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06 June, 2012

Cinque famiglie a colloquio con il Papa
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Durante la veglia a Bresso, Benedetto XVI si esprime su temi come la crisi greca e la vera natura del matrimonio

BRESSO, domenica 3 giugno 2012 (ZENIT.org) – Sono le otto e mezzo della sera all’aerodromo di Bresso, ormai affollatissimo per l’arrivo di papa Benedetto XVI. Sul palco la festa è già iniziata a metà pomeriggio, con tanta musica che aprirà la strada alle vere protagoniste dell’evento, assieme al Pontefice: le famiglie.
Mentre l’Orchestra Terraconfine esegue le note del tema Ogni vita è grande, una bambina dai tratti orientali raggiunge il palco del Papa. Con sé porta un mazzolino di fiori di campo che porta ai piedi dell’icona mariana. Dopo aver abbracciato il Santo Padre, la piccola invita i suoi familiari ad alzarsi dalla tribuna dove sono seduti e li presenta al Pontefice.
“Ciao Papa! Sono Cat Tien – esclama la bimba in un ottimo italiano – vengo dal Vietnam, ho sette anni”. E presenta la sua famiglia a Benedetto XVI: papà Dang, mamma Thao e il fratellino Bin. Poi rivolge al Santo Padre la sua domanda: “Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…”.
Benedetto XVI ha risposto, ricordando quanto durante la sua infanzia, fosse “essenziale la domenica” e quanto fossero piacevoli i momenti di tempo libero che la famiglia Ratzinger trascorreva in viaggi e “lunghe passeggiate nei boschi”.
Dal padre che “suonava la cetra” il futuro papa ha appreso la grande passione per la musica. Chiunque nella famiglia Ratzinger cantava o suonava uno strumento; in particolare il fratello, don Georg, è diventato un raffinato compositore.
“L’amore semplice – ha aggiunto Benedetto XVI – e le piccole cose era ciò che ci dava la gioia. Vedevo la bontà di Dio che si rifletteva nei miei genitori e nei miei fratelli, in un contesto di fiducia e gioia”. Il Santo Padre ha poi confidato di immaginarsi il Paradiso come qualcosa di simile alla sua gioventù e il suo futuro incontro con il Signore come un “tornare a casa”.
Di seguito il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha pronunciato le proprie parole di ringraziamento al Pontefice, la cui presenza non solo “attrae l’attenzione dei media e delle Istituzioni sulla famiglia” ma soprattutto trasmette “fiducia e coraggio”, poiché “testimonia quanto la famiglia stia a cuore alla Chiesa, anzi quanto stia a cuore a Dio stesso”.
Dopo aver dato spazio al discernimento culturale e formativo, durante il Congresso teologico-pastorale, mettendo in luce le difficoltà e le opportunità per la famiglia durante questo momento storico, è ora arrivato il momento di far parlare il cuore e l’esperienza vissuta.
Tutte le gioie, le speranze e le preoccupazioni che della famiglia sono proprie, sono state portate alla veglia di Bresso perché siano “illuminate” dalla parola del Santo Padre, “accolte e custodite nella sua preghiera”, conclude Antonelli.
È poi il turno di una giovane coppia di fidanzati. Si chiamano Serge Razafimbony e Fara Andrianobonana e vengono dal Madagascar. Si sono però conosciuti, raccontano, all’Università di Firenze, dove Serge studia ingegneria e Fara studia economia.
“Siamo fidanzati da quattro anni – spiega Serge al Papa – e non appena laureati sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione”.
È poi Fara ad esprimere la propria perplessità sui “modelli familiari che dominano l’Occidente” sebbene anche i “molti tradizionalismi della nostra Africa”, ad avviso dei due giovani malgasci, siano “superati”.
A fronte dei loro progetti nuziali Fara e Serge, pur manifestando la loro volontà di vivere un matrimoni cristianamente ispirato, esprimono al Santo Padre una fragilità tipica delle giovani coppie di oggi: “C’è una parola che più di ogni altra ci attrae e, allo stesso tempo, ci spaventa: per sempre”.
Benedetto XVI ha risposto, prendendo atto che, a differenza che in passato, in epoca moderna il matrimonio ha sempre più coinciso con l’innamoramento, tuttavia “nel rito del matrimonio la Chiesa non ti domanda: sei innamorato?”. Il matrimonio, dunque, non richiede solo sentimento ma “discernimento della ragione e della volontà” per poter dire davanti alla persona che si ama: “Sì, questa è la mia vita”.
Citando il miracolo di Gesù alle nozze di Cana (Gv 2,1-11), Benedetto XVI ha parlato di un “primo vino, bellissimo”, quello dell’innamoramento, e di un “secondo vino che deve crescere, maturare fermentare”: è “l’amore definitivo” ancora “più bello e migliore del primo”.
“Kalispera!” (buonasera) è il saluto dei coniugi ateniesi Nikos e Pania Paleologos, giunti all’Incontro Mondiale delle Famiglie, in compagnia dei due figli Pavlos e Lydia. Anche questa famiglia sta patendo il terribile collasso economico greco. Titolari di una piccola società informatica, i coniugi Paleologos provano un forte senso di colpa per gli stipendi troppo bassi dei dipendenti e una grande pena per gli altrettanto irrisori utili.
“La nostra situazione è una tra le tante, fra milioni di altre – spiega Nikos – In città la gente gira a testa bassa; nessuno si fida più di nessuno, manca la speranza”. E Lydia, confessando di fare fatica a pensare ad un futuro per i propri figli, domanda al Santo Padre: “Cosa può dire a tutta questa gente, a tutte queste persone e famiglie senza più prospettive?”.
La testimonianza dei coniugi ateniesi “ha colpito il mio cuore”, ha risposto il Papa, aggiungendo che di fronte a crisi come quella greca, nella politica “dovrebbe crescere il senso di responsabilità” e che è giusto che i partiti “non promettano cose che non possono realizzare”.
Quando arrivano tempi difficili per l’economia e per tutta la società, ognuno deve fare “il possibile, pensando a sé, agli altri con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare avanti”. Il Santo Padre ha poi sollecitato lo sviluppo di una rete di “gemellaggi” e solidarietà a livello europeo, in cui le famiglie si possano sostenere e “aiutare reciprocamente in senso concreto”.
Di natura diversa ma non meno importanti sono i disagi vissuti da Jay e Anna Rerrie, newyorkesi, rispettivamente contabile e insegnante di sostegno, papà e mamma di ben sei bambini dai 2 ai 12 anni. Al Papa domandano come sia possibile conciliare i pressanti ritmi lavorativi, imposti dallo stile di vita americano, con una famiglia così numerosa.
Il lavoro e la famiglia, ha commentato il Papa, sono “due priorità”, che vanno “riconciliate”. A tal proposito ha lanciato un appello ai datori di lavoro perché concedano “un po’ di libertà” ai padri e alle madri di famiglia anche per “il bene dell’impresa” e per rafforzare “l’amore per il lavoro”.
Il Santo Padre ha quindi esortato i presenti a portare ogni giorno in famiglia “qualche elemento di gioia, di attenzione, di rinuncia alle proprie volontà”, per superare “le notti e le oscurità” a cui inevitabilmente si va incontro.
A chiudere il giro di testimonianze è una coppia brasiliana, Manoel Angelo e Maria Marta Araujo. La loro domanda non è inerente tanto la loro vita personale, quanto i fallimenti matrimoniali che Manoel Angelo, psicoterapeuta di coppia, riscontra nella sua attività professionale.
I coniugi Araujo si interrogano in particolare sulla difficoltà di molte coppie di perdonarsi reciprocamente e l’esclusione dalla vita sacramentale che amareggia molti coniugi alle seconde nozze.
Il problema dei divorzi è “una delle grandi sofferenze della chiesa di oggi”, ha risposto Benedetto XVI. In ogni parrocchia o comunità dove vi siano persone separate o divorziate, queste ultime devono “sentire che sono amate e che sono accettate”. Esse sono “pienamente nella Chiesa”, sebbene non possano ricevere la Confessione, l’assoluzione e l’Eucaristia.
La presenza e la vicinanza di un sacerdote è fondamentale anche per i divorziati e risposati i quali, anche senza la ricezione “corporale” del Sacramento, possono “essere spiritualmente uniti a Cristo e al suo corpo”.
Un ultimo saluto, il Papa lo ha rivolto alla famiglia Govoni, duramente colpita dal terremoto in Emilia, presente a Milano in rappresentanza di tutte le famiglie coinvolte nel sisma, alle quali il Papa ha assicurato la preghiera e l’aiuto morale e materiale.


Santificare la Festa: la Famiglia nel Giorno del Signore
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L'intervento del cardinale Sean O'Malley al Congresso internazionale teologico pastorale di Milano

ROMA, venerdì, 1 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della relazione del cardinale arcivescovo di Boston (USA), Sean Patrick O'Malley, O.F.M., nella terza giornata dei lavori del Congresso internazionale teologico pastorale di Milano.
***
Nel periodo in cui frequentavo il seminario, il nostro Provinciale, Padre Victor, scrisse una lettera a Roma nella quale annunciava che la nostra missione in Portorico stava fiorendo e che la nostra Provincia era pronta ad assumersi una seconda missione e di volere la piu’ difficile missione del mondo. La risposta arrivo’ alla velocita’ di un fulmine: ci venne comunicato che avremmo dovuto aprire una missione nelle Terre Alte di Papua Nuova Guinea. Il Padre Guardiano, Fermin Schmidt, del Collegio dei Cappuccini di Washington, divenne il primo vescovo ed alcuni frati lo raggiunsero fra cui tre dei miei compagni di classe. Quando i nostri frati arrivarono in aereo, atterrando nel mezzo di un campo, vennero immediatamente circondati dalla curiosita’ degli indigeni – che non avevano mai visto un europeo o un aeroplano. La prima domanda rivolta loro fu se l’aeroplano era maschio o femmina. Nel caso fosse femmina se era possibile avere un uovo.
Molti anni dopo, un giovane frate, che io avevo ordinato e che lavorava in Papua Nuova Guinea, venne a visitarmi mentre trascorreva un periodo di riposo in patria. Aveva bellissime fotografie di indigeni sorridenti, con ossi nel naso, piume nei capelli e poco altro indosso. Orgogliosamente il frate annuncio’: “Questo e’ il mio consiglio parrocchiale.” Ne fui particolarmente colpito perche’ ero reduce da un incontro con uno dei miei parroci in cui mi era stato riferito che i parrocchiani non erano pronti per un consiglio parrocchiale. Sono certo che se il Padre Provinciale mandasse oggi la lettera a Roma chiedendo la missione piu’ difficile, la risposta sarebbe non Papua Nuova Guinea, ma Stati Uniti D’America.
Pensiamo alla Giornata della Gioventu’, a Colonia, dove Papa Benedetto si e` rivolto ai Vescovi tedeschi riuniti nel seminario parlando della sua terra natale, la Germania, come “terra di missione”. La stessa cosa ugualmente accade in molti paesi dell’occidente dove il secolarismo e la decristianizzazione stanno guadagnando terreno.
Dobbiamo trovare nuovi modi di annunciare il vangelo al mondo contemporaneo, proclamando nuovamente Cristo e ponendo le basi della fede. Come ha detto Papa Benedetto: “Non siamo qui solo per il ‘gregge esistente.’ Dobbiamo essere una chiesa missionaria.”
Il nostro compito e’ di trasformare “consumatori” in discepoli e maestri. Abbiamo bisogno di formare uomini e donne che diano testimonianza di fede, non di programmi di protezione dei testimoni. Come hanno scritto i vescovi americani nel documento Go Make Disciples (Andate e formate discepoli): “Ogni cattolico puo’ essere un ministro di accoglienza, riconciliazione e comprensione per coloro che hanno smesso di praticare la fede.”
Nel nuovo millennio, l’ordinaria amministrazione non e’ piu’ sufficiente. Dobbiamo diventare una squadra di missionari, passando dalla semplice amministrazione alla missione. Dobbiamo chiederci: “Cosa significa vivere in una cultura non-credente; una cultura che non e’nemmeno cosciente della propria incredulita’ perche’ ancora vive dei residui della civilta’ cristiana?” Come Hauerwas ha ben espresso: “La chiesa esiste oggi come una straniera, una colonia di avventurosi in una societa’miscredente. In quanto societa’ miscredente, la cultura occidentale e’ priva del senso del cammino, dell’avventura perche’ le manca molto piu’ che la fiducia in un orizzonte sempre piu’ ridotto all’autoconservazione e all’espressione di sé.”
Essere un fedele discepolo di Gesu’ Cristo nella Chiesa Cattolica e’ molto di piu’ che un viaggio immaginario. E’un modo di vivere insieme; la persona intera e’ coinvolta nel processo. L’educazione a questo cammino deve essere percio’esperienziale, personale, coinvolgente e vivificante. Impariamo ad essere discepoli come impariamo una lingua, cioe’ facendo parte di una comunita’ che parla quella lingua. I giovani cattolici devono essere guidati dalla fede di chi e’ intorno, coetanei o adulti cattolici che stanno facendo lo stesso cammino.
Il Terzo Comandamento
Quando ero vescovo nelle West Indies, sull’isola dove io vivevo, esisteva la piu’ antica sinagoga dell’emisfero occidentale. Era stata costruita da ebrei sefarditi in quelle che allora erano le Indie Occidentali danesi. Sono stato invitato dal rabbino a visitare la sinagoga. Era una bella costruzione, tipica delle vecchie Indie Occidentali, con il pavimento di sabbia bianca. Nell’arca c’era un antico e magnifico rotolo della Torah. Mentre camminavo nella sinagoga mi sono imbattuto in un libro di preghiere che casualmente si apri’ su un’antica e bellissima preghiera ebraica che inizia con le parole “Piu’ di quanto Israele abbia conservato il Sabato, il Sabato ha conservato Israele.” Sono rimasto stupito e mi sono detto: lo stesso e’ vero per noi della Nuova Alleanza. Piu’ di quanto noi abbiamo mantenuto l’obbligo della messa domenicale, essa ha mantenuto noi come popolo focalizzato su Dio, unito agli altri, con un senso di missione.
Ho partecipato di recente ad una cena di beneficienza, cosa che i vescovi fanno abbastanza regolarmente, e che contribuisce abbondantemente alla nostra circonferenza. In questa particolare occasione, il preside di una delle scuole superiori cattoliche locali riceveva una onorificienza. Nel suo discorso di accettazione ci disse: “Sono cresciuto in una famiglia dove andare a messa la domenica era piu’ o meno un’opzione come il respirare.” La dichiarazione trovo’ immediatamente riscontro fra i partecipanti perche’ credo che molti tra noi potessero identificarsi in quelle parole. Non si trattava di una questione di genitori autoritari o di pressione sociale, era piuttosto la convinzione di quanto importante fosse l’eucarestia domenicale per la nostra identita’ e la nostra sopravvivenza. Nella sua prima apologia rivolta all’Imperatore Antonino e al Senato di Roma, San Giustino descrive orgogliosamente la pratica cristiana dell’assemblea domenicale. Quando durante la persecuzione di Diocleziano le assemblee eucaristiche erano bandite con il massimo rigore, molti hanno trovato il coraggio di sfidare il decreto imperiale accettando di morire piuttosto che rinunciare al banchetto eucaristico. Uno di questi cristiani coraggiosi ci ha lasciato una risposta che e’ stata frequentemente citata. Fu chiesto ad Emerito, che aveva confessato che i cristiani si erano riuniti in casa sua, perche’ avesse violato il comando dell’imperatore. Egli rispose: “Sine Dominico non possumus.” In altre parole, “Non possiamo vivere senza domenica.” Perdere la messa e’ come smettere di respirare, e’ la strada sicura per l’asfissia spirituale.
Quando ero in seminario, ricordo di aver letto in un giornale un’intervista a Flannery O’Connor su cosa significasse essere cattolici nel sud degli Stati Uniti. C’erano pochi cattolici a quel tempo in quela zona, forse il tre per cento della popolazione, e c’erano molti pregiudizi contro di essi. In questa intervista Flannery O’Connor parla della sua migliore amica che era una ragazzina battista. Flannery la invitava spesso ad andare a messa con lei. Finalmente la ragazzina ebbe il permesso dalla madre di accompagnare Flannery alla messa della domenica. Flannery non vedeva l’ora che finisse la messa per poter chiedere all’amica: “Ti e’ piaciuta? ti e’ piaciuta?” Al che la ragazzina rispose: “WOW. Voi cattolici avete veramente qualcosa di speciale. La predica era cosi’ noiosa, la musica faceva schifo, il prete balbettava le preghiere in una lingua che nessuno poteva capire, e tutta quella gente era li’!” Evidentemente non erano li’per divertirsi. Sono sicuro che la maggior parte erano li’ perche’ “sine Dominico non potuerunt.” E perche’ Dio scrisse sulle tavole che diede a Mose’: “Ricordati di santificare il giorno del Signore.”
L’Eucarestia
La verita’ e’ che la Chiesa Cattolica e’ sorta intorno all’Eucarestia. Cristo ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me.” E da allora l’abbiamo fatto: celebrando l’Eucarestia, cambiando il pane e il vino nel Corpo e Sangue cosi’ che il Buon Pastore possa continuare a nutrire il suo gregge. Mi ha fatto piacere che quest’anno la Giornata per le Missioni, abbia avuto, per caso, il Vangelo del grande comandamento dell’amore. Temo che spesso, quando pensiamo alla carita’ cristiana, pensiamo solo agli affamati, alla cura dei malati e anziani, al prendersi cura dei senza casa e dei poveri. Ma se veramente amiamo il nostro vicino, allo stesso modo ci dovremmo preoccupare di tutte quelle persone che sono spiritualmente senza una casa, spiritualmente affamate, spiritualmente in carcere e spiritualmente malate. La Chiesa esiste per evangelizzare, per annunciare la Buona Novella dell’amore di Dio e il desiderio di Dio che noi lo seguiamo come parte del suo popolo. Essere discepoli non e’ mai un “volo in solitaria” ma piuttosto un’avventura da vivere insieme. E al cuore di questa avventura c’e’ il banchetto eucaristico dove il Calvario e l’Ultima Cena diventano parte delle nostre vite e della nostra storia.
Ero un giovane sacerdote quando il Kennedy Center fu inaugurato a Washington. Jackie Kennedy invito’ Leonard Bernstein a comporre una messa per l’inaugurazione. (Era una messa suonata e recitata dove il celebrante e’ il personaggio principale). Una scena in particolare fu motivo di molti commenti in quei giorni. Ad un certo punto il clima nella rappresentazione diventa molto emotivo e la crescente cacofonia dei cori interrompe l’elevazione del Corpo e del Sangue. Il celebrante, in una rabbia furiosa, scaglia il calice sul pavimento.
Questa immagine della messa di Bernstein mi venne in mente quando stavo preparando un discorso per un raduno dei nostri giovani nel North End perche’ uno dei testi che stavo usando era il racconto del Vecchio Testamento quando Mose’ sale per la seconda volta sul Monte Sinai per ricevere i Comandamenti. Stava salendo per la seconda volta perche’ quando era sceso dal monte la prima volta e aveva trovato il popolo che adorava il vitello d’oro, Mose’ aveva scagliato le Tavole al suolo e le aveva rotte. Capii che Bernstein, un ebreo, aveva inserito questa immagine nella sua messa, e il celebrante, scagliando il calice al suolo era come Mose’ che scaglia le Tavole della Legge sul luogo dove il popolo di Dio sta adorando il vitello. Quando la gente non adora Dio, comincia ad adorare il vitello d’oro; comincia a trovare falsi dei, quali il denaro, il potere, il piacere. Se noi amiamo Dio con tutta la nostra mente, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza, e’ impensabile che voltiamo le spalle al suo comandamento: “Ricordati di santificare le feste.”
In una societa’ cosi’ altamente individualistica, descritta nel libro del Prof. Putnam, Bowling Alone, dove generazione dopo generazione gli americani trascorrono sempre piu’ tempo da soli, mangiando da soli, vivendo soli, spendendo ore da soli di fronte alla televisione o al computer, in questo clima sociale, noi dobbiamo comunicare che discepolanza significa essere parte della famiglia di Gesu’, parte della comunita’. In una cultura che e’ assuefatta al divertimento, alcune chiese cristiane si sono trasformate in centri di divertimento. Nell’Eucarestia abbiamo qualcosa di ben piu’ importante del divertimento. Abbiamo l’amore portato agli estremi. Il nostro Dio ha fatto dono di se’ stesso a noi quando ci invita a lavare i piedi gli uni degli altri e a donare la nostra vita a Dio e agli altri.
Ci preme molto avere le migliori prediche e la miglior musica per la liturgia. Tutti vogliamo che la messa sia celebrata con dignita’ e bellezza. Ci preme molto che la gente capisca il significato dei riti e la ricca storia della nostra tradizione. Ma tutto questo non e’ sufficiente. Abbiamo bisogno di insegnare alla gente come pregare, allora la messa avra’ senso. Allora cominceremo a penetrare il mistero. Senza l’Eucarestia della Domenica noi perdiamo la nostra identita’.
Un metro per misurare il successo della nostra evangelizzazione e la formazione di nuove generazioni di discepoli, deve essere la fedelta’ dei nostri parrocchiani all’Eucarestia domenicale. Senza la forza che deriva dalla Parola di Dio, proclamata durante la messa, e la comunita’ derivante dall’Eucarestia e dalla testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, e’difficile immaginare come uno possa perseverare in una vita di discepolanza. La metafora della vite e dei tralci e’ molto adatta. Un tralcio tagliato dalla vite non sopravvive molto a lungo. Ed e’cosi’ nel mondo odierno dove i valori del Vangelo sono spesso respinti, dove la religione e’ trivializzata e l’essere politicamente corretti prevale persino sulla supremazia della coscienza. In una societa’ del genere solo quei cattolici che pregano e vanno a messa persevereranno nella loro vocazione quali discepoli di Gesu’ nella Chiesa Cattolica.
Nell’imminente Anno della Fede ci auguriamo che le nostre parrocchie, cosi’ come altre comunita’ quali scuole e universita’, prendano seriamente in considerazione quale sia il modo migliore per auitare coloro che si sono allontanati dall’Eucarestia domenicale.
Da giovane prete ho sempre sottolineato l’importanza del mangiare in famiglia. Guardo indietro alla mia infanzia e ricordo come ogni sera ci ritrovavamo, noi bambini, i miei genitori e mia nonna, che viveva con noi, per la cena serale. Era un momento di dare e ricevere. Ci si raccontava cose tristi e allegre successe durante il giorno, si condividevano idee e aspirazioni, ma sprattutto si condivideva l’un l’altro. La preghiera era sempre parte dell’equazione, rendere grazie prima di mangiare e spesso il rosario dopo cena. Come bambino c’erano molti posti dove avrei preferito essere: all’aperto a giocare, visitare un amico, o qualsiasi altra cosa. E come si dice, il libro piu’ corto e’ il libro delle ricette irlandesi: fai bollire tutto e servi le patate di contorno. Tuttavia, guardando indietro, capisco che quelle cene con il clan degli O’Malley e’ dove abbiamo imparato la nostra identita’ e forgiato legami per la vita. Li’ abbiamo condiviso le nostre storie e le nostre storie personali erano intessute dentro la storia che stavamo condividendo insieme.
Per la stessa ragione, la nostra celebrazione dell’Eucarestia, il sacrificio della Messa, e’, per noi cattolici, un pasto familiare. E’ li’ che noi facciamo esperienza dell’amore di Dio e impariamo la nostra identita’; chi siamo, perche’ siamo al mondo e che cosa fare della nostra vita. Non andare a messa e’ come smettere di respirare, respirare la vita del Corpo di Cristo. Nel vangelo, Gesu’ racconta la parabola dell’uomo che manda i suoi servi a chiamare gli invitati al banchetto di nozze. Non e` un compito facile; alcuni di loro vengono picchiati piuttosto rudemente. A volte dobbiamo vincere la nostra vanita’ e il rispetto umano e trovare il coraggio di dire a un amico o un conoscente: “Vuoi venire a messa con me domenica?” Credeteci o no, ci sono molte persone che aspettano solo un invito e non ti colpiscono sulla testa con un corpo contundente se li inviti. (Esempio Mark D.)
La grande verita’ e’ che l’Eucarestia e’ il centro della nostra vita in quanto cattolici. Tutti noi dobbiamo fare di piu’ nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole affinche’ la gente si senta bene accolta, invitata e sostenuta nella fede. Dobbiamo aiutare la nostra gente a scoprire il grande tesoro dell’Eucarestia domenicale. Il nostro ideale e’ di rendere l’Eucarestia domenicale il nostro Sabato, una grande scuola di carita’, giustizia e pace. Come leggiamo nell’enciclica Dies Domini: “La presenza del Risorto in mezzo ai suoi si fa progetto di solidarietà, urgenza di rinnovamento interiore, spinta a cambiare le strutture di peccato in cui i singoli, le comunità, talvolta i popoli interi sono irretiti. Lungi dall'essere evasione, la domenica cristiana è piuttosto « profezia » inscritta nel tempo, profezia che obbliga i credenti a seguire le orme di Colui che è venuto «per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore.»
Sappiamo che alcuni hanno scelto di non andare piu’ in chiesa perche’ sono stati feriti dalle azioni di qualcuno nella chiesa o per difficolta’ con l’insegnamento della Chiesa. Dal primo giorno come Arcivescovo e forse per il resto della mia vita, ho chiesto sempre perdono a tutti coloro che sono stati feriti dall’azione o dalla inerzia della gente e dai capi della chiesa. Non vogliamo che quelle esperienze diventino motivo di separazione dall’amore di Cristo e dalla nostra famiglia cattolica, o impedire ad alcuno di ricevere la grazia dei Sacramenti.
L’Eucarestia e la Famiglia
La celebrazione della messa, come la vita, ha dimensioni verticali e orizzontali. Questo affianca il grande comandamento che ci chiede di amare Dio e il nostro prossimo come noi stessi.
La vita cristiana e’ un pellegrinaggio che compiamo con i nostri fratelli e sorelle in Cristo. Gesu’ ha dato l’esempio riunendo tutti gli Apostoli all’Ultima Cena invece di cenare sigolarmente con ciascuno di loro. Dio ha previsto dall’eternita’ che saremmo stati collocati in una particolare comunita’, in questo particolare momento e che la discepolanza fosse vissuta nell’amicizia e nella fraternita’ con coloro per cui e con cui preghiamo ogni domenica a Messa. La nostra presenza uno per l’altro e’ un simbolo della solidarieta’ e unita’ con Dio e con ciascuno di noi. E’ l’espressione piu’ completa della nostra identita’ cristiana.
“Liturgia” significa “servizio da parte del/e in favore del popolo”. Il piu’ grande servizio che possiamo fare ogni domenica e’ adorare Dio e pregare per e con la nostra famiglia parrocchiale.
Padre Patrick Peyton, il grande “Prete del Rosario”, ci istruisce dicendo che “La famiglia che prega insieme, sta insieme.” Egli chiedeva di pregare il rosario in famiglia ogni giorno. Allo stesso modo, io raccomando di partecipare e pregare alla messa domenicale insieme: questo rafforzera’ la vostra famiglia e vi fara’ affrontare le molte sfide del nostro tempo che spesso la lacerano. Durante il sacramento del Battesimo, ai genitori viene ricordato che essi sono chiamati ad essere i primi e migliori maestri dei loro figli nella fede. Sapendo che la messa e’ la preghiera centrale del cattolicesimo e che essa e’ la sorgente e il vertice della vita cristiana, quando partecipiamo alla messa con loro, insegnamo ai nostra figli e nipoti una delle lezioni piu’ importanti.
La nostra fede: un patrimonio vivente per i nostri figli e nipoti
I bambini guardano sempre i loro genitori e i loro nonni. Noi formiamo i nostri giovani nel modo in cui partecipiamo alla messa. I bambini che vedono i loro genitori arrivare in chiesa prima dell’inizio della messa per pregare , vorranno imitarli. I bambini che osservano i genitori e altri adulti ricevere l’Eucarestia con reverenza, realizzeranno piu’ facilmente che l’Eucarestia e’ veramente il Corpo e Sangue di Cristo. L’esempio dei genitori e’ una parte essenziale della preparazione per ricevere la Prima Comunione. I bambini che sentono dai loro genitori quanto e perche’ essi amano la messa saranno meno portati a paragonare la messa con la televisione e considerarla “noiosa”.
Un grande tributo durante una liturgia funebre e’ quando si descrive il defunto come qualcuno che non ha mai perso la messa domenicale e aveva un grande desiderio di ricevere l’Eucarestia ed essere parte della famiglia parrocchiale. Durante la mia adolescenza, la mia e altre famiglie della parrocchia andavano insieme a confessarsi il sabato e alla messa la domenica mattina. Dopo la messa, le famiglie allargate si trovavano insieme per un grande pranzo domenicale e per un po’ di relax. La celebrazione della domenica, il Giorno del Signore, era un’eredita’ tramandata di generazione in generazione. Era il tempo per costruire la famiglia di Cristo, la Chiesa, come pure la nostra famiglia.
Oggi il ritmo della vita si e’ accelerato. La tecnologia permette al lavoro e altre responsiabilita’ di intromettersi nel tempo familiare. Sport giovanili, che un tempo si svolgevano in una preciso periodo dell’anno e non prevedevano nessuna gara di domenica, ora sono attivita’ che durano tutto l’anno, con giochi che cominciano fin dalle 7 del mattino della domenica.
Veramente molte famiglie hanno un calendario piu’ pieno, piu’ febbrile di domenica che durante i giorni della settimana perche’ la domenica e’ diventata semplicemente parte di un fine settimana. Il Beato Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua lettera pastorale sul Giorno del Signore: “La pratica del «week-end», inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, e’ spesso caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca certo di elementi positivi nella misura in cui può contribuire, nel rispetto di valori autentici, allo sviluppo umano e al progresso della vita sociale nel suo insieme. Esso risponde non solo alla necessità del riposo, ma anche all'esigenza di «far festa» che è insita nell'essere umano. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro «fine settimana», può capitare che l'uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il «cielo». Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di «far festa». Ai discepoli di Cristo è comunque chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che dev'essere una vera santificazione del giorno del Signore, col «fine settimana», inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione.”
Sant’Ignazio chiama i cristiani, gente che “vive secondo il Giorno del Signore” perche’ si riuniscono nel primo giorno della settimana, dopo il sabato ebraico, a celebrate la resurrezione di Cristo. Le loro vite sono rinnovate da questa sacra adorazione. Come Papa Benedetto dice: “La domenica non e’ solo una sospensione dalle attivita’ ordinarie, ma un tempo in cui i cristiani scoprono la forma eucaristica che la loro vita e’ chiamata ad avere.” Il modo con cui celebriamo la domenica determinera’ il modo con cui vivremo il resto della settimana ed e’ il marchio dell’identita’ cristiana di generazione in generazione.
L’Eucarestia non e’ solamente qualcosa di simbolico. Gesu’ dice: “Io sono il pane disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivra’ in eterno; ...chi mangia il mio pane a beve il mio sangue avra’la vita eterna e... abitera’ in me e io in lui.” Udendo queste parole molti discepoli abbandonarono Gesu’, ma egli non li chiamo’ indietro dicendo “stavo scherzando” o “sono delle espressioni figurative.” Invece chiede agli apostoli se anche loro vogliono andarsene. San Pietro risponde a nome di tutti i discepoli fedeli: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Le grazie e le intuizioni che Dio dona in ogni celebrazione della messa ci aiutano a vivere una vita piu’ felice, una vita piu’santa. Mentre ci prepariamo per la messa, abbiamo l’opportunita’ di pregare con confidenza che Cristo ci doni la grazia santificante. Quando arriviamo, possiamo chiedere a Dio di parlarci attraverso le letture, la musica, l’omelia e le preghiere e di mostrarci il modo con cui crescere per diventare di piu’ la persona che Dio aveva in mente quando ci ha creato. Una volta raggiunta quell’intuizione, possiamo pregare per il restante della messa chiedendo la grazia di metterla in pratica nel corso della settimana.
L’Eucarestia ci da’ la forza di affrontare le sfide della vita e di essere consapevoli dell’amore di Dio per noi. Ogni domenica e’ una “piccola Pasqua” perche’ ribadisce la resurrezione, la vittoria di Gesu’ sulla morte. Questa e’ la vittoria piu’ significativa nella storia del mondo perche’ apre la posssibilita’ della vita eterna.
Pensiamo per un momento al fatto che Dio ha amato ognuno di noi cosi’ tanto che si e’ incarnato - un essere umano – cosi’ che ha subito la morte sulla croce come sacrificio per i nostri peccati. Il nostro Dio ha fatto questo perche’ ha voluto che noi vivessimo con lui eternamente in cielo. La sua vittoria, attraverso il suo amore, e’ destinata a diventare anche la nostra vittoria.
Negli ultimi dieci anni, i tifosi di Boston hanno avuto la buona sorte di celebrare la vittoria di molti campionati. Le parate per le vittorie sono stati delle adunate incredibili. Nessun tifoso americano puo’ negare che Boston sappia come celebrare una vittoria. Non sarebbe bellissimo se si potesse dire lo stesso di noi per il modo con cui celebriamo la piu’ grande vittoria, la vittoria di Gesu’ sulla morte?
Voi siete i primi maestri della fede per i vostri figli. La vostra piu’ profonda eredita’ nella vita sara’ di aiutare i vostri figli a conoscere Dio e, con la Sua grazia, andare in paradiso. Non e’ mai troppo tardi per rendere questo una priorita’ e chiedere l’aiuto di Dio. Il vostro esempio di fedelta’ alla messa domenicale, la preghiera e la moralita’ parlano piu’ eloquentemente dell’omelia di qualsiasi sacerdote. Quando dei bambini vedono che i genitori amano la messa domenicale anche loro crescerano amandola. Troppo spesso i genitori “vanno a messa per i bambini” e i bambini vanno perche’ “il papa’ e la mamma mi portano”. Esprimete ai vostri figli il vostro amore per Gesu’; la ragione per cui partecipate alla messa domenicale come famiglia e la ragione della loro istruzione nella fede a scuola o al catechismo e’ uno dei doni piu’ importanti che potete fare loro. Vi chiedo di vivere la domenica come Il Giorno del Signore, un giorno che include la Santa Messa, l’istruzione religiosa, attivita’ ricreative, la mensa famigliare, letture spirituali e opere di carita’.
Vi raccomando di avere un ruolo atttivo nell’insegnamento della cetechesi per i vostri figli. E’ una grande occasione per manifestare la vostra fede e raccontare episodi di come i vostri genitori, membri della famiglia e amici vi hanno trasmesso la fede. Ai bambini piacciono i racconti e queste conversazioni possono essere parte della tradizione trasmessa alla prossima generazione. Introduceteli alla vita dei santi. In un tempo in cui la societa’ eleva velocemente uomini di spettacolo e campioni sportivi allo stato di “eroi”, farete un grande favore ai vostri figli condividendo con loro le storie di coloro che sono entrati nell’”eterno albo d’oro”. Rendete la preghiera parte naturale e regolare della vita famigliare. Pregate prima di andare a dormire, prima dei pasti e in situazioni difficili, per una malattia o per problemi famigliari. Chiedete ai vostri figli di pregare per voi, spiegate loro che Dio ama la preghiera dei bambini in modo speciale. L’educatore cattolico Jim Stenson, scrive che i bambini spesso hanno la percezione di non poter contribuire con grandi cose nella vita della famiglia, ma posssono imparare che le loro preghiere sono potenti davanti a Dio. Quando i vostri figli vedono che voi vivete la fede gioiosamente imparano un’importante lezione per la vita: che la preghiera e’ parte della vita adulta.
Mostrate ai vostri figli, con il vostro esempio, il bisogno della misericordia di Dio, del perdono e dell’amore nel sacramento della penitenza. L’amore di Dio supera qualsiasi peccato abbiamo commesso. La confessione ci da’ la possibilita’ di premere il pulsante ed “azzerare” il conto nel nostro rapporto con Dio. E’ un sacramento particolarmente utile per gli adolescenti che attraversano anni molto difficili. Quando gli adolescenti vedono la confessione come un gesto normale per genitori e compagni, diventa un passo normale e utile nelle loro vite.
Vorrei aggiungere una breve nota per i papa’. Studi di ricerca indicano che i bambini praticano la loro fede piu’ regolarmente quando vedono che il papa’ e la mamma la praticano insieme. Questi stessi studi indicano anche che e’ la pratica di fede del papa’ che aiuta di piu’ sia i ragazzi che le ragazze nel vedere la pratica della fede come un’attivita’ importante per gli adulti. Percio’, in modo particolare, chiedo a tutti i papa’ di essere fortemente impegnati nella formazione della fede e di prendere in considerazione di offrirsi come catechisti nei programmi di educazione religiosa.
So bene che la fedelta’ alla visione della Chiesa sulla famiglia e’ difficile, particolarmente nella nostra cultura sempre piu’ secolarizzata. Voi e le vostre famiglie potete offrire alla societa’ una testimonianza potente del primato di Dio nella vostra vita. Gesu’ non ha promesso che le Sue vie sarebbero facili, ma ha promesso che avrebbe supplito della grazia necessaria per vivere la vostra vocazione. Domando a voi, padri e madri di giovani famiglie, di imitare Giosue’ e il popolo di Israele quando alla domanda se essi avrebbero servito il Signore o gli dei pagani, risposero: “...ma per me e la mia casa serviremo il Signore.”.
L’Eucarestia ci prepara alla missione
Per noi, ogni domenica e’ il Giorno della Resurrezione. In quella prima Pasqua, Gesu’ apparve a due discepoli sulla strada per Emmaus. I discepoli erano confusi, feriti, pieni di paura e di dubbi. Cercavano di capire cosa pensare della morte di Gesu’ e della tomba vuota. Parlavano di questi sviluppi con Gesu’ che loro non riconoscevano. Una volta raggiunto il villaggio hanno chiesto a Gesu’ di rimanere con loro. San Luca dice che quando arrivarono a Emmaus Gesu’ fece cenno di voler continuare il suo viaggio. Fu solo l’insistente invito dei due discepoli che porto’ Gesu’ al loro tavolo. Penso che questo sia un dettaglio importante di questo vangelo. Il Signore non si impone a noi; gli piace essere invitato nella nostre vite. Quando si sedettero per la cena, Gesu’ prese il pane, lo benedisse, lo spezzo’ e comincio’ a distribuirlo. A quel punto i discepoli riconobbero Gesu’. Improvvisamente Gesu’ sparisce, ma il pane resta. Allora i discepoli immediatamente ritornano a Gerusalemme per dire agli apostoli che Gesu’ e’ veramente risorto ed e’ apparso loro.
Anche noi viviamo in un tempo in cui la gente e’ confusa, ferita e piena di paura. Gesu’ vuole incontrarci nello stesso modo con cui ha incontrato i discepoli sulla via di Emmaus. Come loro, noi riconosceremo Gesu’ e lo incontreremo piu’ profondamente nello spezzare del pane alla Messa. L’Eucarestia e’ il compimento della promessa di Gesu’ di essere con noi fino alla fine del tempo. Prego perche’ il nostro amore per la Messa e lo stupore per l’Eucarestia aumentino cosi’ che i nostri cuori ardano in noi quando ascoltiamo la proclamazione delle Sacre Scritture e osserviamo lo spezzare del pane. Facciamo quello che i due discepoli sulla via di Emmaus hanno fatto. Affrettiamoci a dire al mondo che Cristo e’ vivo e che la nostra famiglia deve radunarsi alla tavola del Signore per fare esperienza dell’amore di Dio, per imparare la nostra identita’ e per compiere la nostra missione insieme, per dire al mondo: “Abbiamo visto il Signore e lo abbiamo riconosciuto allo spezzare del pane.”



VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE A MILANO
di - FNC


“P” come … Papa
Una canzone di Fabio Concato – forse la più bella di questo grande cantautore – si intitolava “P come …”. Ho deciso di prendere spunto dalla stessa perché, mai come in quest’ultimo week-end, la lettera “P” è stata protagonista e ben si presta a riassumere la visita del Santo Padre a Milano.

P come Padreterno: noncurante delle sinistre previsioni atmosferiche ha risparmiato la pioggia ai pellegrini garantendo altresì una temperatura climatizzata per la piena riuscita dell’evento.

P come Papa: in grande forma nonostante gli attacchi provenienti da ogni dove. A guardare la sua serafica espressione viene proprio da credere che le forze del male non praevalebunt. Una bella iniezione di fiducia per noi credenti.

P come popolo (di fedeli): quando è chiamato risponde compatto, composto e silenzioso, ma sempre con i grandi numeri, esattamente come a Roma in occasione del Family Day il 12 maggio 2007.

P come politica: l’invito ai partiti e ai singoli personaggi a non promettere ciò che non si può mantenere. Un opportuno richiamo alla responsabilità e a sostenere la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna.

P come Pastorale (della famiglia): grande enfasi è stata riservata all’attenzione della Chiesa ai divorziati risposati, ma nulla cambia rispetto a prima. Questi fratelli devono essere amati, accolti e accettati nella Chiesa della quale continuano a far parte pur non avendo accesso ai sacramenti.

P come Parco (Nord): Milano ha scoperto di poter organizzare grandi eventi e di avere pregevoli risorse “verdi” come l’area di Bresso. Il popolo di Dio ha fatto il resto dimostrando la massima compostezza.

P come pagella: per come è stato gestito l’evento vanno assegnati pieni voti a partire dai cardinali Antonelli e Scola, a Mons. De Scalzi fino ad arrivare all’ultimo degli organizzatori, volontari compresi.

P come periodici: i due maggiori quotidiani nazionali dimostrano di non essere all’altezza del loro ruolo nel dare conto dell’evento italiano dell’anno il lunedì seguente. Repubblica non accenna, nemmeno con un trafiletto, al raduno oceanico di domenica, mentre il Corriere della Sera contiene la notizia in un misero riquadro. E pensare che De Bortoli era stato invitato come relatore al congresso nella cerimonia di apertura dell’Incontro Mondiale delle Famiglie. Di peggio ha fatto Radio RAI 1 che al radiogiornale delle 8 ha fatto commentare l’evento a un noto filosofo che ha “negato l’esistenza della famiglia poiché esistono diversi tipi di famiglie”.

P come peregrina: la richiesta avanzata in Piazza del Duomo al Santo Padre dal primo cittadino milanese di riconoscere ed equiparare tutti i tipi di aggregazione familiare.

P come Philadelfia: fra tre anni un’altra kermesse della famiglia negli USA. Solamente alcuni giovani del popolo di Bresso riusciranno ad andarci. Tuttavia vive la certezza che una folla di americani e gente proveniente da tutto il mondo sapranno testimoniare il valore supremo della famiglia.

P come Pane (eucaristico): il vero e unico motivo che fa muovere le folle affamate di Dio, a Milano come a Philadelfia e in ogni altra parte del mondo.

P come Pace (di Cristo): quella per cui noi tutti – assieme al Papa - abbiamo pregato. Affinché regni nei nostri cuori, nelle famiglie, tra i popoli, nell’umanità intera, per intercessione della Vergine Maria.


Vittorio Lodolo D’Oria
Portavoce dell’associazione Famiglie Numerose Cattoliche


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