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02 July, 2012

Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla
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La straordinaria storia della giovane morta a 28 anni per aver rimandato le cure del tumore per portare a termine la gravidanza.
di Salvatore Cernuzio
ROMA, sabato, 16 giugno 2012 (ZENIT.org) – A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Sé e lo porta nella Sua casa. È successo proprio questo oggi, nella chiesa di Santa Francesca Romana, nella zona Ardeatina della Capitale, dove si è celebrato il funerale, anzi la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore.
Una cerimonia tutt’altro che funebre: una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.
È una storia straordinaria quella di Chiara, che in questi giorni sta girando in tutti i canali della rete, tanto che il video su Youtube - Testimonianza di Enrico e Chiara - ha registrato più di 500 visualizzazioni in un solo giorno.
Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.
Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.
Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.
Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.
I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».
Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.
Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.
Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.
La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.
Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.
Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi: un carcinoma.
Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.
Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.
Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.
Come, però, si legge nella medesima lettura - scelta non a caso nella cerimonia funebre - una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.
“Una seconda Gianna Beretta Molla” l’ha definita il cardinale vicario, Agostino Vallini, che ha voluto omaggiare con la sua presenza Chiara, che aveva conosciuto qualche mese fa insieme a Enrico.
“La vita è come un ricamo di cui noi vediamo il rovescio, la parte disordinata e piena di fili – ha detto il porporato – di tanto in tanto, però la fede ci permette di vedere un lembo della parte dritta”. È il caso di Chiara secondo il cardinale: “una grande lezione di vita, una luce, frutto di un meraviglioso disegno divino che ci sfugge, ma che c’è”.
“Io non so cosa Dio abbia preparato per noi attraverso questa donna” ha soggiunto, “ma è sicuramente qualcosa che non possiamo perdere; perciò raccogliamo questa eredità che ci ricorda di dare il giusto valore ad ogni piccolo o grande gesto quotidiano”.
“Questa mattina stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ha detto invece nella sua omelia frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.
“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.
“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.
A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.
Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.
Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.
E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.

22 June, 2012

Il buon esempio delle famiglie oggi: fare molti figli
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Le famiglie numerose donano una forte testimonianza di vita cristiana e rendono un servizio allo Stato. Lo dimostrano anche i dati Istat di padre Piero Gheddo

ROMA, martedì, 19 giugno 2012 (ZENIT.org) - La “Festa della Famiglia 2012” a Milano (30 maggio – 3 giugno 2012) ha lasciato non solo un generico buon ricordo, ma anche una forte impressione di rinascita della famiglia cristiana.
Mai si erano viste in giro, per le vie di Milano e alla Messa del Papa al Parco di Bresso del 3 giugno, tante famiglie con tre o più figli al seguito, mai tanti lattanti e bambini trotterellanti, tanti poppanti in carrozzina o in braccio a mamme e papà, mai tanti giovani e ragazze.
Uno spettacolo di giovinezza e di gioia. Erano famiglie da ogni parte del mondo, di molte etnie e lingue. Papa Benedetto ha augurato agli sposi cristiani: “Il vostro matrimonio sia fecondo per voi stessi, perchè desiderate e realizzate il bene vostro e dell’altro… e poi fecondo nella procreazione generosa e responsabile dei figli”.
E’ l’augurio che facciamo tutti perchè questa è la realtà che tutti o quasi riconoscono (anche se quasi non se ne parla): la crisi di cui soffre l’Italia non è anzitutto politica o economica, ma crisi della famiglia.
Quando ci allontaniamo da Cristo e dalla morale cristiana e non ci fidiamo più della Provvidenza, è inevitabile che la famiglia e la società vanno in crisi. Nulla è più razionale e umano che il principio della morale cattolica: non bisogna negare o uccidere la vita dei bambini che Dio manda.
La complessiva diminuzione dei figli è il segno evidente di come negare la vita significa affossare l’economia e precipitare la società in un groviglio di contraddizioni, semplicemente perché mancano i giovani e un paese senza giovani si autosuicida.
Secondo i dati Istat del gennaio 2011, gli italiani di 65 e più anni sono il 20% degli italiani, i giovani con meno di 15 anni solo il 14%, rispetto al 18,5% del 1995! Le donne in età fertile dovrebbero avere in media 2,1 figli per equilibrare il numero delle morti, mentre in Italia siamo all’1,33% in media. Siamo una società di vecchi e di pensionati, il popolo italiano diminuisce di più di 100.000 individui all’anno.
Gli stranieri legalmente residenti in Italia, sempre all’inizio del 2011, erano 4 milioni e 563mila, tre volte più di dieci anni prima, nel 2001! Da un milione e 200mila sono aumentati a 4 milioni e 564mila. Dove c’è richiesta di mano d’opera perché mancano i giovani è logico che gli straneri poveri vengono a riempire questi vuoti. E meno male, altrimenti l’Italia si bloccherebbe in ogni senso e settore di vita.
Dopo la “Festa della Famiglia 2012”, ho letto non pochi commenti, riflessioni, testimonianze. Credo si debba dire con chiarezza alle giovani famiglie cristiane: la miglior testimonianza di fede e di vita cristiana che potete dare è di fare moli figli, tutti quelli che Dio manda al vostro amore. Non abbiate paura! Dio non vi abbandona! Temo invece che troppo spesso si parta già col progetto di un figlio o al massimo due e poi basta.
Negli anni trenta del Novecento l’Azione Cattolica proclamava questo slogan: “Fate molti figli, educateli bene e date buoni cristiani alla Chiesa e alla Patria”. Rosetta e Giovanni, i servi di Dio miei genitori, chiedevano a Dio di concedere loro 12 figli, poi la mamma è morta dopo sei anni di matrimonio con tre bambini vivi e due gemellini morti con lei. Ma anche oggi conosco non poche famiglie di gente comune che hanno quattro, cinque e più figli.
Cristiani del nostro tempo che si sono fidati della Provvidenza. I coniugi Anna e Nicola Celora di Meda (Milano), insegnanti di scuola media, si sono sposati nel 1993 e hanno avuto otto figli (l’ultimo nato nel 2007), di cui sette viventi.
I coniugi Susanna e Michele Rizza della parrocchia di Niguarda, impiegati al catasto di Milano, si sono sposati nel 1969 e hanno avuto sette figli e 21 nipoti, ma altri sono ancora in arrivo.
La signora mi dice: “Quando ho avuto i figli uno dopo l’altro, le amiche mi dicevano: “Poverina!”, nessuna diceva: “Che bello!”. Adesso tutte dicono: “Siete stati fortunati! I molti figli vi hanno mantenuti giovani. Certo abbiamo fatto una vita austera, ma i figli si educano molto meglio se sono tanti e si abituano a fare a meno di tante cose”.
Gli esempi sono tanti e dimostrano che anche nella nostra società consumistica, nella quale il cristiano, se vuole vivere da cristiano deve andare contro corrente, è possibile avere più di uno o al massimo due figli.
E’ vero che poi bisogna insistere affinchè lo stato assista le famiglie numerose, ma è chiaro che i coniugi cristiani, che si fidano della Provvidenza, i figli li producono anche nella situazione attuale e non solo sopravvivono, ma vivono meglio di altre famiglie, danno una forte testimonianza di vita cristiana e rendono un servizio all’Italia. Papa Benedetto XVI, al termine di una lunga disamina del problema scrive “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28 della “Caritas in Veritate”).


06 June, 2012

Cinque famiglie a colloquio con il Papa
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Durante la veglia a Bresso, Benedetto XVI si esprime su temi come la crisi greca e la vera natura del matrimonio

BRESSO, domenica 3 giugno 2012 (ZENIT.org) – Sono le otto e mezzo della sera all’aerodromo di Bresso, ormai affollatissimo per l’arrivo di papa Benedetto XVI. Sul palco la festa è già iniziata a metà pomeriggio, con tanta musica che aprirà la strada alle vere protagoniste dell’evento, assieme al Pontefice: le famiglie.
Mentre l’Orchestra Terraconfine esegue le note del tema Ogni vita è grande, una bambina dai tratti orientali raggiunge il palco del Papa. Con sé porta un mazzolino di fiori di campo che porta ai piedi dell’icona mariana. Dopo aver abbracciato il Santo Padre, la piccola invita i suoi familiari ad alzarsi dalla tribuna dove sono seduti e li presenta al Pontefice.
“Ciao Papa! Sono Cat Tien – esclama la bimba in un ottimo italiano – vengo dal Vietnam, ho sette anni”. E presenta la sua famiglia a Benedetto XVI: papà Dang, mamma Thao e il fratellino Bin. Poi rivolge al Santo Padre la sua domanda: “Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…”.
Benedetto XVI ha risposto, ricordando quanto durante la sua infanzia, fosse “essenziale la domenica” e quanto fossero piacevoli i momenti di tempo libero che la famiglia Ratzinger trascorreva in viaggi e “lunghe passeggiate nei boschi”.
Dal padre che “suonava la cetra” il futuro papa ha appreso la grande passione per la musica. Chiunque nella famiglia Ratzinger cantava o suonava uno strumento; in particolare il fratello, don Georg, è diventato un raffinato compositore.
“L’amore semplice – ha aggiunto Benedetto XVI – e le piccole cose era ciò che ci dava la gioia. Vedevo la bontà di Dio che si rifletteva nei miei genitori e nei miei fratelli, in un contesto di fiducia e gioia”. Il Santo Padre ha poi confidato di immaginarsi il Paradiso come qualcosa di simile alla sua gioventù e il suo futuro incontro con il Signore come un “tornare a casa”.
Di seguito il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha pronunciato le proprie parole di ringraziamento al Pontefice, la cui presenza non solo “attrae l’attenzione dei media e delle Istituzioni sulla famiglia” ma soprattutto trasmette “fiducia e coraggio”, poiché “testimonia quanto la famiglia stia a cuore alla Chiesa, anzi quanto stia a cuore a Dio stesso”.
Dopo aver dato spazio al discernimento culturale e formativo, durante il Congresso teologico-pastorale, mettendo in luce le difficoltà e le opportunità per la famiglia durante questo momento storico, è ora arrivato il momento di far parlare il cuore e l’esperienza vissuta.
Tutte le gioie, le speranze e le preoccupazioni che della famiglia sono proprie, sono state portate alla veglia di Bresso perché siano “illuminate” dalla parola del Santo Padre, “accolte e custodite nella sua preghiera”, conclude Antonelli.
È poi il turno di una giovane coppia di fidanzati. Si chiamano Serge Razafimbony e Fara Andrianobonana e vengono dal Madagascar. Si sono però conosciuti, raccontano, all’Università di Firenze, dove Serge studia ingegneria e Fara studia economia.
“Siamo fidanzati da quattro anni – spiega Serge al Papa – e non appena laureati sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione”.
È poi Fara ad esprimere la propria perplessità sui “modelli familiari che dominano l’Occidente” sebbene anche i “molti tradizionalismi della nostra Africa”, ad avviso dei due giovani malgasci, siano “superati”.
A fronte dei loro progetti nuziali Fara e Serge, pur manifestando la loro volontà di vivere un matrimoni cristianamente ispirato, esprimono al Santo Padre una fragilità tipica delle giovani coppie di oggi: “C’è una parola che più di ogni altra ci attrae e, allo stesso tempo, ci spaventa: per sempre”.
Benedetto XVI ha risposto, prendendo atto che, a differenza che in passato, in epoca moderna il matrimonio ha sempre più coinciso con l’innamoramento, tuttavia “nel rito del matrimonio la Chiesa non ti domanda: sei innamorato?”. Il matrimonio, dunque, non richiede solo sentimento ma “discernimento della ragione e della volontà” per poter dire davanti alla persona che si ama: “Sì, questa è la mia vita”.
Citando il miracolo di Gesù alle nozze di Cana (Gv 2,1-11), Benedetto XVI ha parlato di un “primo vino, bellissimo”, quello dell’innamoramento, e di un “secondo vino che deve crescere, maturare fermentare”: è “l’amore definitivo” ancora “più bello e migliore del primo”.
“Kalispera!” (buonasera) è il saluto dei coniugi ateniesi Nikos e Pania Paleologos, giunti all’Incontro Mondiale delle Famiglie, in compagnia dei due figli Pavlos e Lydia. Anche questa famiglia sta patendo il terribile collasso economico greco. Titolari di una piccola società informatica, i coniugi Paleologos provano un forte senso di colpa per gli stipendi troppo bassi dei dipendenti e una grande pena per gli altrettanto irrisori utili.
“La nostra situazione è una tra le tante, fra milioni di altre – spiega Nikos – In città la gente gira a testa bassa; nessuno si fida più di nessuno, manca la speranza”. E Lydia, confessando di fare fatica a pensare ad un futuro per i propri figli, domanda al Santo Padre: “Cosa può dire a tutta questa gente, a tutte queste persone e famiglie senza più prospettive?”.
La testimonianza dei coniugi ateniesi “ha colpito il mio cuore”, ha risposto il Papa, aggiungendo che di fronte a crisi come quella greca, nella politica “dovrebbe crescere il senso di responsabilità” e che è giusto che i partiti “non promettano cose che non possono realizzare”.
Quando arrivano tempi difficili per l’economia e per tutta la società, ognuno deve fare “il possibile, pensando a sé, agli altri con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare avanti”. Il Santo Padre ha poi sollecitato lo sviluppo di una rete di “gemellaggi” e solidarietà a livello europeo, in cui le famiglie si possano sostenere e “aiutare reciprocamente in senso concreto”.
Di natura diversa ma non meno importanti sono i disagi vissuti da Jay e Anna Rerrie, newyorkesi, rispettivamente contabile e insegnante di sostegno, papà e mamma di ben sei bambini dai 2 ai 12 anni. Al Papa domandano come sia possibile conciliare i pressanti ritmi lavorativi, imposti dallo stile di vita americano, con una famiglia così numerosa.
Il lavoro e la famiglia, ha commentato il Papa, sono “due priorità”, che vanno “riconciliate”. A tal proposito ha lanciato un appello ai datori di lavoro perché concedano “un po’ di libertà” ai padri e alle madri di famiglia anche per “il bene dell’impresa” e per rafforzare “l’amore per il lavoro”.
Il Santo Padre ha quindi esortato i presenti a portare ogni giorno in famiglia “qualche elemento di gioia, di attenzione, di rinuncia alle proprie volontà”, per superare “le notti e le oscurità” a cui inevitabilmente si va incontro.
A chiudere il giro di testimonianze è una coppia brasiliana, Manoel Angelo e Maria Marta Araujo. La loro domanda non è inerente tanto la loro vita personale, quanto i fallimenti matrimoniali che Manoel Angelo, psicoterapeuta di coppia, riscontra nella sua attività professionale.
I coniugi Araujo si interrogano in particolare sulla difficoltà di molte coppie di perdonarsi reciprocamente e l’esclusione dalla vita sacramentale che amareggia molti coniugi alle seconde nozze.
Il problema dei divorzi è “una delle grandi sofferenze della chiesa di oggi”, ha risposto Benedetto XVI. In ogni parrocchia o comunità dove vi siano persone separate o divorziate, queste ultime devono “sentire che sono amate e che sono accettate”. Esse sono “pienamente nella Chiesa”, sebbene non possano ricevere la Confessione, l’assoluzione e l’Eucaristia.
La presenza e la vicinanza di un sacerdote è fondamentale anche per i divorziati e risposati i quali, anche senza la ricezione “corporale” del Sacramento, possono “essere spiritualmente uniti a Cristo e al suo corpo”.
Un ultimo saluto, il Papa lo ha rivolto alla famiglia Govoni, duramente colpita dal terremoto in Emilia, presente a Milano in rappresentanza di tutte le famiglie coinvolte nel sisma, alle quali il Papa ha assicurato la preghiera e l’aiuto morale e materiale.


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