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10 August, 2017

Uno psicologo che affianchi lavoro docenti contro stress e disagio studenti, perplessità sul tavolo
di - Vittorio Lodolo D Oria


Il 31luglio è stata resa nota dalla stampa di settore la notizia secondo cui il sottosegretario Vito De Filippo ha deciso di costituire un tavolo tecnico per affrontare due piaghe della scuola avvalendosi del concorso di numerose associazioni di psicologi.
L’iniziativa, di per sé apparentemente buona, suscita invero numerose perplessità che inducono, nel lettore attento, il sospetto di idee poco chiare sulla materia da trattare, se non addirittura di discutibili secondi fini. Analizziamo i contenuti della lettera di convocazione ed evidenziamone le incongruenze.
Tra gli invitati al tavolo risultano alcune tra le maggiori sigle sindacali della scuola (CGIL, SNALS, GILDA) mentre ne mancano, stranamente, altre assai importanti per rappresentatività come CISL e UIL oltre alle associazioni dei dirigenti scolastici l’ANDIS, DISAL etc..
Compito degli psicologi – secondo il sottosegretario – sarebbe quello di “valorizzare e accompagnare al meglio l’impegno del personale scolastico in azioni di contrasto a tutti quei fenomeni di disagio che hanno un primo e visibile riscontro oggettivo nello scarso impegno scolastico, nell’abbandono scolastico e nel bullismo”. Dunque la funzione didattica degli insegnanti deve essere compiutamente affiancata da quella educativa e “rieducativa” secondo i canoni che la Psicologia detterà.
Per essere ancora più espliciti, il sottosegretario De Filippo scrive che “L’ambito scolastico è, insieme e forse più di quello familiare, il principale contesto di sviluppo cognitivo, affettivo e sociale dei minori, che plasma, profondamente, la personalità dei futuri cittadini. In questo ambito la scuola è chiamata a promuovere lo sviluppo di tutte quelle abilità atte a favorire il raggiungimento di elevati standard cognitivi dei minori. Il processo didattico, da solo, non è sufficiente se non è accompagnato da un compiuto sviluppo della personalità del minore e di una adeguata coscienza civile”.
Considerate le premesse vale la pena guardare le figure della Psicologia cui il sottosegretario affida il delicato compito di preparare i docenti a “sviluppare la personalità dei minori e una adeguata coscienza civile”. Guarda caso il primo psicologo destinatario della lettera di De Filippo è il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, Fulvio Giardina, che (da un comunicato stampa del 30.07.15) “… è stato nominato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, membro del Comitato scientifico sulle tematiche LGBT. Comitato con il compito di fornire una validazione scientifica dei contenuti del Portale LGBT, favorendo il confronto, lo scambio e la divulgazione delle conoscenze e dei saperi scientifici delle tematiche LGBT. L’idea di creare uno staff di lavoro su questi argomenti è nata dopo l’istituzione del Portale, con il quale si intende prevenire le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, assicurare una corretta informazione, affidabile e scientifica”. Ciascuno trarrà le proprie conseguenze, ma a noi basta ricordare che proprio il 31 luglio scorso (giorno in cui usciva la notizia del tavolo tecnico sulla stampa specializzata), il ministro Fedeli riceveva al MIUR quattro associazioni pro-family (Non si tocca la famiglia; Generazione famiglia; Comitato articolo 26; Provita) che chiedevano (e ottenevano) rassicurazioni rispetto al contenimento della pervasiva educazione gender-friendly nella scuola. Che si tratti semplicemente di mancato coordinamento tra ministro e sottosegretario?
Viene ora da chiedersi cosa c’entri in tutto ciò lo Stress Lavoro Correlato (SLC). Pur rileggendo più volte la missiva di De Filippo, non si riesce a trovare alcuna spiegazione, mentre appare evidente la formazione che si intende operare sui docenti già stracarichi di incombenze. Il termine SLC appare per ben due volte nella lettera ma non si fa alcun cenno alla sua definizione, alla prevenzione e ai suoi effetti sui lavoratori. Il sottosegretario infatti sembra non sapere che le patologie professionali accertate nei collegi medici per l’inidoneità all’insegnamento (CMV) presentano una diagnosi psichiatrica (medica e non psicologica) nell’80% dei casi. Eppure nessun medico del lavoro o psichiatra è stato invitato al tavolo tecnico. Viene da pensare che lo SLC sia usato come specchietto per le allodole col preciso intento di fare altro (dare lavoro ai troppi psicologi disoccupati) o semplicemente come cavallo di Troia insieme a bullismo, discriminazioni e altri affascinanti argomenti per fornire ulteriori aperture all’ideologia gender avversata dalle famiglie.
Ad aumentare la confusione notiamo che tra i convocati vi è pure lo psicologo Mario Sellini (presidente AUPI regione Calabria) che, a sua volta, ha raggiunto pochi mesi fa un accordo col Garante per l’Infanzia della stessa regione per agevolare visite psicologiche obbligatorie ai docenti. Siffatto accordo tra i due, si noti bene, è stato ottenuto senza alcuna consultazione con i diretti interessati (cioè gli insegnanti), né le loro rappresentanze. Viene inoltre da chiedersi se il Garante per l’Infanzia non debba occuparsi di bambini piuttosto che stabilire percorsi di diagnosi, cura e prevenzione di professionisti ultracinquantenni quali sono oggi la maggior parte degli insegnanti.
A ribadire infine l’assoluta disomogeneità degli intenti della lettera è la chiosa finale della lettera di convocazione: “Ulteriore compito di questo tavolo è la verifica degli attuali livelli di formazione accademica degli iscritti ai corsi di laurea in Psicologia, dei contenuti e della durata della formazione post laurea, anche alla luce delle problematiche emergenti, in un contesto interdisciplinare e di dialogo con le discipline filosofiche e umanistiche”. Il vero fine del tavolo tecnico (“Tavolo tecnico per la Psicologia nel sistema formativo”) è pertanto quello di aprire il mondo della Scuola all’ingresso della Psicologia, mentre il contrasto al disagio giovanile (bullismo, abbandono, comportamenti a rischio etc) e allo Stress Lavoro Correlato (SLC) rappresentano il pretesto per raggiungere l’obiettivo primario anzidetto. Conferma ne sia l’invito indirizzato alle tante associazioni di psicologi convocate.

Conclusioni
Quale dunque il vero obiettivo del tavolo tecnico:
Creare posti di lavoro per gli psicologi nella scuola?
Rivisitare la formazione accademica degli psicologi in vista del loro ingresso a scuola?
Prevenire bullismo e abbandono precoce degli studi da parte dei giovani?
Prevenire le discriminazioni e aprire all’ideologia gender nella scuola?
Affrontare lo SLC dei docenti come già previsto dalla inapplicata legge (art.28 DL 81/08)?
Tutti insieme gli obiettivi sopra citati?
Per chi, come il sottoscritto, nutriva delle speranze sul fatto che finalmente il MIUR si sarebbe attivato per tutelare la salute dei docenti, la delusione è cocente. Gli obiettivi tra loro inconciliabili, i target disomogenei (studenti, insegnanti, psicologi) e il sospetto di un secondo fine, lasciano sul tavolo tutti i problemi irrisolti.
Ben altri interventi occorrono per affrontare lo SLC, a cominciare dagli studi epidemiologici di cui possediamo inutilmente i dati che non vengono elaborati (Ufficio III del Ministero Economia e Finanze); la definizione di malattie professionali dei docenti; il finanziamento e l’attivazione dei programmi di prevenzione a partire dalla formazione; lo studio di percorsi di cura e reinserimento al lavoro di coloro che sono stati vittima del burnout.
In questo scampolo di legislatura ancora rimasto occorrono più che mai idee chiare e onestà dei governanti, soprattutto dopo l’amara esperienza della “Buona Scuola”.
Stiamo invece chiudendo con una commedia alla De Filippo.

www.facebook.com/vittoriolodolo

29 July, 2017

Addio piccolo Charlie, ambasciatore della vita
di -


Una settimana prima del suo primo compleanno il piccolo affetto da una malattia genetica

La notizia della morte del piccolo Charlie Gard, ancor prima di compiere il primo compleanno, lascia un grande vuoto e molti interrogativi per le implicazioni morali, giuridiche e politiche  che ha suscitato.
La vicenda che ha assunto dimensioni internazionali ed ha coinvolto il Vaticano e gli Stati Uniti ha lasciato nell’opinione pubblica tante perplessità. Mentre tanti di noi abbiamo portato avanti una battaglia per la vita, sollecitando le strutture sanitarie di intervenire per venire incontro alle esigenze speciali del piccolo, affetto da una  malattia genetica rara, una forma di sindrome di  depressione del Dna mitocondriale, una patologia estremamente rara che colpisce le cellule causando un progressivo indebolimento dei muscoli e degli organi vitali, con conseguenti  danni cerebrali per i quali al momento non esistono ancora delle cure.
La Corte di Strasburgo ha giudicato, a maggioranza, che le giurisdizioni britanniche potessero legittimamente ritenere,  che non sarebbe nell’interesse del bambino continuare a vivere con la respirazione artificiale, né ricevere un  trattamento sperimentale. Secondo i giudici britannici, tali cure non gli  avrebbero procurato alcun beneficio e il bambino  avrebbe sofferto molto di più.
Ora la vicenda appare conclusa, ma il vuoto rimane e non solo nel cuore dei genitori che hanno fatto di tutto per assicurare al loro piccolo la speranza e la possibilità di tentare l’impossibile.
La Corte si è nascosta ancora una volta dietro la constatazione dell’assenza in Europa del consenso in materia di fine vita o di eutanasia, per accordare al Regno Unito un largo margine di apprezzamento sulla protezione della vita delle persone malate, e a nulla son valse le parole del Papa e lo sforzo di Trump nel concedere la cittadinanza americana al piccolo Charlie.
Adesso, come hanno dichiarato gli affranti genitori «Charlie è morto sapendo di essere stato amato da migliaia di persone»



28 June, 2017

Anche la Corte Europea vuole la morte di Charlie Strada spianata all&obbligo di decesso per i malati
di - LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA


La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata. Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.
L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.
“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.
Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.
Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.  
Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.
A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.


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