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30 September, 2013

Chiamati a raccogliere la sfida per difendere la famiglia
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Intervento di mons. Paglia nella conferenza stampa di presentazione del Convegno internazionale "I Diritti della Famiglia e le sfide del mondo contemporaneo"

CITTA' DEL VATICANO, 20 Settembre 2013 (Zenit.org) - Riprendiamo di seguito il testo dell’intervento di monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pronunciato nel corso della conferenza stampa di presentazione del Convegno internazionale “I Diritti della Famiglia e le sfide del mondo contemporaneo”, svoltasi questa mattina nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede.
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Il Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia nel mondo contemporaneo del 1980, che aveva ben presente le difficoltà in cui la famiglia si trovava già allora, concepì l’idea di redigere una Carta dei diritti della famiglia. Giovanni Polo II raccolse immediatamente tale richiesta avanzata dai padri sinodali e incaricò il Pontificio Consiglio per la Famiglia di realizzare il progetto che fu portato a termine nel 1983. L’intento era audace: non si trattava solamente di ripetere una dottrina, quanto di elaborare attraverso una riflessione anche di ordine giuridico un impianto organico dei diritti della famiglia concepita come soggetto giuridico autonomo.
La famiglia soggetto di diritti
Nella Lettera alle Famiglie Giovanni Paolo II sosteneva la soggettività giuridica della famiglia. Questo è il testo: "Come comunità di amore e di vita, la famiglia è una realtà sociale saldamente radicata e, in modo tutto proprio, una società sovrana, anche se condizionata sotto vari aspetti. L'affermazione della sovranità dell'istituzione-famiglia e la constatazione dei suoi molteplici condizionamenti inducono a parlare dei diritti della famiglia". Tali diritti "sono strettamente connessi con i diritti dell'uomo: infatti, se la famiglia è comunione di persone, la sua autorealizzazione dipende in misura significativa dalla giusta applicazione dei diritti delle persone che la compongono. Alcuni di questi diritti riguardano immediatamente la famiglia, come il diritto dei genitori alla procreazione responsabile e all'educazione della prole; altri diritti invece riguardano il nucleo familiare solo in modo indiretto: tra questi, di singolare importanza sono il diritto alla proprietà, specialmente alla cosiddetta proprietà familiare, ed il diritto al lavoro" (Lettera alle Famiglie, 17). Come la famiglia non è solo la somma delle persone che la costruiscono, ma anche una comunità di persone (communio personarum), è il "noi" umano creato al modello del "Noi" divino, cosi "i diritti della famiglia non sono (…) semplicemente la somma matematica di quelli della persona, essendo la famiglia qualcosa di più della somma dei suoi membri presi singolarmente" (Ivi).
Quale futuro per la Carta dei Diritti della Famiglia
Nel corso di questi 30 anni, purtroppo, la Carta è restata un documento poco conosciuto. Il Pontificio Consiglio ha però ritenuto opportuno riprenderne la prospettiva e riproporla, perché si tratta di principi presenti anche in altri testi della Chiesa che conservano tutta la loro attualità. Per questo ha pensato a riproporre il testo nelle lingue: italiana, inglese, francese, spagnola e portoghese, con un mio approfondito commento.
L’originalità della Carta sta nel fatto che con essa la Chiesa presenta in modo organico e traduce in formule espresse in termini tecnico-giuridici il dover essere intrinseco al progetto divino sulla famiglia. Nella Presentazione si legge: "I diritti proposti devono essere compresi secondo il carattere specifico di una "Carta". In alcuni casi essi enunciano vere e proprie norme giuridicamente vincolanti; in altri casi, esprimono postulati e principi fondamentali per una legislazione da attuare e per lo sviluppo della politica familiare. In tutti i casi sono un appello profetico in favore dell'istituzione familiare, la quale deve essere rispettata e difesa da tutte le usurpazioni". E proprio in quanto universali, queste affermazioni sono rivolte non solo ai governi civili, per avere adeguata attuazione nelle legislazioni e nelle politiche familiari, ma anche "a tutti i membri e le istituzioni della Chiesa": anzi, si può dire, che la comunità ecclesiale deve essere il luogo privilegiato in cui riconoscere e proteggere i diritti fondamentali della famiglia.
Questo Pontificio Consiglio ha voluto indire questo incontro internazionale, assieme alla Associazione dei Giuristi Cattolici Italiani, che ringrazio sentitamente a partire dal Cardinale Francesco Coccopalmerio che è qui con noi e dal Presidente prof. Francesco D’Agostino, per riprendere le ispirazioni di quei principi. E’ vero che ci troviamo in un nuovo contesto culturale che mette in questione l’istituto familiare in maniera ancor più radicale che in passato. Ma quei principi che la Carta raccoglie e ordina rimangono saldi in tutta la loro validità. Semmai, rileggendoli, sorge un impulso a spingere i credenti ad una nuova audacia. E i cultori del Diritto, tra i credenti, sono chiamati a raccogliere la sfida per difendere la Famiglia dagli attacchi violentissimi a cui è sottoposta, e soprattutto ad aiutarla perché possa esprimere la sua straordinaria ricchezza per far crescere quel "noi" che diviene scuola di convivenza. La famiglia è un "patrimonio dell’umanità", amava sottolineare Benedetto XVI, e papa Francesco ne fa uno dei cardini della sua missione apostolica.
La famiglia, insomma, deve essere riportata anche nel cuore della riflessione giuridica. Non spetta a me entrare in questo campo. E’ compito anzitutto degli intellettuali cattolici studiosi di Diritto. Questo nostro convegno internazionale già in corso, vuole essere uno stimolo in tal senso. Il mio augurio è che da questi giorni si sviluppi una riflessione sulla famiglia nel contesto della globalizzazione. Tale riflessione, che si colora delle diverse latitudini degli studiosi deve avvenire sia sul piano del diritto civile che sul piano del diritto canonico. In quest’ultimo, infatti, mi pare ancora del tutto assente un diritto di famiglia. La nuova condizione richiede una urgente riflessione. Ma è indispensabile anche una corresponsabilità dei giuristi cattolici sia a livello nazionale, sia continentale che internazionale. Il fatto di convergere in questi giorni di giuristi di varie parti del mondo, è un piccolo- grande segno, ma anche molto chiaro, della via che deve essere intrapresa.
E’ grande la responsabilità che grava anche sulle spalle dei giuristi cattolici. In passato – sia quello antico che quello recente - il pensiero giuridico dell’umanità è stato arricchito in maniera determinante dall’apporto del pensiero giuridico dei cattolici. Se penso al dialogo strettissimo che c’è stato nei secoli passati tra diritto romano, diritto canonico e pensiero umanista, come non lamentare una latitanza nel tempo contemporaneo? Penso sia giunto il momento di ricollocarci tutti sulla prospettiva globale, anche gli studiosi del diritto. La globalizzazione ha notevoli riflessi anche sul piano giuridico. Per questo i giuristi cattolici sono chiamati ad un nuovo impegno culturale che interessi trasversalmente l’intero pianeta. Non possiamo lasciare i diversi paesi e le diverse sedi internazionali - ove si decidono le sorti dei popoli e delle famiglie – agire senza il contributo specifico del pensiero giuridico di ispirazione cattolica ed anche umanistica. Sappiamo tutti quanto i processi legislativi siano di fatto inficiati da pregiudizi ideologici o da lobbies che portano avanti interessi di parte. E’ urgente alzare il livello culturale del dibattito anche nella sfera del diritto, in questo caso, del diritto della famiglia.
Nel ringraziarvi ancora per la vostra presenza, lasciate che riprenda il sogno che aveva Giovanni Paolo II al momento di lanciare la Carta dei Diritti della Famiglia. Il suo sogno era che questa Carta potesse ispirare – come del resto è avvenuto in maniera analoga sia nella formulazione della Carta dei Diritti dell’Uomo che in quella dei Diritti dei Fanciulli – alla redazione di una Carta Internazionale dei Diritti della Famiglia. E questo è anche nei nostri auspici.


17 August, 2013

L’importanza della castità prima del matrimonio
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"Se ci amiamo e stiamo per sposarci, perché non possiamo avere rapporti?". Il punto di vista della Chiesa cattolica

ROMA, 13 Agosto 2013 (Zenit.org) - Se ci amiamo e stiamo per sposarci, perché non possiamo avere rapporti? Questa è una domanda che alcuni fidanzati cristiani possono farsi. Se provano un amore reale, per quale ragione non potrebbero esprimerlo con un gesto di intimità che aiuterebbe a crescere l’affetto tra loro? Se l’unione dei corpi sarà di lì a poco tempo qualcosa di comune, perché non iniziarlo quando l’amore già sembra essere maturo? Di certo la maggioranza dei cristiani accetta che una relazione tra persone che appena si conoscono sia irresponsabile e peccaminosa. Ma non è forse esagerato considerare alla stessa stregua un atto tra innamorati sinceri, fedeli l’uno all’altra, in procinto di sposarsi?
Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che la Chiesa non ha autorità per cambiare ciò che Dio ha rivelato. La Parola di Dio è sempre viva ed efficace, è una luce che guida i nostri passi. E la sua Parola ci dice: “Il corpo non è per la fornicazione, piuttosto è per il Signore, e il Signore è per il corpo”; “Fuggi via dalla fornicazione! Qualsiasi altro peccato altro l’uomo commetta è al di fuori del corpo; ma l’atto impuro pecca contro il suo proprio corpo” [1].
Questi testi esprimono il valore altissimo del corpo umano, che è tempio dello Spirito Santo, non qualcosa che possa essere usato e abusato. E la fornicazione (cioè l’atto sessuale fuori del matrimonio) è un atto peccaminoso proprio perché riduce il valore del corpo umano ad una “cosa” che richiede un “utilizzo” e che quindi degrada il corpo sia dell’uomo che della donna.
Le relazioni sessuali non possono essere considerate un mero atto fisico, devono invece essere espressione di qualcosa di gran lunga più profondo: si tratta di una donazione totale e incondizionata di una persona all’altra. Tale donazione è reale e si concretizza con il patto matrimoniale. Per questo l’atto sessuale è giusto quando ricerca il bene della coppia e rimane aperto alla procreazione e alla trasmissione della vita [2]. Sono questi i due fini del matrimonio.
Ma come accettare questi insegnamenti ai nostro giorni? C’è davvero una ragione che potrebbe convincerci della verità di questi insegnamenti? In realtà ci sono varie ragioni. Ne presenteremo ora quattro.
1. La relazione sessuale nel matrimonio difende specialmente la donna e il possibile frutto di questa relazione: il figlio. Se la generazione di un figlio si verifica prima del matrimonio che cosa succede? Questo nuovo essere viene visto più come un problema piuttosto che un dono. Infatti il concepimento di un figlio non obbliga l’uomo (il padre) a sposarsi. Se il padre possiede un senso di chiara giustizia, si atterrà ai suoi doveri di mantenimento del figlio e della madre. Però tutto ciò non è sufficiente ad un bambino. Ogni figlio ha diritto di nascere all’interno di un matrimonio saldo, dove i genitori ricercano la felicità insieme. All’interno del matrimonio il figlio è il proprio frutto naturale, socialmente e giuridicamente protetto perché visto come un dono, e non come un oggetto o un frutto indesiderato.
2. In generale chi vive la castità nel fidanzamento, avrà minori difficoltà di vivere la fedeltà nel matrimonio. Attualmente il “permissivismo” morale è enorme. L’“educazione sessuale” trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalla scuola, dice: “Fa’ ciò che vuoi, sia con preservativi sia senza, di nascosto, senza dire nulla ai tuoi genitori”. Per vincere questo ambiente così ostile e irresponsabile è necessaria una vera educazione alla castità, a protezione appunto dell’autentico amore. E il periodo di fidanzamento serve a questo: per far crescere la coppia nella reciproca conoscenza è indispensabile elaborare progetti comuni, al fine di raggiungere virtù indispensabili alla vita matrimoniale. Se la coppia vive bene questo periodo, senza giungere ad avere intimità tipiche della vita matrimoniale, si formerà nella scuola della fedeltà. In altre parole, si manterrà una maggiore fedeltà all’interno del matrimonio, se se si è conservata la purezza del legame durante il fidanzamento.
3. L'amore matrimoniale non si riduce ad essere un mero esercizio fisico, ma diventa comunione totale di vita. Una volta Chesterton disse: “In tutto ciò che valga la pena fare, sino ad ogni piacere, c’è un punto di dolore o di noia che deve essere preservato, proprio perché il piacere possa rivivere e durare. L’allegria della battaglia viene dopo il primo timore della morte; l’allegria nel leggere Virgilio viene dopo la noia dell’apprendimento; la gioia del bagnista, dopo il primo colpo dell’acqua freda e il successo del matrimonio viene solo dopo la delusione della luna di miele” [3]. Ciò che disse quest’autore, uomo felicemente sposato, è verità incontestabile. Il piacere dell’atto sessuale certamente esiste, ma non si riduce a questo la vita matrimoniale. L’atto sessuale è - come ogni atto umano - sempre ambiguo, poiché allo stesso tempo in cui lo si fa, causa una certa frustrazione. Ciò accade perché il cuore umano è fatto per l’infinito e non si accontenta di atti singoli. Ogni giovane è in grado di riconoscere tutto ciò, quanto fa parte di ogni processo di maturazione. E la cosa migliore è che questo accada all’interno del matrimonio. Solo chi supera “la delusione” iniziale può essere felice nel matrimonio, giacché la felicità viene da Dio, dall’amore fedele e responsabile, quotidianamente rinnovato in atti di mutua donazione. L’amore non è la stessa cosa del piacere, ma donazione volontaria e fedele che oltrepassa tutte le difficoltà.
4. Buona parte delle coppie che si impegnano in progetti seri di matrimonio finiscono poi per separarsi prima che si realizzi lo stesso matrimonio. Né fidanzamento né semplicemente l'innamorarsi reciproco consentono lo stesso livello di impegno che può nascere nel matrimonio. Per tale ragione coloro che si consegnano a relazioni sessuali precedenti al matrimonio corrono il rischio di consegnarsi a qualcuno con cui, alla fine poi, non si uniranno in sacramento. E questo peccato comunque macchierà e marcherà in maniera profonda l'anima, con la conseguenza di portare serie ferite, soprattutto affettive, ma anche cognitive, prima che si possa essere perdonati da Dio grazie ad una buona confessione. Attualmente le persone “usano” il sesso come se fosse un gioco. E cosa succede? Ogni volta sempre meno persone riescono a raggiungere l’opportunità di scelte definitive e sempre meno persone si sposano. L’atto matrimoniale, al quale Dio volle unire anche un piacere sensibile, deve produrre un piacere superiore, di natura spirituale: la gioia, cioè, di sapersi uniti alla volontà di Dio. E l’atto di generare un figlio è qualcosa di miracoloso in cui si completa l’unione di parti materiali dei genitori alla creazione di una nuova anima umana, direttamente mediante Dio. Il piacere che i genitori hanno nel sapersi parte del progetto di Dio è qualcosa di meraviglioso e unico.
La risposta alla domanda dice, pertanto, che l’amore non è soltanto un sentimento incerto, né ugualmente si riduce a mero piacere. Ma è qualcosa di ben pratico ed esigente, che implica la volontà concreta di collaborazione ai piani di Dio che concepì il matrimonio come espressione perfetta di una donazione reciproca ed integrale di due persone, l’uomo e la donna, collaborando così con la stessa opera creatrice di Dio.
*
NOTE
[1] I Cor. 6,13 e 18; cfr.: Tob. 4,13; At, 21,25; Ef. 5,3.
[2] Cfr. Catecismo da Igreja Católica, § 2361-2363.
[3] Chesterton, O que há de errado no mundo, EditoraEcclesiae,Campinas2012.

13 August, 2013

Difendere il valore della vita umana da una cultura dello scarto che la relativizza
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Il Messaggio di Papa Francesco alle "care famiglie" del Brasile in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, organizzata dalla Conferenza episcopale brasiliana

CITTA' DEL VATICANO, 12 Agosto 2013 (Zenit.org) - A circa due settimane dalla conclusione della Giornata Mondiale della Gioventù, la voce di Papa Francesco torna a risuonare in Brasile. Questa volta il Pontefice si rivolge alle “care famiglie brasiliane” in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, che ha preso il via ieri nel paese. L’evento, promosso della Conferenza Episcopale brasiliana, è dedicato quest’anno alla “Trasmissione ed educazione delle fede cristiana nella famiglia”. Traendo spunto dal famoso documento di Aparecida, i presuli sottolineano in un comunicato che la famiglia “è uno dei tesori più importanti dell’America Latina ed è patrimonio dell’umanità intera”.
Papa Francesco nel suo Messaggio per l’evento ribadisce il concetto e aggiunge: “La vita umana deve essere sempre difesa, sin dal concepimento”. Ai genitori, il Santo Padre dona invece un incoraggiamento per la loro missione “nobile ed esigente di essere i primi collaboratori di Dio nell’orientamento fondamentale dell’esistenza e nella garanzia di un buon futuro”. Essi – prosegue - “sono chiamati a trasmettere con le parole e soprattutto con le loro opere, le verità fondamentali sulla vita e l’amore umano, che ricevono una nuova luce dalla Rivelazione di Dio”.
Ci troviamo infatti “di fronte alla cultura dello scarto”, che “relativizza il valore della vita umana”, osserva Francesco. E i genitori, pertanto, hanno il compito di “trasmettere ai loro figli la consapevolezza che essa deve essere sempre difesa, sin dal grembo materno, riconoscendovi un dono di Dio e garanzia del futuro dell’umanità”.
Il Papa esorta anche alla cura degli anziani, “specialmente dei nonni, che sono la memoria viva di un popolo e trasmettono la saggezza della vita”. Invoca, infine, Nostra Signora di Aparecida, perché interceda per le famiglie affinché diventino “convincenti testimoni della bellezza dell’amore sostenuto e alimentato dalla fede”.


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