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29 July, 2017

Addio piccolo Charlie, ambasciatore della vita
di -


Una settimana prima del suo primo compleanno il piccolo affetto da una malattia genetica

La notizia della morte del piccolo Charlie Gard, ancor prima di compiere il primo compleanno, lascia un grande vuoto e molti interrogativi per le implicazioni morali, giuridiche e politiche  che ha suscitato.
La vicenda che ha assunto dimensioni internazionali ed ha coinvolto il Vaticano e gli Stati Uniti ha lasciato nell’opinione pubblica tante perplessità. Mentre tanti di noi abbiamo portato avanti una battaglia per la vita, sollecitando le strutture sanitarie di intervenire per venire incontro alle esigenze speciali del piccolo, affetto da una  malattia genetica rara, una forma di sindrome di  depressione del Dna mitocondriale, una patologia estremamente rara che colpisce le cellule causando un progressivo indebolimento dei muscoli e degli organi vitali, con conseguenti  danni cerebrali per i quali al momento non esistono ancora delle cure.
La Corte di Strasburgo ha giudicato, a maggioranza, che le giurisdizioni britanniche potessero legittimamente ritenere,  che non sarebbe nell’interesse del bambino continuare a vivere con la respirazione artificiale, né ricevere un  trattamento sperimentale. Secondo i giudici britannici, tali cure non gli  avrebbero procurato alcun beneficio e il bambino  avrebbe sofferto molto di più.
Ora la vicenda appare conclusa, ma il vuoto rimane e non solo nel cuore dei genitori che hanno fatto di tutto per assicurare al loro piccolo la speranza e la possibilità di tentare l’impossibile.
La Corte si è nascosta ancora una volta dietro la constatazione dell’assenza in Europa del consenso in materia di fine vita o di eutanasia, per accordare al Regno Unito un largo margine di apprezzamento sulla protezione della vita delle persone malate, e a nulla son valse le parole del Papa e lo sforzo di Trump nel concedere la cittadinanza americana al piccolo Charlie.
Adesso, come hanno dichiarato gli affranti genitori «Charlie è morto sapendo di essere stato amato da migliaia di persone»



28 June, 2017

Anche la Corte Europea vuole la morte di Charlie Strada spianata all&obbligo di decesso per i malati
di - LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA


La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata. Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.
L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.
“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.
Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.
Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.  
Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.
A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.

14 June, 2017

Colombia, ufficializzata la prima famiglia poliamorosa formata da tre gay
di - TGCOM24

"Ora siamo al 100 per cento legali"

A un anno dal riconoscimento del matrimonio omossessuale, la Colombia legalizza la prima famiglia poliamorosa. E' quella formata da tre gay, Victor Hugo Prada, Manuel Bermudez e Alejandro Rodriguez, che hanno ufficializzato la loro unione davanti alle autorità di Medellin. "Ora siamo legali al 100 per cento", ha commentato il trio in un video. Prada, di professione attore, e i suoi due congiunti, un docente di educazione fisica e un giornalista, adesso sono una famiglia a tutti gli effetti, la "trieja", così si chiama legalmente questo tipo di istituzione sociale, e in caso di separazione o decesso potranno beneficiare della pensione del defunto ed ereditarne i beni. "E' il riconoscimento che esistono altre tipi di famiglia", canta vittoria German Rincon Perfetti, avvocato dell'associazione Lgbt.
— Manuel José Bermúdez
"Volevamo ufficializzare la nostra famiglia. Non c'era nulla di solido sul piano legale che ci permettesse di riconscerci come famiglia", ha sottolineato Prada. "Siamo una famiglia, una famiglia poliamorosa. E' la prima volta in Colombia", ha aggiunto. Una "trieja" per usare il termine giuridico esatto.
Questo genere di unioni è frequente in Colombia, ma è la prima volta che una di esse "viene legalizzata", ha spiegato all'agenzia di stampa Afp German Rincon Perfetti, avvocato dell'associazione Lgbt. "E' un riconoscimento che esistono altri tipi di famiglie". Secondo Rincon, la possibilità di accedere a questo regime patrimoniale ha conseguenze "al 100 per cento legali" per i tre uomini, che in caso di separazione o decesso potranno accedere alle pensioni o procedere a una separazione dei beni.
In Colombia le coppie omosessuali hanno diritto ad adottare minori che siano figli biologici di uno dei due partner.




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