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14 August, 2016

Spagna. Vescovi perseguitati: vietato criticare il gender
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Nel giugno scorso il Tribunale Superiore di Giustizia della Comunidad Valenciana sembrava aver posto una pietra sopra alle polemiche sulle dichiarazioni dei vescovi spagnoli contro l’ideologia gender. Era stata infatti archiviata rapidamente la denuncia nei riguardi dell’Arcivescovo di Valencia, card. Antonio Cañizares, da parte di gruppi legati al femminismo e alla galassia lgbt.
Tuttavia la decisione dei giudici, basata sulla Costituzione spagnola e sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che difendono il diritto di espressione, non è stata sufficiente a rasserenare gli animi di chi vuole mettere a tacere ogni sospiro vagamente critico nei confronti delle politiche gay-friendly iberiche.
Il mirino arcobaleno dell’associazionismo omosessuale si è nuovamente spostato su esponenti del clero. Stavolta, ad essere citati a giudizio, sono non uno, ma tre presuli. L’Osservatorio spagnolo contro la LGBTfobia ha denunciato davanti alla procura di Madrid il vescovo di Getafe, mons. Joaquin Maria López de Andújar, il suo ausiliare José Rico Pavés e il titolare della diocesi di Alcalà, mons. Juan Antonio Reig Pla.
L’accusa nei loro confronti è analoga a quella formulata due mesi fa al card. Cañizares: “Incitamento all’odio e alla discriminazione verso la comunità omosessuale”. Ma non basta. Il gruppo lgbt ha reso noto che sta prendendo in considerazione di presentare una denuncia penale verso i tre rappresentanti cattolici, accusandoli di “incitamento alla disobbedienza della legge”.
Il fuoco di fila contro i tre vescovi è iniziato lunedì scorso, 8 agosto. La loro colpa è stata quella di aver diffuso una nota assai critica verso la legge approvata il 14 luglio in via definitiva dall’Assemblea autonoma di Madrid.
La norma, che porta la firma della presidentessa dell’Assemblea Cristina Fuentes (non una vetero-marxista bensì una esponente del Partito Popolare), si propone di “superare gli stereotipi” e gli “atteggiamenti sessisti” attuando una “depatologizzazione della transessualità”, che passa anche attraverso il cambio di sesso di bambini molto piccoli, finanche senza l’autorizzazione dei genitori.
I tre vescovi si sono fatti portavoce di molti cittadini madrileni, preoccupati da un disegno politico-culturale di tale portata antropologica. Di qui l’accusa secondo cui tale legge “contraddice il diritto naturale in accordo con la retta ragione e pretende di ridurre al minimo l’insegnamento pubblico della Bibbia, del Catechismo e del Magistero della Chiesa cattolica”.
Considerata inoltre “un attacco al diritto dei genitori ad educare i propri figli”, i tre vescovi hanno parlato di “una legge arbitraria, che non contempla neppure l’obiezione di coscienza e che i partiti, i sindacati, i mezzi di comunicazione e le grandi industrie vogliono imporre attraverso un pensiero unico che annulla la verità sull’uomo”.
Il pensiero dei presuli si è poi spostato sui bambini, giacché questa legge vorrebbe sottoporre quanti tra costoro soffrono di “disforia di genere” a trattamenti farmacologici che ne blocchino la pubertà. Sono però innumerevoli le perplessità del mondo scientifico in merito a questo tipo di trattamenti. “Tra le vere vittime della cultura del relativismo – la riflessione dei vescovi – ci sono coloro che soffrono la confusione sulla propria identità, una confusione che con leggi come questa sarà ulteriormente aggravata”.
I tre vescovi si sono sentiti in obbligo di intervenire data la gravità della situazione che va prefigurandosi con leggi di tal risma. E hanno sentito anche la necessità di fare un appello ai politici, ai professionisti della sanità e dell’educazione, così come agli sposi e ai padri di famiglia, nonché ai sacerdoti, a lottare “per l’edificazione di una cultura che vinca la menzogna dell’ideologia e si apra alla verità della creazione e della persona umana, garanzia ineludibile per la libertà”.
A corroborare l’appello, uno sprone dalla eco evangelica: “Se noi tacciamo, grideranno le pietre”. I sassi possono però risparmiare il fiato. Il popolo spagnolo non intende piegarsi al diktat dell’ideologia gender. Lo ha dimostrato già la massiccia adesione alla processione mariana di Valencia, dopo l’affissione di alcuni manifesti blasfemi da parte degli lgbt. E lo dimostra, oggi, la campagna on-line in solidarietà dei tre vescovi, che in soli quattro giorni sta per raggiungere le 20mila firme necessarie per chiedere alle istituzioni di tutelare la libertà di coscienza.

06 August, 2016

Italia. Consegnato dossier sul gender alla Presidenza del Consiglio
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Una delegazione del Comitato Difendiamo i Nostri Figli ha consegnato presso il Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri un dossier sui casi di gender delle scuole, un’autocertificazione sulle oltre 70mila firme già raccolte sulla libertà educativa, la richiesta di ufficializzazione del consenso informato preventivo per affermare il diritto del primato educativo dei genitori e una copia del manifesto educativo redatto dallo stesso Comitato. È stata inoltre rinnovata la richiesta di essere ricevuti dal ministro Boschi in quanto coordinatrice della cabina di regia sull’educazione di genere.
Le segnalazioni evidenziate nel nostro dossier confermano, infatti, la necessità che le famiglie siano informate ed esprimano consenso su percorsi educativi su temi sensibili collegati al comma 16 della legge 107 ‘La buona scuola’.
“Il Comitato rinnova la condanna ferma dei casi di violenza di genere e condivide ogni sforzo teso alla promozione di un’educazione alla parità dei sessi intesa come parità di opportunità, diritti e dignità, senza che questo apra ad una contrapposizione tra genere maschile e femminile a danno dell’identità sessuata dei bambini, ma piuttosto favorisca una alleanza tra uomo e donna nel rispetto della diversità dei sessi”, dichiara Massimo Gandolfini, presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli e promotore degli ultimi due Family Day del 2016 e del 2015.
“Questo impegno trae rinnovato sostegno – prosegue Gandolfini – dalle parole pronunciate da Papa Francesco nel discorso ai Vescovi polacchi del 27 luglio scorso, in cui il Santo Padre ha chiaramente denunciato e condannato senza equivoci l’ideologia Gender, parlando di ‘colonizzazioni ideologiche’ che vengono insegnate a scuola”.
“Dunque – aggiunge il presidente del Family Day – il gender c’è, esiste eccome, purtroppo, ma ciò che è gravissimo ed intollerabile è che se ne propone l’insegnamento a scuola, travestendolo di educazione alla tolleranza, contro ogni discriminazione”. “Lo ripetiamo con grande chiarezza: la scuola non può trasformarsi in agenzia per colonizzazioni ideologiche, che insegnano la menzogna di identità ed orientamenti di genere variabili secondo desiderio. Sesso = Genere: due sessi = due generi. Il resto è colonizzazione ideologica. Il nostro Comitato trova nelle parole del Papa nuova forza e coraggio per proseguire nella propria missione di difesa della famiglia e dei nostri figli”. Conclude Massimo Gandolfini.

25 July, 2016

“Trieste redenta”: via l’anticattolicesimo e l’ideologia gender
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Se non fosse che su Trieste da sempre soffia la peculiare bora, si potrebbe dire che nella città giuliana il vento è cambiato.
Lo scorso 19 giugno, con il 52,63% dei voti, Roberto Dipiazza ha vinto al ballottaggio sul suo avversario nonché primo cittadino in carica Roberto Consolini. Il candidato di centro-destra si è ripreso così la fascia tricolore, che aveva già indossato al Comune di Trieste per due mandati, dal 2001 al 2011.
Fin qui la fredda cronaca di un’alternanza politica i cui effetti solo saltuariamente vengono recepiti dai cittadini. A Trieste, tuttavia, il cambio di Giunta amministrativa ha davvero sortito qualche significativa inversione di rotta.
Il neo-sindaco Dipiazza ha voluto da subito impugnare lo scalpello per togliere all’antica “città redenta del suo carattere italiano” quell’impronta ideologica che le aveva dato il suo predecessore di centro-sinistra.
Appena rientrato nelle stanze del Municipio, Dipiazza si è personalmente reso protagonista di un gesto molto semplice, ma altrettanto esplicativo.
Ha riaperto un cassetto impolverato nel quale la precedente Giunta aveva deciso di ammassare i Crocifissi in legno, ed uno ad uno li ha appesi di nuovo laddove si trovavano prima che penetrasse in Comune la moda dell’anticattolicesimo travestito da “rispetto per i diversi”.
Solo dopo aver collocato i Crocifissi al loro posto, Dipiazza si è dedicato ai primi incontri con i dirigenti e con gli assessori per prendere i primi provvedimenti ufficiali.
Già nel 2009, a seguito della decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di redarguire l’Italia per la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche, Dipiazza annunciò che non avrebbe lasciato i chiodi dalle pareti orfani della Croce. Egli definì quella di Strasburgo “un’imposizione che si scontra contro i valori e le tradizioni che appartengono alla storia millenaria del nostro Paese”.
Interpretò inoltre la decisione come “segnale di debolezza dell’Europa, perché la svendita dei nostri valori non può essere adottata come forma di rispetto nei confronti di chi è portatore di un’altra religione”. Secondo Dipiazza, del resto, “è chi viene da fuori che deve adeguarsi alle nostre leggi e rispettare i simboli della nostra fede”.
A sette anni da quelle parole, Dipiazza si è trovato costretto a dover intervenire per ripristinare la condizione di normalità che aveva strenuamente difeso. Ma non solo. Il primo cittadino triestino ha dovuto tutelare, oltre alle “tradizioni del nostro Paese”, anche il diritto dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e quello dei bambini a crescere serenamente.
Nei giorni scorsi, infatti, una delibera della Giunta Dipiazza ha depennato dai programmi formativi per le scuole del Comune di Trieste il cosiddetto “Gioco del rispetto”.
Si tratta di un’iniziativa dedicata ai bambini dell’asilo che suscitò roventi polemiche nella città giuliana. Ai genitori non andò giù che questo “gioco” prevedesse che i loro figli si scambiassero i vestiti (i maschietti con abiti da femminucce e viceversa) e che “esplorassero” i corpi dei compagni, persino “nominando senza timore i genitali”, come spiegato nel kit che era stato distribuito alle insegnanti delle materne triestine.
L’opposizione di un nutrito nugolo di genitori attirò l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale su Trieste, ma non servì a dissuadere la Giunta di centro-sinistra dal proposito di trasformare le aule delle scuole materne in laboratori dell’ideologia gender.
Ora però i fautori dell’indifferentismo sessuale dovranno accomodarsi fuori dalle scuole. “I bambini sono sacri, devono poter giocare liberamente ed avere garantita un’infanzia serena”, ha detto Dipiazza dopo la delibera. Ad illustrarla, in Giunta, gli assessori all’Educazione Angela Brandi e alle Pari opportunità Serena Tonel.
“Oltre alle numerose proteste per questa sperimentazione, arrivate da parte di tanti genitori che hanno fortemente contestato sia l’opportunità che il metodo – hanno affermato le due esponenti del nuovo esecutivo comunale -, questo progetto sperimentale è costato oltre 8 mila euro e su un totale di 29 scuole appena cinque lo hanno attivato”. Rispettare il Crocifisso e il candore dei bambini, invece, non costa nulla. Solo un po’ di buon senso.


Sede Nazionale via Breda 18 Castel Mella (BS) Tel. 030 2583972

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