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17 August, 2013

L’importanza della castità prima del matrimonio
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"Se ci amiamo e stiamo per sposarci, perché non possiamo avere rapporti?". Il punto di vista della Chiesa cattolica

ROMA, 13 Agosto 2013 (Zenit.org) - Se ci amiamo e stiamo per sposarci, perché non possiamo avere rapporti? Questa è una domanda che alcuni fidanzati cristiani possono farsi. Se provano un amore reale, per quale ragione non potrebbero esprimerlo con un gesto di intimità che aiuterebbe a crescere l’affetto tra loro? Se l’unione dei corpi sarà di lì a poco tempo qualcosa di comune, perché non iniziarlo quando l’amore già sembra essere maturo? Di certo la maggioranza dei cristiani accetta che una relazione tra persone che appena si conoscono sia irresponsabile e peccaminosa. Ma non è forse esagerato considerare alla stessa stregua un atto tra innamorati sinceri, fedeli l’uno all’altra, in procinto di sposarsi?
Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che la Chiesa non ha autorità per cambiare ciò che Dio ha rivelato. La Parola di Dio è sempre viva ed efficace, è una luce che guida i nostri passi. E la sua Parola ci dice: “Il corpo non è per la fornicazione, piuttosto è per il Signore, e il Signore è per il corpo”; “Fuggi via dalla fornicazione! Qualsiasi altro peccato altro l’uomo commetta è al di fuori del corpo; ma l’atto impuro pecca contro il suo proprio corpo” [1].
Questi testi esprimono il valore altissimo del corpo umano, che è tempio dello Spirito Santo, non qualcosa che possa essere usato e abusato. E la fornicazione (cioè l’atto sessuale fuori del matrimonio) è un atto peccaminoso proprio perché riduce il valore del corpo umano ad una “cosa” che richiede un “utilizzo” e che quindi degrada il corpo sia dell’uomo che della donna.
Le relazioni sessuali non possono essere considerate un mero atto fisico, devono invece essere espressione di qualcosa di gran lunga più profondo: si tratta di una donazione totale e incondizionata di una persona all’altra. Tale donazione è reale e si concretizza con il patto matrimoniale. Per questo l’atto sessuale è giusto quando ricerca il bene della coppia e rimane aperto alla procreazione e alla trasmissione della vita [2]. Sono questi i due fini del matrimonio.
Ma come accettare questi insegnamenti ai nostro giorni? C’è davvero una ragione che potrebbe convincerci della verità di questi insegnamenti? In realtà ci sono varie ragioni. Ne presenteremo ora quattro.
1. La relazione sessuale nel matrimonio difende specialmente la donna e il possibile frutto di questa relazione: il figlio. Se la generazione di un figlio si verifica prima del matrimonio che cosa succede? Questo nuovo essere viene visto più come un problema piuttosto che un dono. Infatti il concepimento di un figlio non obbliga l’uomo (il padre) a sposarsi. Se il padre possiede un senso di chiara giustizia, si atterrà ai suoi doveri di mantenimento del figlio e della madre. Però tutto ciò non è sufficiente ad un bambino. Ogni figlio ha diritto di nascere all’interno di un matrimonio saldo, dove i genitori ricercano la felicità insieme. All’interno del matrimonio il figlio è il proprio frutto naturale, socialmente e giuridicamente protetto perché visto come un dono, e non come un oggetto o un frutto indesiderato.
2. In generale chi vive la castità nel fidanzamento, avrà minori difficoltà di vivere la fedeltà nel matrimonio. Attualmente il “permissivismo” morale è enorme. L’“educazione sessuale” trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalla scuola, dice: “Fa’ ciò che vuoi, sia con preservativi sia senza, di nascosto, senza dire nulla ai tuoi genitori”. Per vincere questo ambiente così ostile e irresponsabile è necessaria una vera educazione alla castità, a protezione appunto dell’autentico amore. E il periodo di fidanzamento serve a questo: per far crescere la coppia nella reciproca conoscenza è indispensabile elaborare progetti comuni, al fine di raggiungere virtù indispensabili alla vita matrimoniale. Se la coppia vive bene questo periodo, senza giungere ad avere intimità tipiche della vita matrimoniale, si formerà nella scuola della fedeltà. In altre parole, si manterrà una maggiore fedeltà all’interno del matrimonio, se se si è conservata la purezza del legame durante il fidanzamento.
3. L'amore matrimoniale non si riduce ad essere un mero esercizio fisico, ma diventa comunione totale di vita. Una volta Chesterton disse: “In tutto ciò che valga la pena fare, sino ad ogni piacere, c’è un punto di dolore o di noia che deve essere preservato, proprio perché il piacere possa rivivere e durare. L’allegria della battaglia viene dopo il primo timore della morte; l’allegria nel leggere Virgilio viene dopo la noia dell’apprendimento; la gioia del bagnista, dopo il primo colpo dell’acqua freda e il successo del matrimonio viene solo dopo la delusione della luna di miele” [3]. Ciò che disse quest’autore, uomo felicemente sposato, è verità incontestabile. Il piacere dell’atto sessuale certamente esiste, ma non si riduce a questo la vita matrimoniale. L’atto sessuale è - come ogni atto umano - sempre ambiguo, poiché allo stesso tempo in cui lo si fa, causa una certa frustrazione. Ciò accade perché il cuore umano è fatto per l’infinito e non si accontenta di atti singoli. Ogni giovane è in grado di riconoscere tutto ciò, quanto fa parte di ogni processo di maturazione. E la cosa migliore è che questo accada all’interno del matrimonio. Solo chi supera “la delusione” iniziale può essere felice nel matrimonio, giacché la felicità viene da Dio, dall’amore fedele e responsabile, quotidianamente rinnovato in atti di mutua donazione. L’amore non è la stessa cosa del piacere, ma donazione volontaria e fedele che oltrepassa tutte le difficoltà.
4. Buona parte delle coppie che si impegnano in progetti seri di matrimonio finiscono poi per separarsi prima che si realizzi lo stesso matrimonio. Né fidanzamento né semplicemente l'innamorarsi reciproco consentono lo stesso livello di impegno che può nascere nel matrimonio. Per tale ragione coloro che si consegnano a relazioni sessuali precedenti al matrimonio corrono il rischio di consegnarsi a qualcuno con cui, alla fine poi, non si uniranno in sacramento. E questo peccato comunque macchierà e marcherà in maniera profonda l'anima, con la conseguenza di portare serie ferite, soprattutto affettive, ma anche cognitive, prima che si possa essere perdonati da Dio grazie ad una buona confessione. Attualmente le persone “usano” il sesso come se fosse un gioco. E cosa succede? Ogni volta sempre meno persone riescono a raggiungere l’opportunità di scelte definitive e sempre meno persone si sposano. L’atto matrimoniale, al quale Dio volle unire anche un piacere sensibile, deve produrre un piacere superiore, di natura spirituale: la gioia, cioè, di sapersi uniti alla volontà di Dio. E l’atto di generare un figlio è qualcosa di miracoloso in cui si completa l’unione di parti materiali dei genitori alla creazione di una nuova anima umana, direttamente mediante Dio. Il piacere che i genitori hanno nel sapersi parte del progetto di Dio è qualcosa di meraviglioso e unico.
La risposta alla domanda dice, pertanto, che l’amore non è soltanto un sentimento incerto, né ugualmente si riduce a mero piacere. Ma è qualcosa di ben pratico ed esigente, che implica la volontà concreta di collaborazione ai piani di Dio che concepì il matrimonio come espressione perfetta di una donazione reciproca ed integrale di due persone, l’uomo e la donna, collaborando così con la stessa opera creatrice di Dio.
*
NOTE
[1] I Cor. 6,13 e 18; cfr.: Tob. 4,13; At, 21,25; Ef. 5,3.
[2] Cfr. Catecismo da Igreja Católica, § 2361-2363.
[3] Chesterton, O que há de errado no mundo, EditoraEcclesiae,Campinas2012.

13 August, 2013

Difendere il valore della vita umana da una cultura dello scarto che la relativizza
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Il Messaggio di Papa Francesco alle "care famiglie" del Brasile in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, organizzata dalla Conferenza episcopale brasiliana

CITTA' DEL VATICANO, 12 Agosto 2013 (Zenit.org) - A circa due settimane dalla conclusione della Giornata Mondiale della Gioventù, la voce di Papa Francesco torna a risuonare in Brasile. Questa volta il Pontefice si rivolge alle “care famiglie brasiliane” in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, che ha preso il via ieri nel paese. L’evento, promosso della Conferenza Episcopale brasiliana, è dedicato quest’anno alla “Trasmissione ed educazione delle fede cristiana nella famiglia”. Traendo spunto dal famoso documento di Aparecida, i presuli sottolineano in un comunicato che la famiglia “è uno dei tesori più importanti dell’America Latina ed è patrimonio dell’umanità intera”.
Papa Francesco nel suo Messaggio per l’evento ribadisce il concetto e aggiunge: “La vita umana deve essere sempre difesa, sin dal concepimento”. Ai genitori, il Santo Padre dona invece un incoraggiamento per la loro missione “nobile ed esigente di essere i primi collaboratori di Dio nell’orientamento fondamentale dell’esistenza e nella garanzia di un buon futuro”. Essi – prosegue - “sono chiamati a trasmettere con le parole e soprattutto con le loro opere, le verità fondamentali sulla vita e l’amore umano, che ricevono una nuova luce dalla Rivelazione di Dio”.
Ci troviamo infatti “di fronte alla cultura dello scarto”, che “relativizza il valore della vita umana”, osserva Francesco. E i genitori, pertanto, hanno il compito di “trasmettere ai loro figli la consapevolezza che essa deve essere sempre difesa, sin dal grembo materno, riconoscendovi un dono di Dio e garanzia del futuro dell’umanità”.
Il Papa esorta anche alla cura degli anziani, “specialmente dei nonni, che sono la memoria viva di un popolo e trasmettono la saggezza della vita”. Invoca, infine, Nostra Signora di Aparecida, perché interceda per le famiglie affinché diventino “convincenti testimoni della bellezza dell’amore sostenuto e alimentato dalla fede”.

09 August, 2013

Kiko Argüello e i 5.000 giovani pronti ad andare e fare discepoli
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Dei 45.000 presenti all'incontro di Rio, 3.000 ragazzi e 2.000 ragazze hanno risposto "sì" alla chiamata per la vita consacrata e l'evangelizzazione in Asia, alla presenza di cinque cardinali e oltre 70 vescovi

RIO DE JANEIRO, 05 Agosto 2013 (Zenit.org) - L'immagine più bella dell'incontro del Cammino Neocatecumenale a Rio de Janeiro è Kiko Argüello che canta Una gran señal davanti a circa 45.000 persone che agitano le bandiere di tutto il mondo. Un fotogramma suggestivo che sembrava realizzare la profezia di Isaia (Is. 66, 18 ss.): "Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue, essi verranno e vedranno la mia gloria”. Dei tre milioni di pellegrini venuti nella metropoli carioca per la Giornata mondiale della gioventù circa centomila appartenevano al Cammino Neocatecumenale. “La vostra presenza - ha detto Kiko - è stato un segno per tutto il mondo che la Chiesa è viva e i giovani, con Cristo, sono una parola di speranza davanti a tutti i conflitti economici e sociali".
Venuti da ogni parte del globo - 10.000 erano solo gli italiani - i giovani neocatecumenali si sono radunati nel pomeriggio di lunedì 29 luglio per l'immancabile appuntamento vocazionale. A presiedere l’incontro, mons. Orani Tempesta, arcivescovo di Rio de Janeiro. Insieme con lui ‘abbracciavano’ l’immensa folla di pellegrini i cardinali Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, George Pell, arcivescovo di Sidney e Odilo Scherer, arcivescovo di San Paolo. Presenti anche 27 vescovi del Brasile e una quarantina di presuli provenienti da Danimarca, Olanda, Belgio, Portogallo, Spagna, Italia, Israele, Libano e Stati Uniti.
L’evento si è svolto secondo lo schema tradizionale: presentazioni, processione dei sacerdoti con la Madonna (questa volta era la Vergine del Santuario della Penha, patrona di Rio de Janeiro), Liturgia della Parola, annuncio del kerygma, chiamate vocazionali. Unica novità: la presentazione del canto "nuovo", ovvero un "alleluja" di acclamazione al Vangelo sulla base del Resurrexit della Sinfonia degli Innocenti.
Il luogo scelto per l'appuntamento era il Rio Centro, la grande struttura multifunzionale alla periferia della città, che il giorno prima ha ospitato l’incontro di Papa Francesco con i volontari della Gmg. Per quanto l'organizzazione del Cammino avesse pensato a tutto nel minimo dettaglio, il centro presentava alcuni limiti, innanzitutto poter ospitare solo una cifra "contenuta" di gente; il che ha fatto sì che circa 35.000 persone seguissero l'incontro dall'esterno con i maxischermi.
Probabilmente si era sottovalutata l'affluenza. Ormai però si dovrebbe sapere che quando Kiko si muove tutti i ragazzi e le ragazze appartenenti al Cammino lo seguono. In parte per gratitudine di aver permesso loro di incontrare Gesù Cristo attraverso l’ispirazione di un "itinerario di formazione cristiana valido per i tempi moderni", come lo ha definito Giovanni Paolo II. In parte per ascoltare il kerygma, la "buona notizia" che Argüello non smette mai di predicare fino a perdere il fiato.
C’è poi la chiamata vocazionale ad attirare questi giovani, ovvero confermare quel "si" a Dio per abbracciare la vita consacrata o il seminario, diventando "generosi testimoni dell'amore di Cristo". All’incontro di Rio ce ne sono stati ben 5.000 di questi “sì”, 3.000 dei ragazzi e 2.000 delle donne, la maggior parte offertasi per partire in missione nell’Est del mondo.
Il Cammino ormai ci ha abituati ai grandi numeri: l’incontro di Rio ha replicato l’enorme flusso di “alzate” già visto tre anni fa a Plaza de Cibeles, a Madrid. Ma cos’è che spinge questi giovani a compiere un gesto per certi versi estremo? Davvero si può ridurre tutto ad una “prassi” Neocatecumenale, ad una euforia data dalla circostanza o addirittura ad un plagio psicologico?
I volti commossi, liberi, raggianti, della moltitudine di giovani in ginocchio davanti ai vescovi del mondo, in attesa di una benedizione, dichiaravano il contrario. Piuttosto volevano dire grazie a Cristo offrendosi a Lui e ricambiando quel dono totale che Egli ha fatto di sé “per salvarci e mostrarci l’amore e la misericordia di Dio” come ha detto Papa Francesco. E, come affermava il Santo Padre nella Messa a Copacabana del giorno prima, questi ragazzi e ragazze hanno dato così “ossigeno” alla “fiamma viva della fede”, vincendo la paura che gli impedisce “di andare e portare Cristo in ogni ambiente”.
Tutto ciò – ha commentato il cardinale Schönborn a ZENIT - “è semplicemente il segno che il Signore è risorto, che è Lui che conduce la sua Chiesa con tanta misericordia e con una vitalità che ci sorprende sempre di più”. E questo "ci riempie di speranza", ha risposto il cardinale O'Malley, perché "ci mostra un futuro in cui ognuno di questi ragazzi sarà un testimone per il proprio paese".
Il “campo della fede che è in ognuno di noi” si è dunque lasciato fecondare grazie alla “stoltezza della predicazione” di un ex pittore spagnolo che, a più di 70 anni, gira il mondo per annunciare la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Perché oggi, “in una società secolarizzata, dove le donne vengono uccise, i bambini bruciati”, dove l’uomo ha ascoltato “la catechesi del demonio che dice che il Signore non è buono perché ti limita e ti castra”, la notizia di un Dio crocifisso per la nostra salvezza può realmente cambiare l’esistenza.
Allora è urgente quella che i Papi hanno chiamato nuova evangelizzazione e che Francesco ha sintetizzato nella costante esortazione ad “uscire” per andare in quelle “periferie dell’esistenza” che vivono senza l’amore di Gesù Risorto. Come in Asia, ad esempio, dove "milioni di uomini, sotto il comunismo, la miseria, la povertà, sono condannati a non conoscere Dio" ha sottolineato Kiko.
“Molta gente è morta, senza vita” ha affermato invece mons. Orani Tempesta intervenendo dopo la lettura del Vangelo; “noi pertanto siamo chiamati ad annunciare la parola che porta le persone a Cristo Risuscitato”. Quando infatti “si accoglie Gesù nella propria vita accadono grandi segni” ha proseguito l’arcivescovo, e la Giornata mondiale della gioventù lo ha dimostrato, dando “l’opportunità di udire Cristo, di ascoltare seduti ai piedi di Cristo e professare la fede in Cristo resuscitato e resuscitare con Lui”.
“Il Signore – ha concluso - ci invita a questa esperienza di resurrezione di aprire sempre più i nostri cuori a Lui e allo stesso tempo ci manda ad annunciare, perché ha bisogno di persone che donino la propria vita per vivere pienamente il proprio battesimo, senza paura di andare controcorrente”.
Sostanzialmente il messaggio che anima il Cammino da quasi mezzo secolo. “Tutti gli uomini hanno diritto a ricevere gratuitamente l'amore di Cristo” ha ribadito infatti Kiko. Per questo l’itinerario Neocatecumenale si offre come fucina di evangelizzatori pronti a partire ovunque e in qualunque condizione. “Solo qualche settimana fa”, ha riferito l’iniziatore, “abbiamo inviato itineranti in Paraguay, Honduras, Seychelles” e più di sessanta famiglie sono partite in Cina come “frutto della grazia dello Spirito Santo”. Ma non finisce qua: “Dobbiamo obbedire alla Vergine che ci ha detto che bisogna inviare ventimila sacerdoti in Cina, Laos, Viêt Nam, Cambogia ecc” ha detto Kiko, aggiungendo che proprio di questo parlerà al Pontefice nell’udienza privata fissata in questi giorni in cui lui, Carmen Hernandez e Padre Mario Pezzi incontreranno il Successore di Pietro.
Vedendo e vivendo eventi del genere riecheggia la voce tonante del Beato Giovanni Paolo II quando parlò di un terzo millennio dedicato all’evangelizzazione dell’Asia o quando definì il Cammino Neocatecumenale - allora una realtà semisconosciuta ancora non approvata dalla Santa Sede - uno “strumento per la nuova evangelizzazione”, in un momento, come ha ricordato Kiko, in cui “non avevamo neanche idea di cosa fosse una nuova evangelizzazione”. Evidentemente lo sguardo del quasi Santo Wojtyla si sta rivelando sempre di più profetico.



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