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19 July, 2010

Bell’amore e sessualità
di - angeloscola.it


1. L’immagine biblica del bell’amore

La liturgia della Festa del Santissimo Redentore ci riempie della più grande consolazione, quando afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Dio Padre, mediante le sue “due mani” – come Ireneo di Lione chiamava il Figlio e lo Spirito Santo – si prende cura di noi e ci sostiene con la speranza che non delude (Rm 5, 5). Lieti nel Signore possiamo affrontare l’esistenza, nel suo intreccio di affetti lavoro e riposo, come figli e figlie nell’Unigenito Figlio di Dio.

L’esperienza comune ad ogni uomo traccia la via maestra per imparare questa tenera figliolanza. È la via del desiderio in senso pieno, cioè in grado di attingere la realtà, non ridotto a pura mossa interiore al soggetto. Il desiderio, in mille forme diverse, dice ad ogni uomo la necessità di essere amato definitivamente, perfino oltre la morte, e lo urge ad amare definitivamente, a sua volta. Qual è allora il criterio che verifica l’apertura totale del desiderio, consentendo questo definitivo reciproco amore?

Una suggestiva risposta ci viene dalla Bibbia: «Io sono la madre del bell’amore» (Sir 24, 18). Qui all’amore viene accostata la bellezza.

Cosa vuol dire bell’amore? Quando l’amore è bello? Tommaso parla della bellezza come dello “splendore della verità”. Per Bonaventura la persona che “vede Dio nella contemplazione”, cioè che lo ama, è resa tutta bella (pulchrificatur) .

La tradizione cristiana, con le parole del Salmo, definisce Gesù Cristo come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3). Il bell’amore pertanto non è un’Idea astratta, ma la persona di Gesù, bellezza visibile del Dio invisibile, che per amore si è fatto come uno di noi. Il bell’amore imprime la sua forma in chi lo accoglie aprendolo a relazioni nuove e partecipate. Questo ci permette di dire che l’amore è bello quando è vero, cioè oggettivo ed effettivo. San Paolo, nel capitolo 5 della Lettera agli Efesini, lo rinviene nell’amore tra Cristo e la Chiesa intrecciato a quello tra il marito e la moglie (cfr Ef 5, 32-33).

2. Una nuova grammatica dell’amore?

Con la dottrina del bell’amore il cristianesimo ha dunque la pretesa di intercettare una delle dinamiche fondamentali della vita dell’uomo. Questo dato, tuttavia, non può ignorare le pesanti prove cui oggi sono sottoposte le relazioni, anche le più intime, come quelle tra uomo e donna, tra marito e moglie, tra genitori e figli. L’amore non è mai stato una realtà a buon mercato, tantomeno lo è oggi. Proprio nelle relazioni amorose si avvertono gli effetti della difficile stagione che stiamo vivendo. È mutata la grammatica degli affetti, anzitutto nel suo elemento determinante che è la differenza sessuale. E dalla sfera privata tale processo sempre più va dilagando nella stessa vita civile.
Tra quanto viene quotidianamente immesso dai codici culturali dominanti e il messaggio cristiano del bell’amore sembra essersi scavato un fossato invalicabile.

Nell’attuale e magmatico contesto culturale si può ancora ragionevolmente credere nella proposta cristiana del bell’amore? Tanto più che molti uomini, pure segnati da secoli di evangelizzazione cristiana – e tra di loro non pochi praticanti -, non comprendono e rigettano gli insegnamenti della Chiesa in materia di amore e sessualità.

Come tacere inoltre, di questi tempi, la bufera che ha investito la Chiesa cattolica per il tragico scandalo della pedofilia perpetrata da chierici e talora coperta per negligenza o ingenuità dal silenzio di autorità ecclesiastiche? Lo scandalo pedofilia, con l’effetto di un detonatore, sembra a molti aver ridotto in frantumi la proposta degli stili di vita sessuale e la visione dell’uomo ad essi sottesa che da secoli la Chiesa persegue. Riguardo al problema specifico della pedofilia mi ha colpito l’osservazione: «La parola spesa in questi mesi da chi opera nel settore, sia esso medico, psichiatra, ricercatore, psicologo, giurista, occupa uno spazio del tutto irrilevante rispetto al fiume di parole emerse in questi mesi da giornali, radio, televisioni, dibattiti… Perché questo silenzio?… È auspicabile che alla denuncia degli scandali, giusta e doverosa, segua anche una riflessione ed un approfondimento della questione, per poterla affrontare in maniera efficace» .

Come pastore non ho una competenza specifica per tentare una qualche risposta circa la natura e le conseguenze di simili inaccettabili abusi. Mi sembra tuttavia che le parole-chiave – “misericordia”, “giustizia in leale collaborazione con le autorità civili”, ed “espiazione” – indicate con addolorata forza da Benedetto XVI nella Lettera ai cristiani di Irlanda, consentano di affrontare ogni singolo caso, dal momento che, come bene è stato detto, anche uno solo è di troppo. Il Papa non si sottrae alla corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza, ad andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo. Si tratta di una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione.

Anche per queste ragioni sento la necessità di affrontare di petto la domanda circa la credibilità e la convenienza della proposta cristiana in tema di sessualità e di bell’amore.

Come questa radice costitutiva del desiderio dell’uomo può essere da lui concretamente vissuta?

Una sofisticata risposta ci viene dalle neuroscienze. In particolare le neuroscienze dell’etica si sono poste il problema dell’amore nel quadro del loro tentativo di spiegare in termini puramente neuronali il decisivo interrogativo antropologico: cosa significa realmente esistere come esseri pensanti (coscienti)? . Helen Fisher, antropologa americana, considerata tra le esperte del settore, pubblica ormai da diversi anni libri e articoli scientifici, sia specialistici che divulgativi, sul tema dell’amore.

La studiosa, con il suo team di ricerca, ha attribuito un’importanza considerevole al cosiddetto stadio dell’amore romantico (romantic love) . Esso – con l’attrazione sessuale (libido o lust) e con l’attaccamento (attachment) – si ridurrebbe, a detta dell’autrice, ad una delle tre reti primordiali del cervello attraverso le quali si snoda l’intera parabola affettivo-relazionale tra uomo e donna .

Non mi pare azzardato ravvisare in simili posizioni il tentativo di considerare l’uomo come puro esperimento di se stesso, secondo la forte ma emblematica espressione del filosofo della scienza Jongen.

3. Il dato incontrovertibile: l’io-in-relazione

L’alternativa all’uomo come esperimento di se stesso nasce dall’ascolto dell’esperienza umana comune. Essa rivela che l’altro/gli altri non sono una mera aggiunta all’io, ma un dato a lui originario. La personalità di ciascuno è immersa in una trama di relazioni: il dato relazionale è incoercibile.

Fin dal grembo di sua madre ogni uomo, come figlio o come figlia, è situato in una relazione costitutiva. La sua stessa nascita, per quanto potrà essere manipolata in laboratorio, custodisce il mistero dell’alterità: nessun uomo potrà mai auto-generarsi.

La prospettiva antropologica dell’io-in-relazione, accolta in tutta la sua ampiezza, ci porta a considerare in modo adeguato la differenza sessuale . Essa si rivela anzi come il luogo originario che ci introduce al rapporto con la realtà. È la prima ed insostituibile scuola per imparare l’alterità .

Per l’autore del Libro dei Proverbi «La via dell’uomo in una giovane donna» è considerata tra le «cose troppo ardue a comprendersi» (cfr Prov 30, 18-19). A questo proposito un grande biblista commenta: «L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita; è ciò che fa passare l’uomo attraverso la figura di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da sé quando nasce. Questo fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» . In altri termini, quando l’uomo e la donna si incontrano fanno l’esperienza da una parte di ricominciare qualcosa che in forza della loro nascita già conoscono, dall’altra di dar vita ad una novità. Questa è possibile quindi perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda circa la propria origine. Potremmo esprimerla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? In quanto situato nella differenza sessuale l’altro da me mi “sposta” (dif-ferenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Essere situati nella differenza sessuale si rivela pertanto come un grande dono che, bene inteso, diventa diffusivo di amore e di bellezza. Qui sta l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore non è mai un rapporto a due. Infatti la differenza uomo-donna, con questo suo valore originario, trova il suo fondamento nella differenza delle Tre Persone nell’unico Dio. Il bisogno/desiderio dell’altro che a partire dalla differenza sessuale ogni persona, come uomo e come donna, sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a Sua immagine.

Cristo Gesù, forma piena del bell’amore trinitario nella storia, spalanca ad ogni uomo e ad ogni donna la possibilità di partecipare a questa esperienza.

4. Assicurare gli affetti

Con la sua morte e resurrezione Gesù Cristo ci ha liberati dalla paura della morte (cfr Eb 2,14-16). Ciò è decisivo per vivere in pienezza gli affetti che si inscrivono primariamente all’interno dell’uomo-donna (differenza sessuale). La paura della morte, infatti, appare spesso la segreta padrona delle relazioni tra l’uomo e la donna, tra i genitori e i figli. Essa è all’origine della smania del “tutto e subito” nei rapporti amorosi che, con la stessa rapidità, si bruciano e si moltiplicano. Ritroviamo questa dinamica nel rapporto tra le generazioni: la decisione di generare o di non generare figli, sovente è determinata dalla paura del carattere contingente dell’esistenza.

L’antidoto contro il veleno di morte che penetra ogni umana relazione è tuttavia già presente nella storia. Sta nella manifestazione della verità dell’amore offertaci dalla morte-resurrezione pro nobis di Cristo. La vittoria dell’Amore sulla morte fa brillare il senso pieno della differenza sessuale: il suo essere destinata al bell’amore che va oltre la morte.

5. La castità: una pratica conveniente

La proposta cristiana circa la sessualità e il bell’amore indica un percorso di vita che conduce a quella soddisfazione e a quella gioia cui il desiderio rettamente inteso spalanca l’uomo. Come educarci concretamente a vivere gli affetti secondo questa integralità ed autenticità? Emerge in proposito una grande parola oggi purtroppo caduta in disuso: castità. Se correttamente intesa, essa si rivela inscritta nella struttura stessa del desiderio come la virtù che regola la vita sessuale rendendola capace di bell’amore.

Casto è l’uomo che sa tenere in ordine il proprio io. Lo libera da un erotismo apertamente rivendicato e vissuto, fin dall’adolescenza, in forme sempre più contrattuali e senza pudore. Certo, l’amore è uno in tutte le sue forme, compreso l’amore ridotto a venere, per usare un’espressione cara a Clive Staples Lewis, il quale definisce così il mero esercizio della sessualità e lo distingue dalla capacità di amare, che implica eros ed agape (Deus caritas est). Ma anche quando si riduce ad un comportamento quasi animalesco, l’amore esprime, in modo del tutto distorto, una domanda di verità.

Nessuno uomo può essere casto se non stabilendo liberamente una gerarchia di valori: «La castità esprime la raggiunta integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale» (CCC 2337). Se noi disaggreghiamo venere, eros ed agape ci condanniamo alla rottura tra la dimensione emotiva e quella del pensiero, di cui la morte del pudore è il sintomo più grave.

A queste condizioni l’esperienza del bell’amore diviene impossibile e il rapporto amoroso è ridotto a una meccanica abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco: sull’idea, del tutto priva di fondamento, che nell’uomo esista un istinto sessuale. Invece è vero il contrario, come dimostra certa psicanalisi : anche nel nostro inconscio più profondo tutto l’io è in gioco. La castità mette in campo un’esperienza comune a tutti. In ogni ambito della sua esistenza l’uomo sa bene di non poter trovare soddisfazione senza sacrificio. Il sacrificio è una strana necessità, ma è la strada che assicura il godimento. Nella sfera sessuale e nei rapporti amorosi questo è particolarmente evidente. Perché abbiamo definito “strano” il sacrificio? Perché tutti noi avvertiamo una resistenza sana di fronte ad esso. Se siamo fatti per la soddisfazione, perché il sacrificio? Non è forse contrario alla natura della soddisfazione? Il valore ultimo del sacrificio non può quindi risiedere in se stesso, né nel fatto che mi sia imposto dall’esterno, da una qualsiasi autorità. Devo giungere a scoprirne la convenienza, cioè la sua intrinseca ragionevolezza per la piena riuscita della mia umanità. Esso è condizione e non fine.

La croce e la resurrezione di Cristo hanno la forza di mostrare che l’inevitabile sacrificio presente in ogni umana azione ha come scopo positivo il raggiungimento del proprio destino. Il sacrificio spaventa quando non se ne sa il perché. La virtù della castità è una grande scuola al valore misteriosamente positivo del sacrificio. Essa chiede la rinuncia in vista di un possesso più grande. Posso rinunciare se sono certo che questa rinuncia mi fa possedere in pienezza il bene che voglio, come soddisfazione del mio desiderio. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. Il puro piacere non è autentico godimento, tant’è vero che finisce subito. E se resta chiuso in se stesso lentamente annulla il possesso, lo intristisce, lo deprime. A ben vedere l’uomo cerca quel piacere che dura sempre, cioè il gaudium (godimento). Lo aveva ben capito Sant’Ignazio di Loyola. Mi colpisce sempre il fatto che, quando dico queste cose ai giovani, incontro più sorpresa ed interesse che obiezione. Intuiscono che un cammino di castità fin da adolescenti, attraverso la strada di un progressivo dominio di sé che rinuncia a comportamenti immaturi e presuntuosi, apre a una prospettiva di realizzazione nella quale si chiarisce il disegno amoroso di Dio su ciascuno di loro. Sessualità ed amore su queste basi si realizzano compiutamente come possesso nel distacco . In questa luce emergono in tutta la loro pienezza la vocazione alla verginità e al celibato così come quella al matrimonio indissolubile, fedele e fecondo tra l’uomo e la donna.

a) Verginità

La verginità come forma di vita riguarda solo alcuni chiamati alla imitazione letterale della umanità di Cristo, il quale ha vissuto in obbedienza povertà e nella perfetta continenza, e per questo rinunciano alla modalità comune dell’esercizio della sessualità, alla famiglia e alla generazione nella carne. Nella prospettiva del Regno di Dio la verginità anticipa il compimento finale che riguarda tutti gli uomini. Una simile forma di vita non prescinde affatto dal proprio essere situati nella differenza sessuale.

b) Celibato ecclesiastico

Per meglio comprendere questa affermazione conviene guardare in faccia a un’altra delle questioni oggi discusse, quella del celibato. La dedizione a Cristo che il ministero ordinato implica, sul modello del servo sofferente e del buon pastore pronto a spendersi per l’unica pecora perduta, consente ai sacerdoti di vivere il bell’amore.

Chi è chiamato alla verginità e al celibato non è uno che si sottopone a mutilazioni psicologiche e spirituali, ma un uomo che, praticando la castità perfetta, deve pazientemente arrivare all’unità spirituale e corporale del proprio io. La sessualità intesa come differenza non è riducibile alla dimensione genitale, a cui in nome del celibato si rinuncia. Tuttavia nella Chiesa di oggi è necessario uno sforzo educativo in grado di illuminare la scelta del celibato fin nelle sue motivazioni antropologiche. Occorre approfondire un dato lasciato un po’ in ombra. Mi riferisco alla natura nuziale della scelta verginale e celibataria. L’amore, fin dentro la Trinità, possiede sempre una dimensione nuziale, fatta di differenza, di dono di sé e di fecondità. Il celibato quindi non può essere adeguatamente compreso in termini meramente funzionali. Nel celibato il sacerdote non rinuncia al matrimonio e alla famiglia principalmente o solo per aver più tempo da dedicare al proprio lavoro ecclesiastico.

Dal significato profondamente cristologico, escatologico, ecclesiologico ed antropologico del celibato si capisce la ragione della sua profonda convenienza e pertanto della disciplina della Chiesa latina in proposito. Il celibato sacerdotale affonda le sue radici nella stessa chiamata apostolica che chiede letteralmente di “lasciare tutto”. A conferma di questo suo valore originario sta anche tutta la tradizione orientale che per l’episcopato, pienezza del sacramento dell’ordine, ha sempre esigito la scelta del celibato.

c) Indissolubilità del matrimonio

La virtù della castità getta piena luce anche sul carattere indissolubile della relazione coniugale tra l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio. In effetti l’amore per sua natura chiede il “per sempre”, nonostante l’umana fragilità. È nell’indissolubilità del matrimonio che la relazione tra l’uomo e la donna raggiunge la sua vera dignità. L’idea di una revocabilità del dono ferirebbe mortalmente il mistero nuziale e renderebbe inautentica la relazione stessa. Al contrario, l’indissolubilità garantisce la profonda aspirazione dell’uomo e della donna ad un sì irrevocabile. Il “sì” che si esprime nella scelta della verginità e nel celibato si pone così obiettivamente in relazione al “sì” che i coniugi si promettono per sempre nel matrimonio. La fedeltà non è una proprietà accessoria dell’amore. Semplicemente là dove non c’è fedeltà non c’è mai stato propriamente parlando amore. Pertanto i coniugi sono chiamati a vivere nel loro amore fedele, indissolubile e fecondo quanto viene espresso anche nella scelta della verginità e del celibato. Così come i vergini e i celibi incontrano nel matrimonio indissolubile una testimonianza convincente della dimensione nuziale della loro chiamata.

6. Bell’amore e amore casto

Tornando, in conclusione, al tema del bell’amore, siamo ora in grado di identificarlo con l’amore casto, quell’amore che entra in rapporto con le cose e le persone non per la loro immediata apparenza, in sé transitoria, né per il tornaconto che ne può ottenere: infatti «passa la scena di questo mondo» (1Cor 7). Il distacco chiesto nell’amore casto in realtà è un entrare più in profondità nel rapporto con Dio, con gli altri e con se stessi. Neppure l’umana fragilità sessuale rappresenta ultimamente un’obiezione fondata alla castità. Infatti la caduta non viene ad annullare la natura profonda dell’umano desiderio che continua a domandare riconoscimento della differenza sessuale e ad urgere il possesso vero, quello che mai si dà senza distacco. La figura morale compiuta dell’umano non è l’impeccabilità ma la “ripresa”. Essa registra, sempre più col passare degli anni, il dolore per ogni singolo peccato mentre per la grazia del perdono di Dio approfondisce l’amore. Agostino descrive con potenza questa umana condizione: «David ha confessato: “riconosco la mia colpa” (Sal 50, 5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Sia data alla nostra condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono» .

09 June, 2010

Delibera del Comune di Brescia per le famiglie numerose
di - FNC


La FNC ringrazia l’avv. Giorgio Maione e il dott. Andrea Arcai per l’iniziativa intrapresa a favore delle famiglie numerose e per aver dato seguito alle richieste delle associazioni tra le quali FNC.

COMUNE DI BRESCIA
SETTORE SERVIZI SOCIALI
E POLITICHE PER LA FAMIGLIA E SETTORE PUBBLICA ISTRUZIONE

Brescia, 26 maggio 2010

Gentile Famiglia,
L'Amministrazione comunale di Brescia intende, anche per l’anno 2010, riconoscere il ruolo centrale della famiglia nella comunità ed in particolare volge la sua attenzione alle famiglie numerose che più di altre, in un periodo di difficoltà economica, devono poter garantire la soddisfazione dei bisogni primari quali l’istruzione scolastica per i propri figli.
L'Amministrazione ha pertanto deciso di erogare anche per l’anno 2010 alle famiglie numerose un contributo economico, variabile da € 700,00 a € 300,00, per il quale è prevista una spesa complessiva di Euro 180.000,00.
Sperando di fare cosa gradita, si allegano copia delle modalità e delle condizioni di accesso al buono, oltre al modello di domanda da compilare e restituire agli uffici del Settore Servizi Sociali e Politiche per la Famiglia entro il 29 luglio 2010.
L’Amministrazione comunale ha altresì confermato le misure volte a rendere gratuiti per le vostre famiglie (a partire dal 4° figlio), una serie di servizi quali l’asilo nido, la refezione delle scuole d’infanzia e delle scuole primarie, il trasporto scolastico riservato, il pre-scuola/tempo prolungato, misure per alle quali è possibile accedere all’atto dell’iscrizione dei propri figli ai servizi richiesti. Dal prossimo anno scolastico, la gratuità del servizio di refezione della scuola dell’infanzia è stata estesa anche alle scuole dell’infanzia paritarie convenzionate; in questo caso la spesa sostenuta viene rimborsata dal Settore Pubblica Istruzione al termine dell’anno scolastico di riferimento dietro presentazione delle ricevute di pagamento.

Un saluto cordialissimo.


L’Assessore alla Pubblica Istruzione
Andrea Arcai
L'Assessore alla Famiglia alla Persona e ai Servizi Sociali
Giorgio Maione




Finalità, criteri e modalità di erogazione del BUONO alle famiglie numerose.


Finalità

Sostenere la famiglia numerosa in particolare per:
1. Integrare il reddito per prolungare il congedo parentale o ridurre l’orario lavorativo
2. Sostenere l’accesso ai servizi per la prima infanzia, compresi quelli di baby sitting
3. Sostenere l’accesso a servizi integrativi, pre e post scuola, servizi per i periodi delle vacanze scolastiche, per la socializzazione, per attività sportive, ricreative, culturali e del tempo libero
4. Garantire la fruizione dei servizi di trasporto e di accompagnamento
5. Garantire servizi per l’assistenza con particolare attenzione al minore disabile
6. Sostenere il ricorso a lezioni private e acquisto di sussidi scolastici
7. Sostenere la frequenza di stage e corsi formativi
8. Sostenere la famiglia nei costi per tariffe utenze domestiche

Destinatari

Famiglie anagrafiche con 4 e più figli, di cui almeno uno a carico.
Famiglie anagrafiche con 3 e più figli, di cui almeno uno a carico, e un nonno/a.
Famiglie anagrafiche con 3 e più figli minori, di cui uno in condizione di handicap certificato ai sensi della Legge 104/92.

Si considerano come componenti il nucleo anche i bambini/e, ragazzi/e in affido preadottivo e in affido familiare.

Modalità di erogazione

Il buono è erogato per l’anno 2010 alle famiglie che con un limite ISEE pari o inferiore a € 25.000,00 annui.

Sono escluse dal beneficio le famiglie che si trovano in situazione debitoria con l’amministrazione comunale, con l’Aler e con società di distribuzione di utenze domestiche: acqua, elettricità, gas, nettezza urbana, teleriscaldamento.

Il buono è fissato come segue:

Euro 700 fino a un limite ISEE di € 12.500
Euro 450 da un ISEE di € 12.501 a un ISEE di € 20.000
Euro 300 da un ISEE di € 20.001 a un ISEE di € 25.000

Requisiti per l’ammissione

• la presenza stabile in città di tutti i membri del nucleo familiare
• che il genitore/i del nucleo familiare in oggetto siano residenti in Regione Lombardia da almeno cinque anni CONTINUATIVI alla data di presentazione della domanda

Consegna delle domande

Termine di scadenza per la presentazione delle domande: giovedì 29 luglio 2010 ore 16,00.

La domanda, indirizzata al Settore Servizi Sociali e Politiche per la Famiglia - Piazzale Repubblica n. 1 – Brescia - Ufficio Minori, può essere consegnata:

- a mano solo nelle giornate di lunedì e giovedì dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16;

- per posta ordinaria (allegando il documento di identità)

- per posta elettronica, in copia scannerizzata formato PDF, allegando fotocopia del documento di identità, o con firma elettronica certificata, all’indirizzo szucchetti@comune.brescia.it





07 June, 2010

La denatalità alla base della crisi economica
di - ZENIT


di Ettore Gotti Tedeschi*

ROMA, giovedì, 3 maggio 2010 (ZENIT.org).- Nelle decine di dibattiti a cui ho partecipato sull’attuale crisi economica negli ultimi due anni raramente ho sentito affrontare il problema delle sue origini e della sua realtà storica. Per cui cercherò di ragionare su questi temi in un modo che non è usuale.
L’origine di questa crisi economica non risiede nell’uso sbagliato di strumenti finanziari da parte di banchieri o politici o finanzieri. Questa crisi trova origine nel fatto che abbiamo negato la vita, non abbiamo fatto figli, o oltre a non farli, li abbiamo anche uccisi e quindi abbiamo ridotto la crescita della popolazione al di sotto dei ritmi naturali, penalizzando gravemente la crescita economica, lo sviluppo, il benessere.
Per quale ragione queste cose non si dicono? Non si dicono perché sono considerate di carattere morale. E tutto ciò che è di carattere morale non viene considerato perché apparentemente non scientifico.
Come afferma anche Papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, l’origine di questa crisi è di carattere morale: si è negata la vita.
Nel primo capitolo dell’enciclica il Papa richiama le due encicliche di Paolo VI, Popolorum Progressio (1967) e Humanae Vitae (1968). Paolo VI suggeriva che una logica di sviluppo economico non potesse prescindere dal valore dell’uomo e quindi dal valore della vita e che lo sviluppo dovesse essere integrale per l’uomo e non soltanto materiale.
Infatti nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI espone con una razionalità estrema il fatto che la conseguenza del non rispetto della vita e di uno sviluppo integrale dell’uomo ha generato una forma di nichilismo e un allontanamento della cultura contemporanea da ogni forma di verità o di principio di riferimento. Tale riduzionismo ha influenzato l’economia, la finanza, la politica, al punto da conseguire una forma di autonomia morale che è diventata nemica dell’uomo.
Circa le ragioni del crollo dello sviluppo economico che ha portato a questa crisi, già nel 1968, all’Università di Stanford, il professor Paul Ralph Ehrlich iniziò a proporre una sua teoria neo-malthusiana secondo la quale se la crescita della popolazione fosse continuata ai ritmi degli ultimi anni avrebbe provocato un fenomeno che fu considerato terrificante al momento: cioè centinaia di milioni di persone prima dell’anno 2000 sarebbero morte di fame per la mancanza di risorse.
Qualche anno dopo in un libro dal titolo “I limiti dello sviluppo” elaborato e proposto dal Club di Roma e da tanti altri circoli simili, riproponeva le profezie catastrofiche di Herlich, sostenendo che il tasso di crescita della popolazione era troppo alto, che andava fermato, altrimenti decine di milioni di persone sarebbero morte di fame prima dell’anno 2000 in Asia, in Cina ed in India. Voi immaginate un pò: non solo non sono morte di fame, ma sono diventate più ricche di noi al punto da tenere in piedi la nostra economia.
E chi ha prodotto questa ricchezza? E’ stata proprio la crescita della loro popolazione. Cosa provoca un sistema economico che non fa figli? Mi limito soltanto alla mia conoscenza dei fatti ed esclusivamente alle “culle vuote”. Le “non nascite” provocano una forma di congelamento del numero della popolazione e conseguentemente l’aumento dei costi fissi di una struttura economica. Negli anni ’70 il mondo era diviso per convenzione in 4 grandi aree: il mondo sviluppato, circa un miliardo di persone, con Stati Uniti, Canada, Giappone, Europa; poi c’era il secondo mondo, quello del blocco sovietico; poi c’era un mondo in via di sviluppo; e infine il quarto mondo in condizioni di grave sottosviluppo.
In quegli anni il cosiddetto mondo sviluppato a causa delle teorie neo-malthusiane bloccò la crescita della popolazione da un 4-4,5% ad un progressivo declino fino allo 0% degli anni Ottanta soprattutto in Europa, Stati Uniti, Canada e Giappone.
Lo sapete che cosa vuol dire crescita zero? Uno pensa: non si fanno figli! No, crescita zero vuol dire che si fanno due figli a coppia che è il tasso di sostituzione. La crescita zero, provoca il congelamento del numero di una popolazione e ne cambia la composizione: ci sono meno giovani che accedono al mondo del lavoro e della produttività e più persone che escono dal mondo del lavoro per anzianità. Questo provoca da un lato una minor produttività, un rallentamento del ciclo dello sviluppo sociale, quindi meno coppie si sposano, meno coppie fanno figli e dall’altro aumentano i costi fissi. Perché le persone che invecchiano hanno un costo maggiore come pensioni e come sanità. Questo è un fenomeno che venne completamente ignorato. La crescita zero provoca l’impossibilità di ridurre le tasse perché aumentano i costi fissi: nel 1975 il peso fiscale in Italia era il 25% del prodotto interno lordo, oggi è il 45%. Il fenomeno delle culle vuote non solo rallenta completamente la crescita ma fa crollare il tasso di accumulazione del risparmio, perché la famiglia singola, la famiglia con un solo figlio tende a non risparmiare, perde motivazioni e non vede grandi prospettive.
Che cosa fece la nostra civiltà sviluppata per compensare il crollo dello sviluppo conseguente al crollo delle nascite? Attuò due interventi concreti di carattere economico: l’aumento della produttività; la delocalizzazione produttiva. L’aumento della produttività attraverso l’innovazione tecnologia, cercando di produrre di più per far crescere di più il tasso di sviluppo. La seconda strategia fu la delocalizzazione produttiva cioè il trasferimento in Asia di una serie di produzioni a basso costo con l’obiettivo di avere il ritorno dei beni che costavano meno e che facevano aumentare il potere d’acquisto. Ma anche questo non bastò. Allora si adottò il cosiddetto sistema della crescita a debito, facendo indebitare il sistema economico e soprattutto le famiglie.
Vi do 2 numeri: dal 1998 al 2008 l’indebitamento del sistema ‘Italia’ è cresciuto dal 200% al 300% del Pil cioè del 50%. Tutto questo per sostenere il tasso di crescita che prescindeva completamente dalle nascite e dalla crescita della popolazione. Ma andò ancora peggio negli Stati Uniti, appesantiti anche da esigenze di budget militare. Negli ultimi 10 anni, dal 1998 al 2008 il peso dell’indebitamento delle famiglie americane sul Pil è passato dal 68% al 96%, cioè di 28 punti percentuali. Ventotto diviso dieci fa 2,8 all’anno di crescita dovuto completamente al tasso di indebitamento delle famiglie: cioè le famiglie per sostenere i consumi e la crescita economica del Pil si sono indebitate fino ad un livello non più sostenibile. Le famiglie si sono trovate ad essere loro sussidiarie allo Stato, anziché il contrario. Le famiglie si sono indebitate per molti anni, hanno visto crollare il valore dei loro investimenti, hanno visto crollare il valore della casa che avevano comperato, hanno visto crollare il valore del fondo pensione e tutto questo indebitandosi per tenere in piedi quasi il 75-80% del Prodotto interno lordo americano. E tutto questo perché? Perché non si facevano figli o non se ne facevano nascere abbastanza; è chiaro e lo sappiamo tutti che il tasso di crescita americano della natalità era lievemente superiore, ma ciò è dovuto molto anche al processo di immigrazione latino-americana che non è stato sufficiente a compensare le esigenze del Pil americano.
In conclusione: tanti anni fa abbiamo pensato che non facendo figli saremmo diventati più ricchi, saremmo stati meglio. E’ successo esattamente il contrario: non facendo figli, siamo diventati più poveri e staremo male per molto tempo se non riusciamo a sgonfiare questo sistema di indebitamento e se non torniamo a far nascere almeno i bambini concepiti.
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Ettore Gotti Tedeschi è Presidente dello IOR (Istituto Opere Religiose).



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