ci troviamo. Si veda il Sito: www.famiglienumerose.org

Ecco un volumetto contro corrente: Lorenzo Bertocchi, “Dio e Famiglia”, Fede e Cultura, Verona 2012, pagg. 126. Poche pagine ma incisive, a partire dalla Prefazione di mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, dove si legge: “Nella società di oggi non c’è più posto per la Famiglia, come non c’è più posto per la Chiesa. Perché?… La famiglia rende presente un mondo che la mentalità di oggi non riesce più a sopportare. Nel mondo d’oggi domina la cultura della morte… che vuol dire cultura di una vita senza senso, dove l’uomo non ha ragioni per vivere, non è aiutato a scoprire la sua dignità… Perché la famiglia e la Chiesa mettono in crisi la società? Perché la nostra è una società di individui, ciascuno dei quali ha la convinzione di essere il centro del cosmo e della storia… La sua identità si realizza quanto più possiede. E tanto più possiede quanto più realizza il grande istinto che sostiene l’individuo in questa situazione sociale: l’istinto al suo benessere”.

Nelle due parti del libro, Lorenzo Bertocchi (classe 1973, sposato e padre di famiglia) dimostra quanto mons. Negri afferma nella Prefazione.

Nella prima, “Analisi di una dissoluzione”, esamina come la famiglia tradizionale italiana sia giunta, per vari gradi , ad essere quasi un corpo estraneo nella società d’oggi. L’epicentro di questa lotta culturale e legislativa contro la famiglia, è la “rivoluzione sessuale” del Sessantotto e cita gli autori (erano i “profeti” di allora) i quali sostenevano che “la famiglia è quel sistema repressivo che più di ogni altro costringe la libertà sessuale della persona”; e ancora, “attraverso l’assoluta, illimitata libertà sessuale, l’uomo si libererà dalle nevrosi e diventerà pienamente capace di lavoro e di iniziativa”. E’ successo esattamente il contrario, ma nessuno oggi chiede scusa per i danni che ha causato alla società italiana.

Nella seconda parte, “In casa di amici”, Bertocchi prende in esame le sei coppie di coniugi che la Chiesa considera esemplari per come nasce e si sviluppa una famiglia cristiana. Le due coppie di Beati, i coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi (beatificati nel 2001), Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux (beatificati nel 2008); e i Servi di Dio Sergio e Domenica Bernardini, Settimio e Licia Manelli, Rosetta e Giovanni Gheddo, Ulisse e Lelia Amendolagine.

Queste sono, nei duemila anni di storia della Chiesa, le prime sei coppie in cammino verso la santità riconosciuta. L’Autore racconta brevemente gli aspetti fondamentali della loro vita: l’incontro e il fidanzamento, il matrimonio e il comune programma di vita, la preghiera in famiglia e la santificazione della festa, il lavoro e i figli: come si accolgono e come si educano trasmettendo la fede nella vita quotidiana. Infine, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa dei loro figli, la loro santa e serena morte. Questa carrellata su come le sei coppie di coniugi hanno vissuto i momenti importanti nella vita di ogni matrimonio dimostra come la famiglia cristiana, che vive fedelmente il Vangelo, è portatrice di unità, di pace, di speranza, di gioia, di impegno nel lavoro e nella società. Nulla è così profondamente umano come la morale evangelica.

02 July, 2012

Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla
di -


La straordinaria storia della giovane morta a 28 anni per aver rimandato le cure del tumore per portare a termine la gravidanza.
di Salvatore Cernuzio
ROMA, sabato, 16 giugno 2012 (ZENIT.org) – A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Sé e lo porta nella Sua casa. È successo proprio questo oggi, nella chiesa di Santa Francesca Romana, nella zona Ardeatina della Capitale, dove si è celebrato il funerale, anzi la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore.
Una cerimonia tutt’altro che funebre: una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.
È una storia straordinaria quella di Chiara, che in questi giorni sta girando in tutti i canali della rete, tanto che il video su Youtube - Testimonianza di Enrico e Chiara - ha registrato più di 500 visualizzazioni in un solo giorno.
Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.
Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.
Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.
Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.
I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».
Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.
Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.
Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.
La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.
Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.
Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi: un carcinoma.
Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.
Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.
Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.
Come, però, si legge nella medesima lettura - scelta non a caso nella cerimonia funebre - una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.
“Una seconda Gianna Beretta Molla” l’ha definita il cardinale vicario, Agostino Vallini, che ha voluto omaggiare con la sua presenza Chiara, che aveva conosciuto qualche mese fa insieme a Enrico.
“La vita è come un ricamo di cui noi vediamo il rovescio, la parte disordinata e piena di fili – ha detto il porporato – di tanto in tanto, però la fede ci permette di vedere un lembo della parte dritta”. È il caso di Chiara secondo il cardinale: “una grande lezione di vita, una luce, frutto di un meraviglioso disegno divino che ci sfugge, ma che c’è”.
“Io non so cosa Dio abbia preparato per noi attraverso questa donna” ha soggiunto, “ma è sicuramente qualcosa che non possiamo perdere; perciò raccogliamo questa eredità che ci ricorda di dare il giusto valore ad ogni piccolo o grande gesto quotidiano”.
“Questa mattina stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ha detto invece nella sua omelia frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.
“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.
“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.
A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.
Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.
Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.
E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.


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