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10 November, 2013

L’OMOGENITORIALITÁ OVVERO L’ADOZIONE OMOSESSUALE
di - di Massimo Gandolfini e Roberto Marchesini


I temi cosiddetti “eticamente sensibili” o della “biopolitica” suscitano, quasi visceralmente, reazioni di schieramento fra ideologie contrapposte, che impediscono che argomenti complessi e delicati vengano affrontati in spirito di ricerca, collaborazione e dialogo, utilizzando lo strumento più “neutro” di cui disponiamo: la ragione, che produce argomentazione razionale. Nella speranza che non sia l’ennesimo buco nell’acqua, proviamo ad affrontare il tema della omogenitorialità, evitando sia argomentazioni ideologiche o confessionali, sia schieramenti precostituiti politici o partitici.
Negli ultimi anni, nel dibattito pubblico è stato introdotto il tema della cosiddetta “omogenitorialità”, da cui si vorrebbe derivare il diritto di adottare bambini da parte di coppie gay. Il fatto che le coppie eterosessuali lo possano fare e quelle omosessuali no, viene presentato come un’intollerabile discriminazione. Prescindendo dagli aspetti antropologici e giuridici (che non sono di poco conto), l’argomento “scientifico” che viene opposto è l’affermazione perentoria che esistono evidenze scientifiche che permettono di affermare che le coppie omosessuali sono parimenti idonee a quelle eterosessuali, ai fini dello sviluppo psicofisico e del benessere generale dei bambini. Questa tesi viene, di fatto, a contraddire e rigettare più di centocinquant’anni di studi in ambito di psicologia dell’età evolutiva, da Freud ai nostri giorni. Il presidente dell’Associazione Gay Net Italia, Franco Grillini, ha dichiarato che “… ci sono in Italia centomila bambini che crescono bene in coppie LGBT e, come dimostrano gli studi scientifici in materia, non c’è alcuna apprezzabile differenza nella crescita equilibrata con gli altri bimbi che vivono in coppie eterosessuali”. Del resto, sulla medesima lunghezza d’onda, ben più autorevoli voci si sono alzate; prima fra tutte quella della American Academy of Pediatrics ha dichiarato che: “una considerevole mole di letteratura professionale fornisce la prova che bambini con genitori omosessuali possono avere gli stessi benefici e le stesse aspettative in termini di salute, adattamento e sviluppo dei bambini i cui genitori sono eterosessuali”. La “considerevole mole” a supporto è rappresentata da nove studi, che è doveroso analizzare per farci una visione più ampia e documentata possibile. Il primo lavoro è una ricerca empirica nella quale genitori gay e lesbiche raccontano la loro esperienza personale con il sistema pediatrico americano, che
di Massimo Gandolfini * e Roberto Marchesini**
giudicano in modo decisamente favorevole e soddisfacente, pur bisognoso di correggere qualche carenza marginale. Come si vede, viene trattato un aspetto dell’organizzazione sanitaria pediatrica americana che non ha nulla a che fare con il tema dell’omogenitorialità. Il secondo ed il terzo sono due “amicus brief” ad opera dell’American Psychological Association (APA) Per i non addetti ai lavori, un “amicus brief” è un saggio offerto spontaneamente al tribunale da parte di un terzo non parte in causa, inerente l’argomento in discussione. I due lavori citati e riportati, ad opera abbiamo detto dell’APA, riguardano, il primo, una madre lesbica (che aveva già una figlia) alla quale era stato negato l’affidamento ed il secondo un padre gay al quale la moglie voleva impedire le visite del figlio alla presenza del suo nuovo compagno omosessuale. Il quarto è un articolo nel quale gli stessi Autori (Melanie A. Gold, Ellen C. Perrin, Donna Futterman, Stanford B. Friedman) – pur traendo delle conclusioni favorevoli alle adozioni di coppie gay – dichiarano il valore oggettivo e scientifico assai limitato del loro studio, a causa di “campioni di piccole dimensioni, selezione di soggetti non casuale (significa che i soggetti in studio sono stati scelti non a caso – ndr), una gamma ristretta di contesti socioeconomici e razziali e la mancanza di follow-up longitudinali”. Il quinto riferimento bibliografico è rappresentato da una rassegna che l’autrice, dottoressa Fiona Tasker, dedica a due studi inglesi aventi le seguenti caratteristiche:
-il primo, mette in comparazione un piccolo numero di 37 bimbi cresciuti con una coppia lesbica, con un gruppo di controllo rappresentato da 27 bimbi cresciuti con una madre sola (non con una coppia eterosessuale). Il metodo d’indagine e valutazione utilizzato dagli Autori è quello della “intervista semi¬strutturata” a madri e bambini;
-il secondo, confronta due piccoli campioni (15 bimbi cresciuti da madri lesbiche e 15 bambini cresciuti da coppie lesbiche) con un gruppo di controllo decisamente “particolare”: 42 bimbi cresciuti con madri eterosessuali sole, 41 bimbi nati da inseminazione artificiale e cresciuti da coppie eterosessuali, 43 coppie eterosessuali con un figlio nato con tecniche di fecondazione artificiale. A completamento, si deve aggiungere che il gruppo delle madri lesbiche e quello delle madri sole erano composti da soggetti che si erano offerti volontari.
Anche in questo caso, il metodo seguito è stato quello – assai controverso, perché molto poco oggettivo – dell’intervista semi-strutturata. Concludendo, l’Autrice – affermando l’assenza di differenze fra lo sviluppo dei piccoli appartenenti a tutti i gruppi in esame - deve ammettere che “è emersa una correlazione positiva fra autostima dei bimbi e presenza del padre”. Il sesto studio è una rassegna delle tre ricerche della dottoressa Charlotte Patterson, curata da lei stessa. Una sorta di “autocitazione”. La Dottoressa Patterson è una nota attivista lesbica, convivente con una compagna con la quale ha cresciuto tre figli. La prima ricerca è priva di qualsiasi valore oggettivo. Si tratta di una raccolta di interviste, senza alcun gruppo di controllo, “costruita su un campione non rappresentativo, arruolato attraverso il passaparola”. La seconda passa in rassegna un gruppo di 55 famiglie lesbiche e 25 famiglie eterosessuali che hanno avuto il figlio attraverso la Banca della Sperma della California, quindi attraverso fecondazione eterologa. La terza riporta il resoconto di 44 madri lesbiche conviventi ed un gruppo di controllo di 44 madri in coppie eterosessuali. Oggettivamente, solo a quest’ultimo studio si può attribuire qualche valenza di attendibilità, ma sempre con il grave limite di essere un campione assai – troppo – limitato per poter trarre conclusioni fondate. Ed ecco le conclusioni della dottoressa Patterson: “Che un effetto misurabile dell’orientamento sessuale dei genitori sullo sviluppo sessuale dei bambini sia dimostrato o meno, le principali conclusioni della ricerca condotta fino ad oggi restano chiare: qualunque correlazione possa esistere tra gli esiti sui bambini e l’orientamento sessuale dei genitori, è meno importante di quella fra i risultati dei bambini e la qualità della vita familiare”. E’ certamente un linguaggio criptico, ambiguo rispetto alla chiarezza della risposta che ci si aspettava e, soprattutto che sposta nettamente il fuoco del problema: s’introduce il dato della “qualità della vita familiare” e si passa in second’ordine il dato che ci interessava, cioè l’omogenitorialità, valore od ostacolo nella crescita armonica del bambino. Per completare la citazione della dottoressa Patterson è doveroso aggiungere che nel 1977 il Tribunale della Florida ha stabilito che: “…l’imparzialità della dottoressa Patterson è diventata discutibile quando prima del processo si è rifiutata di consegnare a suoi legali le copie della documentazione da lei utilizzata negli studi. .. La dottoressa Patterson ha testimoniato la sua propria condizione di lesbica e l’imputata ha sostenuto che la sua ricerca era probabilmente viziata dall’utilizzo di amici come soggetti per la ricerca stessa. Tale ipotesi ha acquisito ancor più credito in virtù della sua riluttanza a fornire i documenti ordinati”. Il settimo apporto bibliografico non andrebbe neppure citato per la sua palese insignificanza. Si tratta, infatti, di un libro-raccolta di interviste a genitori omosessuali e a figli di genitori omosessuali, nelle quali ognuno racconta sé stesso. L’ottavo è un studio che passa in rassegna 17 ricerche sulla genitorialità lesbica, e riguarda donne “giovani, bianche, di classe sociale medio-alta, di istruzione elevata, residenti in aree urbane ed aperte circa la loro condotta sessuale”. Si vede bene che non si tratta di un campione rappresentativo della popolazione. Il nono ed ultimo riferimento è un Technical Report dell’American Academy of Pediatrics (AAP), a firma Ellen Perrin. La conclusione non può non lasciare quantomeno perplessi per la sua intrinseca contraddittorietà: “I campioni piccoli e non rappresentativi presi in considerazione e l’età relativamente giovane della maggior parte dei bambini suggeriscono qualche riserva….non vi è alcuna differenza sistematica tra genitori gay e non-gay per salute emotiva, capacità genitoriali e atteggiamenti nei confronti della genitorialità”. I membri del consiglio dell’American College of Pediatricians hanno assunto una posizione molto critica nei confronti dell’ AAP, inviando alla redazione della rivista “Pediatrics” una lettera nella quale contestano le affermazioni a favore dell’omogenitorialità: “Troviamo questa posizione insostenibile e, qualora fosse attuata, gravemente dannosa per i bambini e la famiglia…. Siamo contrari a questa posizione per l’assenza di prove scientifiche a suo sostegno, e le potenziali conseguenze negative sui bambini. Concedere lo status di matrimonio legale alle unioni omosessuali sarebbe un tragico errore di calcolo, che porterà danni irreparabili alla società, alla famiglia e ai bambini”. Come si vede, “la considerevole mole di letteratura professionale” e “gli studi scientifici” invocati a sostegno della cultura LGBT è di indubbia scarsa rappresentatività e qualità scientifica, non fornisce alcuna prova oggettiva e non produce risultati univoci. Il millantato credito autoreferenziale soffoca ogni sforzo onesto di ricerca davvero scientifica, nella direzione del “miglior interesse” e del “miglior bene” possibile per il bimbo adottabile. A questo proposito ¬cioè che lo sforzo della società, in generale, e del legislatore, in particolare deve avere come scopo primario ed imprescindibile il maggior benessere per il bambino in stato di adattabilità - è utile riferirsi ad uno studio comparso su “Duke Journal of Gender Law & Policy” (volume 18, 2008), autore Richard E. Redding, che riesaminando la letteratura sull’omogenitorialità in prospettiva favorevole alla cultura gender, giunge alle seguenti conclusioni:
- la letteratura sull’argomento è influenzata da un pregiudizio favorevole alle posizioni gender ( e ciò avviene in perfetta coerenza sia con l’orientamento “liberal” che caratterizza la psicologia e la psichiatria attuale, sia con il fatto che la maggior parte degli Autori è personalmente implicato in questo tema);
- le ricerche indicano che i figli di coppie gay e lesbiche sviluppano un orientamento omosessuale (ma questo non è necessariamente un male);
-la popolazione omosessuale ha un’incidenza maggiore di depressione, ansia ed abuso di sostanze , rispetto alla popolazione generale (ma non tutti i gay e le lesbiche soffrono di questi problemi);
- la ricerca ha stabilito che una famiglia formata da un padre e da una madre conviventi è la miglior condizione nella quale i figli possano crescere (ma la legge non obbliga ad essere “genitori perfetti”).

Quindi, in conclusione: “Al momento non possediamo un numero sufficiente di ricerche che consentano di concludere che crescere in una famiglia gay o lesbica non causa danni psicologici ai bambini. Ma questo è diverso dal concludere che crescere in una famiglia omosessuale è un’esperienza positiva per i bambini come lo è crescere in una famiglia eterosessuale”. Il sociologo Mark Regnerus, dell’Università del Texas, ha pubblicato una ricerca che ha coinvolto 3000 giovani, dai 18 ai 39 anni. Tra questi, 175 erano figli di donne coinvolte in una relazione omosessuale e 73 figli di uomini nella stessa condizione. Questo campione è stato confrontato con un gruppo di controllo formato da figli di genitori sposati conviventi, figli adottivi, figli di separati, figli di genitori risposati, figli di genitori soli. Sono emerse numerose differenze fra le varie categorie, e l’autore ne descrive ben 25. Il pregio di questo studio consiste nel fatto che si tratta di una ricerca unica per ampiezza del campione e per rigore scientifico, che non vuole giungere a conclusioni definitive, ma si limita ad esporre, circostanziandola con dati e numeri, la grande problematicità del tema. Ciononostante, Regnerus ed il suo lavoro sono stati duramente attaccati dalla lobby gay, che non tollera che si alzi anche una sola voce che esponga dubbi e criticità. Due le critiche sollevate: Regnerus è cattolico e lo studio è stato finanziato da due fondazioni di stampo conservatore; sono stati utilizzati figli di genitori coinvolti in una relazione omosessuale, anziché figli cresciuti in coppie omosessuali. Si è anche giunti a denunciare Regnerus di aver falsificato i dati, chiedendo all’Università del Texas di istituire una commissione d’inchiesta. Il responso finale della commissione è stato: “ .. la ricerca è stata gestita in modo coerente ed è in linea con i requisiti normativi federali, che regolano le indagini sulla cattiva condotta nella ricerca”. Contemporaneamente allo studio di Regnerus, sull’Elsevier’s Social Science Research (10.06.2012) veniva pubblicato un lavoro di Loren Marks, ricercatrice dell’Università della Lousiana, in cui veniva smontata l’affermazione dell’APA, secondo la quale “nessuno studio prova che i bambini di genitori gay o lesbiche sono svantaggiati rispetto ai bambini con genitori eterosessuali”. L’autrice ha analizzato rigorosamente la fonte scientifica di riferimento dell’APA, rappresentata da 59 studi. Questi i risultati:
-dei 59 lavori, 26 sono descrizioni della vita dei bambini entro coppie gay, senza alcuna analisi comparativa con bambini cresciuti entro coppie eterosessuali;
-dei 33 lavori che, invece, questo confronto lo compiono. 13 famiglie classificate come “eterosessuali” sono in realtà o madri single, o ragazze madri, o madri separate/divorziate;
-negli ulteriori 20 lavori, non si specifica mai quale tipo di famiglia eterosessuale è in gioco: coppia sposata e convivente, coppia di fatto (stabile o occasionale), coppia proveniente da precedente divorzio, presenza di figli provenienti da precedenti relazioni, ecc…
-le coppie omosessuali valutate sono principalmente rappresentate da lesbiche bianche, con alto grado d’istruzione, di classi sociali abbienti; le famiglie eterosessuali valutate sono principalmente monogenitoriali e monoreddito, medio-basso.
La conclusione dello studio non ha per nulla i toni dello scontro o della faziosa contrapposizione. Ci si limita a dichiarare che: “E’ vero che gay e lesbiche possono essere buoni genitori … ma una stabile unione matrimoniale fra un padre ed una madre resta la forma sociale migliore per il bambino”.
Abbiamo passato in rassegna gli studi più significativi, ma ne abbiamo analizzati numerosi altri, che per ragioni di spazio/tempo, necessariamente ridotti, è impossibile affrontare in dettaglio. Comunque, il “filo rosso” che lega tutti questi studi, può essere individuato in questi elementi:
-la ricerca sul tema del rapporto fra omogenitorialità e sviluppo psicofisico del bambino è di pessima qualità sul piano del
rigore della ricerca scientifica (è vero che la ricerca “perfetta” non esiste, soprattutto in ambito di scienze umane, ma la ricerca su questo tema è inaccettabilmente lacunosa ed approssimativa) -il pressapochismo dimostrato può essere frutto
o di incompetenza o di intenzionalità funzionale: la prima ipotesi non vorremmo neppure prenderla in considerazione, la seconda – certamente palese e documentabile – costituisce proprio l’esatto contrario del paradigma “scientifico”: invece di partire da un’ipotesi di lavoro da convalidare con argomenti sicuri e concreti, fino a giungere ad una tesi documentata, assistiamo all’operazione contraria, per cui partendo dalla tesi (l’omogenitorialità ha il medesimo valore della coppia eterosessuale in ordine allo sviluppo del bambino) si costruiscono campioni che la sostengono, eliminando ogni dato ad essa contradditorio.
Nonostante questo grave vulnus (che di per sé invalida qualsiasi ricerca), qualche dato importante possiamo trarlo anche dai lavori citati a favore dell’omogenitorialità. Ad esempio, i figli di genitori con tendenze omosessuali sono più esposti a numerosi rischi, soprattutto in ordine allo sviluppo della propria identità di genere. E’ vero che numerosi ricercatori “gay¬friendly” considerano questo dato come un valore positivo, ma – per contro – andrebbe anche ricordato che tutte le statistiche attestano una maggiore incidenza di malattie fisiche o psichiche nella popolazione omosessuale rispetto alla popolazione generale, con la conseguenza di una vita più breve nelle persone gay o lesbiche rispetto alla popolazione generale.
Per approfondire e chiarire meglio quest’ultimo aspetto, è necessario percorrere un breve excursus nella storia della psicologia dello viluppo della personalità del bambino, completandolo con le più recenti acquisizioni in ambito neurobiologico, dal ruolo dell’epigenetica al “sistema di rispecchiamento”. Quando si parla di “sviluppo psicologico” dobbiamo intendere una serie di cambiamenti che si verificano nelle funzioni e nella condotta della persona con l’avanzare dell’età. Lo sviluppo è, quindi, il risultato di una modificazione strutturale e funzionale dell’organismo e riguarda, ovviamente, l’intero arco della vita, ma le modificazioni più significative, e più drammatiche, si verificano nel periodo dell’infanzia, della fanciullezza e dell’adolescenza. Le tappe dello sviluppo vengono denominate “fasi” o “età” evolutive. Fino a qualche decennio fa, si era erroneamente creduto che i cambiamenti in campo biologico, nelle fasi iniziali della vita, fossero endogeni ed indipendenti dall’ambiente. Ora, al contrario, siamo consapevoli che l’influenza ambientale gioca un ruolo per nulla marginale nello sviluppo della persona, a partire dai primi mesi della vita intrauterina e, soprattutto, extrauterina. Nel tempo, si sono strutturati tre approcci teorici sul concetto di sviluppo:
-approccio comportamentistico, il cui assioma è che l’individuo è una struttura docile e plasmabile, caratterizzata da una capacità illimitata di apprendimento; l’organismo viene modellato dall’ambiente di vita, e lo sviluppo è costituito dal progressivo strutturarsi di risposte del bambino all’ambiente in cui vive;
-approccio organismico (Freud e Vigotskij), secondo il quale l’individuo è un organismo attivo, spontaneo, teso a realizzare le proprie potenzialità; il bambino costruisce una immagine di sé e degli altri attraverso un costante interscambio con l’ambiente;
-approccio psicoanalitico, che considera l’individuo come organismo capace di dare significato a se tesso ed all’ambiente circostante; il comportamento è il risultato di conflitti interni (amore/odio; serenità/ansia; desiderio/paura)
La “personalità” (dal latino “persona”, cioè maschera) si riferisce allo stile di condotta di un individuo, conoscibile dall’esterno. Dal punto di vista scientifico, è assai complicato definire che cosa sia la personalità (lo psicologo americano Gordon Alport enumerò circa diciottomila termini utilizzati per descrivere la personalità, e 50 definizioni di personalità). Lo stesso Autore propose una sua definizione: “la personalità è l’organizzazione dinamica, interna all’individuo, di quei sistemi psicologici che sono all’origine del suo peculiare genere di attaccamento all’ambiente”. Questi “sistemi” non sono elementi fra loro indipendenti; essi interagiscono realizzando una fisionomia unitaria che si evolve e progressivamente matura. Tuttavia, non disponiamo di dati certi che confermino che le varie caratteristiche psicologiche formino complessi unitari. Quindi, affermare che un soggetto ha una personalità di un certo tipo ha solo il valore di un sistema sintetico di descrizione, una sorta di notazione stenografica, che racchiude un gran numero di esperienze ed impressioni che abbiamo costruito sul suo conto, osservandone il comportamento. Non possiamo introdurci in modo dettagliato nell’argomento delle teorie della costruzione della personalità (tipologiche, dei “tratti”, psicodinamiche), ma è comunque necessario soffermarci con qualche attenzione in più sulla “psicologia dell’età evolutiva”. Innanzitutto una precisazione terminologica. La psicologia nasce come scienza autonoma all’inizio del ‘900 e si propone di studiare la psiche dell’uomo; in quanto tale, potrebbe essere definita la scienza della “soggettività”.
La psicologia dell’età evolutiva è il ramo della psicologia che studia sia, in generale, le modificazioni del comportamento durante le prime fasi della vita, sia in particolare, le modificazioni dei singoli, nel loro processo di formazione della personalità. Costituisce, quindi, uno strumento che consente di comprendere come avviene lo sviluppo normale, illustra e chiarisce le tappe obbligatorie (“stadi evolutivi”) e variabili dello sviluppo, specificando le differenze individuali. L’età evolutiva si riferisce a quel periodo della vita nel quale si struttura l’accrescimento e la differenziazione delle varie funzioni. Al proprio interno, si distinguono fasi diverse, con limiti cronologici di valore puramente indicativo: prima infanzia (0-3 anni), seconda infanzia (3-6 anni), fanciullezza (6-12 anni) e adolescenza (12¬16/18 anni). Negli ultimi ventanni, grazie all’enorme sviluppo delle conoscenze circa la vita embriofetale ed il rapporto con la madre, la fase prenatale è stata inclusa nell’età evolutiva. Il grande salto di qualità che ci ha concesso lo studio psicologico dell’età evolutiva è rappresentato da un cambio radicale del paradigma di valutazione: siamo passati dal considerare il bambino come una sorta di “adulto in miniatura” (“adulto nano” di Wolff), strutturato quasi esclusivamente in base ai suoi caratteri ereditari, alla consapevolezza che la sua differenza con l’adulto è soprattutto di ordine qualitativo, piuttosto che quantitativo, in cui il dato “biografico” (rapporti genitoriali, familiari, sociali, ambientali) assumono grande importanza, acquisendo sempre più valore “plasmante” e “condizionante” con il passare degli anni e l’allargamento delle figure sociali di riferimento. In questo contesto – descritto necessariamente in modo sintetico, ma rigoroso – assume particolare importanza lo studio del processo di strutturazione della “identità personale”, quella qualità che Erikson (psicoanalista americano, di origine tedesca) definisce “costruzione del senso dell’identità”. Il bambino definisce se stesso cercando una risposta ad una domanda interiore, ancestrale ed inconsapevole: “chi sono io?”, e lo fa utilizzando il “materiale” che ha a disposizione: il proprio “bagaglio genetico/fenotipico” ed il proprio “bagaglio ambientale”, cioè papà, mamma, fratelli, parenti, coetanei, luogo sociale con tutte le sue componenti. Collegata allo sviluppo dell’identità personale vi è la “conoscenza del sé”, che fino ai due/tre anni (prima infanzia) ha come unico riferimento lo stretto ambito famigliare, ma che non si esaurisce nei soli primi tre anni, richiedendo un lavoro di continuo confronto con il mondo esterno (che diviene sempre più allargato) almeno fino alla fanciullezza (6/12 anni). Questa “conoscenza del sé” è strutturale e globale: riguarda il corpo e le sue caratteristiche e funzioni, la cognizione (dall’affettività all’emotivita, dal pensiero al comportamento), la socialità (dal sentimento di difesa e conservazione, all’autostima e alla gestione dell’alterità, fino alla relazione con tutte le sue variabili), strutturando un processo graduale, che diviene sempre più articolato e complesso con il passare del tempo. Questa “conoscenza del sé” fa parte di quelli che Maslow (psicologo americano) definisce “bisogni primari”, che ineriscono il benessere del bimbo: per “sentirsi bene” il bambino non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere protetto, amato ed aiutato, ma ha necessità di “conoscersi” a 360°, come abbiamo visto, e proprio qui fonda tutta la sua importanza il dato della “differenza sessuale” genitoriale, attraverso la quale il bimbo impara e costruisce la sua propria identità e diversità sessuale. Non è per nulla insignificante o ininfluente se la reazione intrapsichica del bambino alla figura materna è evocata da un soggetto maschio o, viceversa, se quella paterna è gestita da un soggetto femmina: con chi potrà identificare tanto il suo sesso, quanto il suo ruolo, se dinanzi a lui vi è solo una “omogenitorialità”, che esclude uno dei due sessi? L’apprendimento e la gestione del proprio sesso richiede che giunga al bimbo un flusso di informazioni/relazioni bidirezionale: da una parte l’identificazione con il sesso omologo e dall’altra la differenziazione rispetto all’altro sesso, tanto sul piano biologico (fenotipico), quanto sul piano cognitivo (affettivo, emotivo, relazionale). Il bambino avverte il peso della gestione di un simile processo, tutt’altro che semplice ed automatico, trovando soddisfacimento nella presenza rassicurante di entrambe le figure adulte, nelle quali rispecchiarsi per identificarsi, fra similitudine e diversità. La raggiunta piena consapevolezza, favorisce il calo del livello di ansia che questo processo reca con sé e consente al bimbo di trovare la sua propria “collocazione” nel mondo, in quanto maschio o femmina. Ma se nel momento il cui il piccolo esperisce tutti i suoi tentativi di “cognizione sessuale” lo priviamo di una delle sue figure di riferimento (o peggio, gli creiamo condizioni di ambiguità), può instaurarsi in lui un processo di regressione intrapsichica, che non può non interferire negativamente nella organizzazione dei vissuti interni del bambino/fanciullo nella prospettiva del conseguimento di uno sviluppo fisiologico della personalità. La psicologia dell’età evolutiva, dalla sua nascita ad oggi, ha prodotto una quantità enorme di bibliografia in questa direzione e non si è mai alzata una sola voce di dissenso. Le uniche differenze, a seconda di varie scuole psicodinamiche, hanno riguardato la gravità delle conseguenze che un simile vulnus è in grado di produrre, ma mai nessuno ha messo in dubbio che potessero non esistere conseguenze negative. Un ulteriore elemento di chiarezza sul tema, ci giunge dalle moderne “neuroscienze”. Lo studio della neurobiologia delle funzioni cognitive che caratterizzano l’essere umano, ci ha consentito di gettare nuova luce sui processi di sviluppo che stanno alla base della conoscenza di sé e della strutturazione del rapporto con il mondo che ci circonda. Nello sviluppo delle cosiddette “neuroscienze cognitive”, una tappa fondamentale è aver individuato nella “neuroplasticità” una caratteristica strutturale del nostro cervello, in grado di plasmarlo e modificarlo, sotto la spinta della relazione con il proprio corpo, con gli altri e con l’ambiente: da qui, l’emergere della “coscienza” di sé e del mondo circostante. La scoperta che ha rivoluzionato le nostre conoscenze in tema di sviluppo ed apprendimento cognitivo è stata l’esistenza del cosiddetto “sistema di rispecchiamento” la cui struttura cellulare è rappresentata dai “neuroni specchio”(NS) (G. Rizzolatti, 1994). Si tratta di neuroni motori, presenti in varie regioni del nostro cervello, la cui caratteristica peculiare è di essere in grado di attivarsi non solo quando eseguiamo un movimento volontario, ma anche quando osserviamo un movimento o un’azione eseguiti da un’altra persona. E non solo, essi ci consentono anche di comprendere una data azione udendo il rumore che quell’azione provoca (esempio, la sirena di un’ambulanza) senza vedere concretamente l’azione, e di riconoscere addirittura l’intenzione che guida un certo atto motorio, utilizzando piccoli dettagli, quali l’atteggiamento della mano o la smorfia del volto. Si può, quindi, affermare che i NS consentono al cervello di correlare le azioni osservate alle proprie, riconoscendone intenzione e significato. Si comprende facilmente, quanto sia decisivo il sistema di rispecchiamento per la costruzione del bagaglio di esperienza comune che sta all’origine della nostra capacità di agire come soggetti sociali e non solo come individui. Non a torto, molti autori individuano in questo sistema la base della nostra capacità empatica di conoscenza e condivisione dei moti dell’animo altrui che primariamente caratterizza l’essere umano, fino a prevedere che condizioni patologiche riguardanti il rapporto interpersonale (ad esempio, i disturbi della sfera autistica) dipendano proprio dal “cattivo” funzionamento di questo sistema. Tutto ciò traduce in termini neurobiologici quanto la psicologia afferma da decenni: è impossibile pensare ad un “io senza un noi”, essendo la relazione – cioè il legame che ci unisce agli altri – parte costituente imprescindibile dello sviluppo della nostra personalità. Dire “persona” è dire “relazione”, e la nostra personalità è una struttura aperta e dinamica, in cui l’identità del sé trova nella relazione una delle forze modellanti fondamentali. La neuroplasticità ed i NS ci impongono di guardare al nostro cervello come un vero “organo sociale”, mai definitivamente formato e strutturato, sede anzi di un processo dinamico continuamente soggetto a sviluppo e ricomposizioni per l’intero arco della vita, costringendoci a considerare il ruolo dell’ambiente, dell’esperienza, del corpo, per poi ritornare al cervello, in un incessante rapporto bidirezionale fra struttura neurale e vita vissuta. Tutto ciò è vero per l’intero arco vitale, consentendo di rimodellare continuamente la personalità, ma è ancor “più vero” per i primi anni di vita, quando l’ambiente in cui avviene la crescita del bambino agisce su una struttura neurale totalmente vergine e massimamente condizionabile. Le prime relazioni “sociali” il bambino le esperisce, impara ed elabora con i propri genitori, entro il nucleo famigliare, in un legame primigenio di relazione affettivo-emotiva assolutamente unico ed irripetibile. In quest’ottica, appare quantomeno ingenuo e miope credere che – in ordine allo sviluppo della conoscenza di sé e della personalità del bimbo – sia ininfluente che la coppia genitoriale sia costituita da due soggetti dello stesso sesso o di sesso diverso. Il sé corporeo sessuale del bambino richiede il confronto ed il raffronto con il sesso omologo di un genitore ed il sesso eterologo dell’altro, in un interscambio globale in cui entra in gioco una vasta complessità di fattori che non ci sono neppure del tutto noti. Fer-ormoni, sensazioni olfattive-gustative e tattili, percezioni visive ed acustiche, stimoli emotivi, affettivi e cognitivi, meccanismi intrapsichici, spingono le reti neurali del bimbo a comporsi e scomporsi, modellarsi e modificarsi, cercando un assetto strutturale, unico e personale, sul quale costruire il proprio sé.

Alla nascita, il cervello del neonato è volumetricamente più piccolo di quello dell’adulto, ma è costituito da un numero doppio di neuroni, che andranno incontro a morte (apoptosi) se non riusciranno ad interconnettersi rapidamente con altri, cioè a formare reti sinaptiche (e sappiamo che tra i due e i quattro mesi di vita il cervello del neonato genera, smantella e ricompone mezzo milione di sinapsi al secondo): una vera fucina che non conosce sosta, sotto lo stimolo di continue nuove esperienze. Proprio in questi termini, di razionalità e prudenza scientifica, appaiono inaccettabilmente superficiali le affermazioni di neutralità dell’omogenitorialità rispetto allo sviluppo psicofisico del bambino. La conoscenza del sé, corporeo e psichico, richiede il confronto diretto, costante, stringente e solidale con le figure parentali che “incarnano” la similarità e la differenza sessuale, fisica e cognitiva, del bimbo (padre/maschio – madre/femmina) e attraverso cui “impara” la complementarietà – sessuale e sociale – di tali differenze. Del resto, la letteratura - purtroppo abbondante - della psicopatologia dell’infanzia orfana o abbandonata e/o istituzionalizzata ce ne dà una palese conferma. Certamente, lo schema di organizzazione che caratterizza tutti i sistemi viventi, e l’uomo in modo speciale, è talmente complesso – in una interazione continua fra biologia, ambiente ed eventi stocastici che è impossibile definire rigidamente – che uno spazio aperto all’imprevedibile ed all’ inaspettato deve essere sempre riservato (Einstein affermava che ogni nuova conoscenza produce un aumento del sentimento di ignoranza), ma non per questo siamo autorizzati ad intraprendere strade “ignote e pericolose” o ad esercitare minore prudenza nel garantire le condizioni più sicure possibili. Soprattutto quando in gioco è lo sviluppo e la crescita di un bambino. Con ciò si vuol dire che esistono certamente coppie eterosessuali pessime sul piano genitoriale, e che altresì possono esistere buoni genitori omogenitoriali, ma ciò non può costituire l’occasione o il pretesto per annullare anni ed anni di studi e di riscontri di psicologia dell’età evolutiva. Almeno sul piano del “principio di precauzione” – giuridicamente riconosciuto e stabilito a livello internazionale, proprio nella prospettiva della “salute” della biosfera, di cui l’uomo è figura centrale (Comm. Precautionary Principle, 2 febbraio 2000; European Environmental Agency, 2001) – per tutte le ragioni che abbiamo sopra espresso, è certamente preferibile, per il maggiore benessere possibile del bambino, che questi possa crescere e svilupparsi nel contesto di una coppia stabile eterosessuale. Non è in gioco la libera scelta dell’orientamento sessuale dei genitori, né è invocabile un diritto all’adozione che legittimi, nella forma e nella sostanza, la coppia gay; è in gioco il diritto del bambino abbandonato ad avere una famiglia (art.1, comma 5, legge 184/83) e che questa sia quella che le scienze umane e neurologiche garantiscano come la più idonea, nell’esclusivo interesse del minore, prescindendo da ogni visione morale o confessionale

08 November, 2013

Giancarlo Cerrelli:
di -


Parla l'avvocato censurato alla Rai e spiega l'inutilità della legge anti-omofobia in esame al Parlamento e la sua battaglia a favore dell'umano, appoggiata anche da persone omosessuali
Di Salvatore Cernuzio
ROMA, 05 Novembre 2013 (Zenit.org) - La sua vicenda è diventata ormai un caso nazionale. Parliamo dell’avvocato Giancarlo Cerrelli, vicepresidente dell'Unione Giuristi Cattolici italiani, “imbavagliato” dalla redazione di Domenica In, dove avrebbe parlato di omofobia e sostituito con la testimonianza di una madre che accetta il figlio gay. L'onorevole Alessandro Pagano (Pdl) ha chiesto una interrogazione parlamentare sulla vicenda e dalle 18 di ieri è partita anche una petizione: No alla censura di Rai1 a Giancarlo Cerrelli, promossa dal sito www.citizengo.org che in poche ore ha già raccolto 2.620 firme. Il caso Cerrelli però non svela solo l’inadempienza di una televisione pubblica dalla presunta vocazione pluralista, ma quello che sembrerebbe un graduale imporsi di una dittatura omosessualistica che mina alle basi antropologiche e culturali della società odierna. Di tutto questo, ZENIT ne ha parlato con lo stesso avvocato Cerrelli che, nell’intervista di seguito racconta la sua battaglia, i suoi progetti, i suoi timori e spiega perché non si considera assolutamente un “omofobo”.
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Partiamo dal recente “caso” di Domenica In. Cosa è successo veramente?
Cerrelli: La redazione di Domenica in mi ha contattato il 30 ottobre chiedendomi se avessi gradito partecipare alla trasmissione di domenica 3 novembre. Dopo aver dato la mia disponibilità a partecipare alla trasmissione, ho ricevuto lo stesso giorno e il giorno successivo, altre telefonate da parte della redazione per parlare dei contenuti del mio intervento. A richiesta di una redattrice, ho accennato che avrei gradito poter parlare anche alla “ideologia del gender”, alla base dell’omosessualizzazione della nostra società. Dopo aver concluso l’intervista ci siamo salutati con l’intesa di vederci domenica negli studi Rai. Venerdì pomeriggio, invece, ho ricevuto una telefonata dalla stessa redattrice, che mi ha informato che la mia partecipazione era stata annullata per intervenuti cambiamenti del palinsesto che non avrebbero lasciato tempo sufficiente a un mio intervento.
Pensando al caso Barilla, agli episodi di Casale Monferrato e dell’Istituto Faà di Torino, viene da chiedersi: siamo ancora in democrazia o siamo già invasi da quella che più volte lei ha definito un “totalitarismo gender”?
Cerrelli: La marcia dell’ideologia del gender negli ultimi anni ha avuto un’accelerazione, sul piano della diffusione, sia in ambito giuridico, che in quelli culturale e sociale. Questa ideologia, infatti, ha come obiettivo di indifferenziare i sessi e rendere la sessualità sempre più “liquida”. Vuole infatti superare la nozione di sesso biologico e sostituirla con quella di genere, che ha la caratteristica di privilegiare la percezione soggettiva del proprio orientamento sessuale. Per giungere all’indifferenziazione sessuale, tale ideologia deve percorrere alcune tappe. Una di queste è l’omosessualizzazione della società, consistente sia nell’uniformazione dei sessi tra loro, che nell’avvicinamento del mondo e della cultura eterosessuale al mondo e alla cultura omosessuale. L’omosessualità, per tale ideologia - avvalendosi della forma giuridica e del potente aiuto della comunicazione massmediatica - deve diventare il motore per l’attuazione dei modelli omosessuali di vita per la costruzione del nuovo dis-ordine sociale e giuridico. Si tratta di una nozione di uguaglianza discutibile poiché si confonde l’uguaglianza in dignità di ogni persona umana con l’uguaglianza di tutte le situazioni e di tutte le rivendicazioni in nome dei diritti umani. L’uguaglianza viene confusa con la somiglianza. Così persone omosessuali rivendicano il matrimonio e l’adozione dei bambini nonostante questo orientamento sessuale non sia una caratteristica ontologica della persona. Per mezzo della forte lobby gay, inoltre, l'ideologia gender spinge i legislatori europei ad agire contro quegli Stati che non riconoscono le unioni omosessuali, ritenuti quindi “omofobici” dalla risoluzione del Parlamento europeo, del 18 gennaio 2006. L’intensa propaganda svolta da queste lobby attraverso i mass media ha letteralmente effettuato un lavaggio dei cervelli mai visto in precedenza. Principi che sembravano scontati perché legati alla natura dell’uomo sono stati spazzati via in poco tempo da un’opera di manipolazione delle coscienze attuata per mezzo di pochi efficaci slogan e di messaggi “libertari” veicolati da qualsiasi mezzo di comunicazione possibile. Anche nei telefilm destinati in prima serata a un pubblico di famiglie è sempre più frequente vedere storie d’amore di coppie omosessuali. Tutto deve sembrare normale anche ai più piccoli. Il messaggio che deve passare è che “non c’è differenza”.
Lei ha anche parlato di un aspetto “violento” di questa ideologia…
Cerrelli: Tale ideologia non esita, per mezzo delle lobby LGBTIQ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, transgender, intersex, queer) a mostrare anche il suo volto violento, che, il più delle volte, consiste nell’impedire agli oppositori di tale ideologia di parlare e spiegare cos’è veramente l’ideologia gender e quali sono le sue forme di azione e penetrazione nel tessuto sociale, culturale e legislativo del nostro Paese, come è accaduto in alcuni dei casi succitati.
Una delle critiche più comuni che le viene rivolta è quella di “omofobo”. Che significato ha assunto questa etichetta, secondo lei? Si reputa davvero un omofobo?
Cerrelli: Il termine omofobia non ha un contenuto preciso, almeno dal punto di vista giuridico. Tale termine è ideologico ed è diventato nella “neolingua” delle comunità LGBTIQ la parola d’ordine per identificare chi si oppone al progetto di omosessualizzazione della società. Personalmente, e in linea con il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono contro le violenze, gli insulti e le minacce alle persone omosessuali ed è giusto che gli omosessuali siano accolti con rispetto, compassione e delicatezza. Partendo da questa premessa, non possiamo, però, ignorare il progetto ideologico che presenta l’omosessualità come una condizione a la page con l’eterosessualità. Il mio interesse è di voler difendere la libertà di poter affermare, anche in futuro, che la famiglia è una società naturale, formata da un uomo e da una donna e fondata sul matrimonio. Si avverte, purtroppo, un clima preoccupante al riguardo.
In particolare, le sue forze si concentrano a mostrare pubblicamente la vera natura della legge in esame al Parlamento. Qual è la verità che bisogna sapere riguardo a questo decreto?
Cerrelli: La legge anti-omofobia è funzionale alla ideologia del gender, che mira a una decostruzione della nostra società e ad una sua costruzione su basi differenti, rinnegando le basi antropologiche della nostra civiltà. Si vuole attuare un mutamento della struttura sociale in modo del tutto artificiale, che prevede, tra l’altro, l’abolizione dal nostro ordinamento giuridico dei termini “padre, madre, marito e moglie”, come già avvenuto in Spagna e in Francia e di cui anche in Italia si avverte qualche segnale. Questa legge in esame al Parlamento è illiberale ed è pericolosa per la libertà d'opinione, dal momento che prevede forti sanzioni del giudice per chi dovesse esprimere un parere discriminante, ad esempio, verso il matrimonio o l'adozione da parte di coppie omosessuali. Con queste premesse, se dovesse essere approvato tale decreto, c’è il serio rischio che se un professore volesse, ad esempio, parlare della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, potrebbe incorrere in qualche provvedimento disciplinare. Io credo, inoltre, che questa legge sia inutile, perché i mezzi di tutela nei confronti degli eventuali abusi subiti dalle persone omosessuali, come per tutte le persone, sono già ampiamente previsti dal nostro ordinamento giuridico. Il nostro codice penale prevede già, per eventuali abusi in tal senso, il reato di ingiuria e sanziona chi lede l’onore e il decoro di una persona (art.594), la diffamazione (art.595), la diffamazione per mezzo stampa (art.596 bis) e, inoltre, prevede l’aggravante comune per aver agito per motivi abietti (art.61). Non dimentichiamo che, nel nostro ordinamento, da qualche anno vige anche il reato di stalking come mezzo di tutela.
Qualche settimana fa, era già stato in tv ospite di Uno Mattina. In seguito ad alcune dichiarazioni, l’Arcigay aveva chiesto una sanzione nei suoi confronti all’Ordine degli Avvocati e addirittura Sel e M5S hanno invocato l’intervento della Commissione di Vigilanza Rai. Giovedì prossimo sarà a Ravenna ad un convegno al seminario arcivescovile, dove sempre l’Arcigay ha già preparato una manifestazione di protesta con magliette e cartelli, invitando la città a mobilitarsi contro i “professionisti dell’omofobia in tour per l’Italia”. Vale la pena continuare questa lotta?
Cerrelli: Certo che conviene andare avanti! Tutti dovremmo avere a cuore il bene comune ed enunciare la verità sull’uomo e sulla società, ribadendo la bellezza del reale e molto spesso indicando al nostro prossimo l’ovvio! Ciò è doveroso, soprattutto quando si riscontrano derive sociali pericolose, come quella di cui stiamo parlando. Per chi poi è anche cristiano annunciare il Vangelo è un obbligo! Il cristiano non è un individualista, ma sa di essere inserito in un contesto sociale di cui è custode. È dunque, urgente per ogni persona essere luce in un mondo che ha perso il significato del bello, del vero, del buono e del giusto.
Si sente solo in questa battaglia?
Cerrelli: No, perché so che c’è tanta gente che mi sostiene e che la pensa come me. Ho ricevuto centinaia di attestazioni di stima. Devo confessare che mi hanno scritto anche persone omosessuali, sia uomini che donne, che mi hanno ringraziato dicendomi che condividono la battaglia che sto svolgendo, che hanno definito: “a favore dell’umano". Mi ha commosso, soprattutto, la lettera di un ragazzo che mi ha scritto testualmente: "Buongiorno avv. Cerrelli, Le esprimo la mia solidarietà per le sue testimonianze. Io sto uscendo, grazie all'aiuto di Gesù e del gruppo dal ‘baratro’ dell'omosessualità. La ringrazio a nome dei fratelli che non hanno ancora scoperto cosa vuol dire Vivere veramente! Perché l'omosessualità è un idolo! Ti promette la vita ma in realtà è un'illusione che alla fine te la toglie e ti allontana da Dio Padre! Con grande stima”. Non credo ci sia bisogno di fare ulteriori commenti...
Recentemente, però, uno studente ventenne si è suicidato a Roma perché - come ha scritto nel suo messaggio di addio - sopraffatto dalla omofobia dilagante in Italia…
Cerrelli: Ciò che mi ha colpito negativamente è la strumentalizzazione ideologica della morte di questo povero ragazzo. Le vestali che lavorano per tenere acceso il fuoco sacro dell'anti-omofobia hanno approfittato per sollecitare il Parlamento ad approvare urgentemente la legge sull’omofobia. Eppure anche in città come Toronto, città molto gay friendly, il tasso di suicidi gay è altissimo. Le vestali dell’anti-omofobia sono proprio certe che se ci fosse stata una legge anti-omofobia il ragazzo non si sarebbe ucciso? Una legge può colmare il disagio interiore - il “baratro” di cui parlava il ragazzo omosessuale che mi ha scritto - che si ha nel cuore? Mi sembra che l’approvazione d’urgenza della legge sul femminicidio, non abbia posto fine agli omicidi di donne, anzi...
Lei accennava al Catechismo della Chiesa Cattolica che esorta al rispetto e all’accoglienza delle persone omosessuali (n. 2358), ma allo stesso tempo definisce gli atti di omosessualità «intrinsecamente disordinati», da non approvare «in nessun caso» (n. 2357). Che significato hanno queste parole nel contesto attuale?
Cerrelli: Gli omosessuali come persone vanno accolti e rispettati e possono, al pari degli altri uomini, salvarsi, se cercano il Signore e fanno la Sua volontà. Questo vale non solo per gli omosessuali, ma per tutti: tutti dobbiamo cercare la volontà di Dio su di noi e attuarla nella nostra vita. Come per gli eterosessuali, anche per gli omosessuali la sessualità deve essere vissuta in modo ordinato. È comunque da distinguere la tendenza omosessuale che non è un peccato, dagli atti omosessuali che sono contro natura ed essenzialmente disordinati. Oggi si parla solo di diritti e si parla poco di doveri e soprattutto non si parla più di peccato. La nostra cultura ha provato a cancellare il riferimento alla nozione di peccato, così rischiando di rimuovere il riferimento al valore redentivo di Gesù Cristo per ogni uomo.
Secondo lei, le parole di Papa Francesco nell’aereo di ritorno da Rio de Janeiro riguardo al tema dell’omosessualità sono state realmente comprese?
Cerrelli: Assolutamente no! Sono state interpretate in modo strumentale! Il Papa non ha fatto altro che ribadire ciò che dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, è ha, in più, stigmatizzato la lobby gay. Bisogna distinguere l’omosessuale che vive in modo discreto e a volte con disagio la propria omosessualità, dal gay che è un agente politico e che vuole imporre con la forza il suo progetto di omosessualizzare la società.
Progetti futuri?
Cerrelli: Qualcuno… Ad esempio un Family Day in piazza nella mia città, Crotone.


04 November, 2013

Le cattive proposte di educazione sessuale dell’OMS
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Pubblicato, nei giorni scorsi, il documento dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che propone l'introduzione di comportamenti sessuali ambigui nell'educazione dei bambini, anche di tenerissima età

Di Elisabetta Pittino
ROMA, 29 Ottobre 2013 (Zenit.org) - Da pochi giorni la sezione europea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato il documento Standard for Sexual Education in Europe finalizzato a fornire linee guida per l'educazione sessuale dei bambini a partire dalla prima infanzia.
Il documento propone di istigare i bambini a comportamenti sessuali come, ad esempio, la masturbazione infantile, l’esplorazione del proprio corpo e di quello degli altri a partire dai 4 anni di età, esperimenti sessuali tra persone dello stesso sesso prima dei 6 anni. Comportamenti che si possono eufemisticamente definire ambigui.
L’aspetto più grave, però, è il voler imporre alle famiglie, e quindi ai bambini stessi, una educazione da parte dello Stato che quindi intima una propria morale e una propria etica basate sull'opinione.
Lo Stato si intromette nella sessualità delle persone e nell'educazione familiare come è già successo nel secolo scorso sotto i regimi dittatoriali, e come accade ancora oggi in Cina.
La libertà di educazione per cui si ‘lotta’ da decenni, viene dunque sottoposta a continui attacchi da istituzioni internazionali sovvenzionate con denaro pubblico. La famiglia ha il diritto di educare i propri figli secondo la propria sensibilità, la propria etica, morale e appartenenza religiosa, senza essere obbligata da un'ideologia economicamente dominante.
Il documento dell’Oms “costituisce uno strumento propagandistico della cosiddetta ‘ideologia del gender’, una visione del mondo priva di fondamento scientifico che sta già influenzando la vita democratica di molti Paesi” afferma il team di CitizensGo, comunità di cittadini attivi che vogliono difendere la vita, la famiglia e i diritti fondamentali dell’uomo.
“La sfera sessuale è descritta in modo banale, semplicistico e totalizzante - osserva il team - il bambino viene inizialmente indottrinato con tutta una serie di nozioni di carattere esclusivamente biologico e anatomico, per giungere dopo alcuni anni ad affrontare gli aspetti relazionali, intersoggettivi ed emotivi della propria sessualità”. Allo stesso tempo - aggiunge – “la sessualità viene innalzata a centro della vita dell'individuo e viene descritta minuziosamente e nevroticamente in tutti i suoi aspetti, come se non si potesse vivere la propria esperienze sessuale e affettiva senza conoscerne prima i più piccoli dettagli meramente ‘meccanici’”.
Il tono “eticamente asettico” che pervade il testo dell’Oms implica, secondo CitizenGo, “una visione riduzionista e materialistica dell'esperienza sessuale e della vita umana nel suo insieme”. Questioni complesse dal punto di vista “etico-morale-psicologico-relazionale-medico”, come masturbazione, contraccezione e così via, “sono descritte solo da un punto di vista pratico e materiale, e non sono mai colte nella loro problematicità globale”. “La neutralità dell'ente educativo rispetto alla morale – conclude la comunità di cittadini - comporta l'estromissione dell'etica e delle sue domande dalla sfera sessuale e quindi dall'intera esperienza umana”.
Per queste ragioni, il team CitizenGo invita a firmare la petizione, indirizzata alla dott.ssa Margaret Chan, direttrice dell’Oms, dal titolo "Ritiri il documento Standards for Sexuality Education in Europe”.


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