Torna all'homepage
News
 
 
CARTA DEI DIRITTI
LO STATUTO
MODULO ISCRIZIONE
SEDI REGIONALI




Scrivici

26 February, 2015

Mio padre Benedict Daswa, un santo già in famiglia
di -


Il primogenito del Servo di Dio africano, riconosciuto recentemente martire dal Papa, rende una rara testimonianza pubblica al meeting del Cammino Neocatecumenale in Sud Africa

ROMA, 14 Febbraio 2015 (Zenit.org) - Tra i decreti della Congregazione delle Cause dei Santi approvati da Papa Francesco lo scorso 22 gennaio 2015 c'è anche quello relativo al martirio di Benedict Daswa, Servo di Dio del Sudafrica morto nel 1990. Daswa, devoto e fervente cattolico, aveva 46 anni e otto figli quando una folla di abitanti del piccolo villaggio di Mbahe, circa 150 km a nord di Polokwane, lo massacrò ustionandolo con acqua bollente, lapidandolo e bastonandolo a morte.
La sua colpa era di aver rifiutato di dare soldi per ingaggiare uno stregone che doveva dare la caccia ad uno spirito maligno, perché - aveva spiegato - la sua fede non gli permetteva di avere a che fare con la stregoneria. Quindi fu ucciso.
Una forte testimonianza questa di Daswa, rimasta viva nel cuore del popolo sudafricano e soprattutto dei figli. In particolare il maggiore Lufuno Daswa, che ha fatto la sua prima apparizione pubblica partecipando al ritiro nazionale del Cammino Neocatecumenale a Città del Capo, Sud Africa.
"Ho visto nell'invito del Cammino Neocatecumenale un'ispirazione dello Spirito Santo", ha detto Daswa, "non era una richiesta per un discorso ma l'opportunità di essere testimone sui valori della famiglia cristiana che nostro padre ci ha insegnato". Uno dei temi del ritiro è stata infatti la riscoperta del ruolo centrale della famiglia nella trasmissione della fede ai figli, alla luce della Humane Vitae di Paolo VI e della Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II.
Lufuno ha partecipato al ritiro accompagnato da Chris Maphaphuli, uno dei più stretti amici del padre, e da Suor Claudette Hiosan, postulatrice della Causa di beatificazione. "Ricordo che mio padre non ha mai fatto nulla senza invocare lo Spirito Santo", ha detto l'uomo, "a prescindere dalle decisioni da prendere, prima di qualunque incontro o evento ha sempre pregato".
Suor Hiosan ha ricordato invece che "la Causa è stata rapidamente accolta a Roma perché è la prima Causa per un uomo di colore, nativo del Sud Africa". Soprattutto la beatificazione di Daswa, ha sottolineato la religiosa, vuole essere un segnale forte della posizione della Chiesa contro la stregoneria, "in aumento in tutto il continente africano e nel resto del mondo".
Da parte sua, l'amico Maphaphuli ha puntato l'attenzione su un altro aspetto del Servo di Dio: quello di marito fedele e premuroso. Già nel matrimonio, Daswa era un esempio di santità. "Il modo di trattare la moglie - ha detto Maphaphuli - era un modo nuovo perché anche lì lui andava controcorrente. Racconto un piccolo aneddoto ma che esemplifica quello che dico: nella cultura Venda la moglie fa sempre il thè quando ci sono ospiti in casa. Una volta, sua moglie era occupata e gli dissi: 'Dì a tua moglie di preparare una tazza di the'. Si alzò e disse: 'No, lo faccio io il thè'. E, davanti alla mia espressione stupita, aggiunse: 'Sappi che quando mia moglie è malata, cucino e bado ai bambini'. Da quando è morto, ho provato seguire quello mi ha insegnato... Non so cucinare, ma qualche volta preparo il thè".
"Molti giovani soffrono e sono disorientati a causa della mancanza di una figura paterna, per guidarli nella fede. Benedict Daswa, padre di otto figli, è morto per testimoniare la sua fede, è una fonte di ispirazione per tutte le famiglie cristiane sudafricane", ha sottolineato invece Dino Furgione, responsabile Cammino Neocatecumenale in Sud Africa.
"Ascoltando la testimonianza di Lufuno - ha aggiunto - è stato il modo più toccante per conoscere la vita di Benedict Daswa. Nella società di oggi, tutti coloro che vogliono vivere una vita cristiana dovrebbero prendere una posizione coraggiosa. Questo è il motivo per cui molte delle persone che hanno partecipato al ritiro sono stati ispirati dalla storia e la vita di Benedict".
In silenzio, commossa, l'assemblea ha ascoltato rapita questa forte testimonianza di fede. "Quello che mi ispira su Benedetto Daswa, è il modo come era uno con Cristo", ha dichiarato al termine dell'incontro òa 18enne Lauren, "si è opposto a costumi in contraddizione con la sua fede, a costo di morire. Anche se lo hanno ucciso, tuttavia, non hanno potuto distruggere la sua eredità. I suoi figli ei suoi amici vivono ancora i valori che lui ha insegnato".
D'accordo Treston, padre di sei figli, che ha detto: "E' vero: Benedict è fonte di ispirazione per le famiglie cristiane. Tante cose della sua esperienza hanno toccato profondamente me e mia moglie. La cosa che mi ha colpito di più è stato soprattutto il fatto che lui era un vero padre di famiglia, che ha trasmesso sempre e ovunque la fede ai suoi figli e a tutti coloro che entravano nella sua casa. E l'ha fatto non solo a parole, ma con fatti concreti".
Benedict Daswa è nato, il 16 giugno 1946, in Mbahe, un povero villaggio Venda vicino Thohoyandou nella diocesi di Tzaneen, Limpopo, la provincia più settentrionale del Sud Africa. I suoi genitori appartenevano alla tribù chiamata Lemba. Come San Giovanni Paolo II, Benedict sperimentò durante la sua gioventù la dolorosa perdita del padre e la pressione di dover rappresentare una figura di riferimento per i fratelli e le sorelle più giovani. Attraverso il contatto con degli amici cattolici, si convertì al cattolicesimo nel 1963. Poco dopo lo seguì anche sua madre.
La sua fede lo portò a servire la Chiesa in molti modi: come assistente di sacerdoti, catechista di giovani, aiutante nella costruzione di chiese. Fu anche preside della scuola locale e ricoprià diversi altri incarichi di rilievo nella comunità. Era ampiamente rispettato e molto influente nella comunità locale.
Il 25 gennaio 1990, dopo un forte temporale, cumuli di paglia nel villaggio presero fuoco; il capo propose quindi di consultare un guaritore per individuare lo spirito maligno responsabile dei roghi. Si concordò un contributo di 5 rand a persona per pagare lo stregone.
Benedict arrivò tardi, dopo che questa decisione era già stata presa. Nonostante ciò vi si oppose con vigore. Anche perché spiegò che la causa dei roghi era semplicemente la conseguenza di un fenomeno naturale come un fulmine. Si rifiutò quindi di pagare il contributo, affermando che la sua fede cattolica gli impediva di prendere parte a qualsiasi cosa avesse a che fare con la stregoneria. Una posizione coraggiosa che strideva con la decisione del Consiglio locale. La comunità lo rimproverò dicendo che il suo comportamento sminuiva le credenze tradizionali. Daswa venne visto quindi come una pietra d'inciampo; cospirarono allora per sbarazzarsi di lui.
Il 2 febbraio 1990, Benedict venne perciò assalito dalla folla, lapidato e picchiato a morte. Quando vide un uomo venire verso di lui con un knobkerrie (un bastone tradizionale con una grande palla all'estremità ndr), si inginocchiò e pregò: "Dio, nelle tue mani consegno il mio spirito". Subito dopo gli venne inferto un colpo letale che schiacciò il suo cranio. Sulla sua testa gli venne versata poi dell'acqua bollente. Alla sua morte lasciò la moglie Evelyn, incinta dell'ottavo bambino, che partorì quattro mesi dopo, sette figli, sua madre Ida, tre fratelli e una sorella.



29 December, 2014

Le famiglie numerose d’Europa dal Papa
di - AVVENIRE.IT


«Ci consideriamo una famiglia normale. Tutta questa attenzione su noi, anzi, ci crea un po’ di imbarazzo». Quella di Maria Assunta Campana e Natale Grieco - tre figli naturali e tre accolti in adozione -, sarà pure normale ma è una storia che commuove. Parla della 'normalità eccezionale' delle famiglie numerose che in questi giorni festeggiano a Roma il decennale dell’associazione. Sono loro i vincitori del premio
Due cuori e una tribù, promosso dall’Anfn. Glielo consegneranno i presidenti Giuseppe e Raffaella Butturini, domani, 28 dicembre, festa della Santa Famiglia di Nazareth, in occasione dell’udienza che papa Francesco riserverà alle grandi famiglie di tutta Europa in aula Paolo VI (saranno oltre 6mila), dopo la concelebrazione eucaristica presieduta da monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia.

Maria Assunta e Natale si sono conosciuti molti anni fa in parrocchia, alla chiesa dei santi Simone e Pietro a Rossano (Cosenza). «Già nel nostro cammino verso il matrimonio – racconta Natale – desideravamo una famiglia grande ed eravamo aperti all’esperienza dell’adozione ». Lei, oggi ha 53 anni, insegnante elementare; lui, 54, dipendente Enel. I figli naturali sono ormai grandi. Carmine, 29 anni, psicologo, ha un lavoro precario. Francesca, 25 anni, detta Kikka, è segretaria di azienda. Simone, 20 anni, è perito aziendale. È per seguirli nei loro studi universitari che Maria Assunta e Natale, 11 anni fa, si sono trasferiti in Toscana, precisamente a Ronta, nel Mugello. Dopo i tre figli naturali, la famiglia Grieco si è aperta all’esperienza dell’adozione. È arrivata dunque Angela, 17 anni, di origine romena, studentessa. Silvia, invece, di 9 anni, è arrivata 7 anni fa.

Natale è ancora a casa con tutta la famiglia, nonostante l’incontro nazionale delle famiglie numerose sia già iniziato da ieri, a Roma, al parco della Madonnetta. «Silvia ha la febbre, la stiamo curando. In ogni caso non possiamo mancare all’incontro di domenica, siamo pronti a partire col nostro camper». Silvia fu abbandonata in ospedale dalla madre naturale. Era nata col labbro leporino. Di lì a poco manifestò i segni di una malattia rara, la sindrome Phace. Lei, una piccina dal volto sfigurato, fu ricoverata al Bambin Gesù, e in seguito trasferita in
una casa famiglia a Roma. Maria Assunta a quel tempo non conosceva l’associazione famiglie numerose. Ne venne a conoscenza da una notizia di stampa, andò al sito web, www.famiglienumerose.org,
e trovò in home page un annuncio: 'Silvia cerca famiglia'.

Maria Assunta, Natale e i loro figli naturali decisero di farsi carico di Silvia. Scelta accolta con una certa sorpresa dalle stesse educatrici della casa famiglia romana in cui era accudita. I medici, del resto, davano poche speranze: Silvia sfigurata, sulla sedia a rotelle, e per di più autistica e con ritardo mentale.

«Ed invece oggi Silvia parla, ride, piange, corre. È una forza della natura». Un piccolo miracolo, grazie alla preghiera dei Grieco e dei loro amici e alla consulenza dei medici dell’istituto Eugenio Medea di Bosisio Parini (Lecco). E alle operazioni cui Silvia è stata sottoposta, fino al recente passato. Prima all’ospedale Gaslini di Genova e poi nell’ospedale di Eder Swalde (Berlino), in Germania, dove la bambina è seguita da un chirurgo statunitense Milton Waner. Per loro, anche una gara di solidarietà: parrocchie, Misericordia, le associazioni Il Girotondo per il Meyer ed il Sorriso di Bruna, l’Associazione famiglie numerose.

Oggi Silvia ha recuperato buona parte delle funzionalità, anche se serviranno altri interventi. La storia di Silvia è stata raccontata in un libro appena uscito 'Ricordami di non smettere di sognare', di Serena Pinzani. «Silvia ci ha cambiato la vita», dicono Maria Assunta e Natale. E da un anno fa parte della famiglia Grieco un altro bambino speciale. Si chiama Jonathan ed ha 4 anni, l’ultimo arrivo di una famiglia 'normale' davvero speciale.

19 December, 2014

Francesco spegne le candeline e parla della Famiglia di Nazaret
di -


Accolto dagli "Auguri" dei fedeli in varie lingue, il Papa dedica la catechesi del giorno del suo 78° compleanno alla "normalità" della famiglia di Nazareth, modello per ogni famiglia di oggi

CITTA' DEL VATICANO, 17 Dicembre 2014 (Zenit.org) - Erano circa 13mila i fedeli accorsi oggi per l’Udienza generale del mercoledì, l’ultima del 2014 che per una felice coincidenza si è svolta nel giorno del 78° compleanno di Papa Francesco. Un’atmosfera di vera gioia permeava infatti piazza San Pietro, complice anche un clima insolitamente sereno dopo le piogge dei giorni scorsi.
I pellegrini riuniti nell’abbraccio del colonnato – tra cui i numerosi tangueros venuti per il flashmob dedicato alla milonga argentina, passione di Bergoglio - all'arrivo del Papa hanno augurato un “Buon Compleanno!” in diverse lingue. E un gruppo di seminaristi argentini, con i quali Francesco si è soffermato per pochi minuti, ha offerto addirittura una torta al Pontefice, il quale ha spento le candeline e sorseggiato del mate, tipica bevanda argentina.
Una bella accoglienza per il Santo Padre in questo giorno speciale. Lui, tuttavia, ha preferito mantenere un tono più misurato nella sua catechesi, affrontando un argomento “normale”. Ovvero la “normalità” della Famiglia di Nazareth, la quale, con la sua semplicità, – ha detto - “ci impegna a riscoprire la vocazione e la missione della famiglia, di ogni famiglia”.
E proprio su questo tema Francesco vuole che si concentri l’attenzione di tutto il Popolo di Dio in questo anno a venire, in cui la Chiesa si prepara ad un nuovo Sinodo dei Vescovi. “Ho deciso di riflettere con voi, in questo anno, proprio sulla famiglia – ha annunciato infatti il Pontefice - su questo grande dono che il Signore ha fatto al mondo fin dal principio, quando conferì ad Adamo ed Eva la missione di moltiplicarsi e di riempire la terra. Quel dono che Gesù ha confermato e sigillato nel suo Vangelo”.
L’incarnazione del Figlio di Dio apre infatti “un nuovo inizio nella storia universale dell’uomo e della donna”, ha sottolineato Francesco. E ciò “accade in seno ad una famiglia”: “Gesù nacque in una famiglia. Lui poteva venire … come un guerriero, un imperatore … No, no: viene come un figlio … in una famiglia. Questo è importante; guardare nel presepio questa scena tanto bella”.
Ed è bello anche sapere che Dio ha scelto di nascere in una famiglia umana, “che Lui stesso ha formato”. Formata, tra l’altro, “in uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero Romano”, non a Roma, la città capo dell’Impero, né in una grande città, “ma in una periferia quasi invisibile, anzi, piuttosto malfamata”, di cui spesso si parlava male. Eppure proprio da lì “è iniziata la storia più santa e più buona, quella di Gesù tra gli uomini!”.
Una storia durata trent’anni, durante i quali di fatto non accadde nulla, ha ricordato Papa Francesco: “Non si parla di miracoli o guarigioni, non ne ha fatta nessuna in quel tempo; non si parla di predicazioni, di folle che accorrono; a Nazaret tutto sembra accadere ‘normalmente’, secondo le consuetudini di una pia e operosa famiglia israelita”.
Gesù, in quella periferia, ci è rimasto per anni e anni, “sottomesso” – come dice l’evangelista Luca – ai suoi genitori: Maria, che - ha aggiunto a braccio il Santo Padre - “lavorava, cucinava, faceva le cose della casa, stirava le camice … tutte le cose da mamma”, e Giuseppe, il papà falegname, che “lavorava, insegnava al figlio a lavorare”.
Tutto nella normalità. Tanto che uno potrebbe obiettare: “Ma questo Dio che viene a salvarci ha perso trent’anni lì, in quella periferia malfamata? Ha perso trent’anni… Che spreco Padre!”.
Ma è stato Dio stesso a volere questo, ha ribattuto il Pontefice: “Il cammino di Gesù era in quella famiglia”, e, si sa, “i cammini di Dio sono misteriosi”. La cosa più importante era proprio che il Figlio di Dio incarnato stesse in quella famiglia.
“E quello non era uno spreco, eh!”, ha rimarcato Bergoglio, “erano grandi santi: Maria, la donna più santa, immacolata, e Giuseppe, l’uomo più giusto…”. Loro sono l’esempio per tutti i genitori di oggi. Nonostante i Vangeli, “nella loro sobrietà”, non riferiscono nulla sull’adolescenza di Gesù, lasciando questo compito “alla nostra affettuosa meditazione” - ha osservato il Papa - di certo, “non ci è difficile immaginare quanto le mamme potrebbero apprendere dalle premure di Maria per quel Figlio!”. E anche “quanto i papà potrebbero ricavare dall’esempio di Giuseppe, uomo giusto, che dedicò la sua vita a sostenere e a difendere il bambino e la sposa – la sua famiglia – nei passaggi difficili!”.
Gli stessi ragazzi, poi, “potrebbero essere incoraggiati da Gesù adolescente a comprendere la necessità e la bellezza di coltivare la loro vocazione più profonda, e di sognare in grande!”. In quei trent’anni, Cristo “ha coltivato la sua vocazione per la quale il Padre lo ha inviato… Mai in quel tempo si è scoraggiato, ma è cresciuto con coraggio per andare avanti con la sua missione”. Sempre accolto e accudito dal suo padre terreno e da una madre che “custodiva tutto nel suo cuore”.
Allora sull’esempio di questa umile coppia di Nazaret, “ciascuna famiglia cristiana può accogliere Gesù, ascoltarlo, parlare con Lui, custodirlo, proteggerlo, crescere con Lui; e così migliorare il mondo”. “Facciamo spazio nel nostro cuore e nelle nostre giornate al Signore”, ha esortato il Pontefice, anche se questo non sempre è facile. Persino per gli stessi Maria e Giuseppe non fu un percorso senza ostacoli: “Quante difficoltà dovettero superare! Non era una famiglia finta, non era una famiglia irreale”.
Per questo, si può dire che “la famiglia di Nazaret ci impegna a riscoprire la vocazione e la missione della famiglia, di ogni famiglia”. Come accadde in quei trent’anni a Nazaret, infatti, “così può accadere anche per noi”, ha assicurato Francesco; cioè “far diventare normale l’amore e non l’odio, far diventare comune l’aiuto vicendevole, non l’indifferenza o l’inimicizia”. Non a caso la parola “Nazaret” significa “Colei che custodisce”, perché “ogni volta che c’è una famiglia che custodisce questo mistero, fosse anche alla periferia del mondo, il mistero del Figlio di Dio, il mistero di Gesù che viene a salvarci, è all’opera. E viene per salvare il mondo”.
Quindi la grande missione della famiglia – ha concluso a braccio il Santo Padre – “è fare posto a Gesù che viene, accogliere Gesù nella famiglia, nella persona dei figli, del marito, della moglie, dei nonni…”. “Gesù è lì”, ha aggiunto, “accoglierlo lì, perché cresca spiritualmente lì quella famiglia. Che il Signore ci dia questa grazia in questi ultimi giorni prima del Natale”.

CITTA' DEL VATICANO, 17 Dicembre 2014 (Zenit.org) - Erano circa 13mila i fedeli accorsi oggi per l’Udienza generale del mercoledì, l’ultima del 2014 che per una felice coincidenza si è svolta nel giorno del 78° compleanno di Papa Francesco. Un’atmosfera di vera gioia permeava infatti piazza San Pietro, complice anche un clima insolitamente sereno dopo le piogge dei giorni scorsi.
I pellegrini riuniti nell’abbraccio del colonnato – tra cui i numerosi tangueros venuti per il flashmob dedicato alla milonga argentina, passione di Bergoglio - all'arrivo del Papa hanno augurato un “Buon Compleanno!” in diverse lingue. E un gruppo di seminaristi argentini, con i quali Francesco si è soffermato per pochi minuti, ha offerto addirittura una torta al Pontefice, il quale ha spento le candeline e sorseggiato del mate, tipica bevanda argentina.
Una bella accoglienza per il Santo Padre in questo giorno speciale. Lui, tuttavia, ha preferito mantenere un tono più misurato nella sua catechesi, affrontando un argomento “normale”. Ovvero la “normalità” della Famiglia di Nazareth, la quale, con la sua semplicità, – ha detto - “ci impegna a riscoprire la vocazione e la missione della famiglia, di ogni famiglia”.
E proprio su questo tema Francesco vuole che si concentri l’attenzione di tutto il Popolo di Dio in questo anno a venire, in cui la Chiesa si prepara ad un nuovo Sinodo dei Vescovi. “Ho deciso di riflettere con voi, in questo anno, proprio sulla famiglia – ha annunciato infatti il Pontefice - su questo grande dono che il Signore ha fatto al mondo fin dal principio, quando conferì ad Adamo ed Eva la missione di moltiplicarsi e di riempire la terra. Quel dono che Gesù ha confermato e sigillato nel suo Vangelo”.
L’incarnazione del Figlio di Dio apre infatti “un nuovo inizio nella storia universale dell’uomo e della donna”, ha sottolineato Francesco. E ciò “accade in seno ad una famiglia”: “Gesù nacque in una famiglia. Lui poteva venire … come un guerriero, un imperatore … No, no: viene come un figlio … in una famiglia. Questo è importante; guardare nel presepio questa scena tanto bella”.
Ed è bello anche sapere che Dio ha scelto di nascere in una famiglia umana, “che Lui stesso ha formato”. Formata, tra l’altro, “in uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero Romano”, non a Roma, la città capo dell’Impero, né in una grande città, “ma in una periferia quasi invisibile, anzi, piuttosto malfamata”, di cui spesso si parlava male. Eppure proprio da lì “è iniziata la storia più santa e più buona, quella di Gesù tra gli uomini!”.
Una storia durata trent’anni, durante i quali di fatto non accadde nulla, ha ricordato Papa Francesco: “Non si parla di miracoli o guarigioni, non ne ha fatta nessuna in quel tempo; non si parla di predicazioni, di folle che accorrono; a Nazaret tutto sembra accadere ‘normalmente’, secondo le consuetudini di una pia e operosa famiglia israelita”.
Gesù, in quella periferia, ci è rimasto per anni e anni, “sottomesso” – come dice l’evangelista Luca – ai suoi genitori: Maria, che - ha aggiunto a braccio il Santo Padre - “lavorava, cucinava, faceva le cose della casa, stirava le camice … tutte le cose da mamma”, e Giuseppe, il papà falegname, che “lavorava, insegnava al figlio a lavorare”.
Tutto nella normalità. Tanto che uno potrebbe obiettare: “Ma questo Dio che viene a salvarci ha perso trent’anni lì, in quella periferia malfamata? Ha perso trent’anni… Che spreco Padre!”.
Ma è stato Dio stesso a volere questo, ha ribattuto il Pontefice: “Il cammino di Gesù era in quella famiglia”, e, si sa, “i cammini di Dio sono misteriosi”. La cosa più importante era proprio che il Figlio di Dio incarnato stesse in quella famiglia.
“E quello non era uno spreco, eh!”, ha rimarcato Bergoglio, “erano grandi santi: Maria, la donna più santa, immacolata, e Giuseppe, l’uomo più giusto…”. Loro sono l’esempio per tutti i genitori di oggi. Nonostante i Vangeli, “nella loro sobrietà”, non riferiscono nulla sull’adolescenza di Gesù, lasciando questo compito “alla nostra affettuosa meditazione” - ha osservato il Papa - di certo, “non ci è difficile immaginare quanto le mamme potrebbero apprendere dalle premure di Maria per quel Figlio!”. E anche “quanto i papà potrebbero ricavare dall’esempio di Giuseppe, uomo giusto, che dedicò la sua vita a sostenere e a difendere il bambino e la sposa – la sua famiglia – nei passaggi difficili!”.
Gli stessi ragazzi, poi, “potrebbero essere incoraggiati da Gesù adolescente a comprendere la necessità e la bellezza di coltivare la loro vocazione più profonda, e di sognare in grande!”. In quei trent’anni, Cristo “ha coltivato la sua vocazione per la quale il Padre lo ha inviato… Mai in quel tempo si è scoraggiato, ma è cresciuto con coraggio per andare avanti con la sua missione”. Sempre accolto e accudito dal suo padre terreno e da una madre che “custodiva tutto nel suo cuore”.
Allora sull’esempio di questa umile coppia di Nazaret, “ciascuna famiglia cristiana può accogliere Gesù, ascoltarlo, parlare con Lui, custodirlo, proteggerlo, crescere con Lui; e così migliorare il mondo”. “Facciamo spazio nel nostro cuore e nelle nostre giornate al Signore”, ha esortato il Pontefice, anche se questo non sempre è facile. Persino per gli stessi Maria e Giuseppe non fu un percorso senza ostacoli: “Quante difficoltà dovettero superare! Non era una famiglia finta, non era una famiglia irreale”.
Per questo, si può dire che “la famiglia di Nazaret ci impegna a riscoprire la vocazione e la missione della famiglia, di ogni famiglia”. Come accadde in quei trent’anni a Nazaret, infatti, “così può accadere anche per noi”, ha assicurato Francesco; cioè “far diventare normale l’amore e non l’odio, far diventare comune l’aiuto vicendevole, non l’indifferenza o l’inimicizia”. Non a caso la parola “Nazaret” significa “Colei che custodisce”, perché “ogni volta che c’è una famiglia che custodisce questo mistero, fosse anche alla periferia del mondo, il mistero del Figlio di Dio, il mistero di Gesù che viene a salvarci, è all’opera. E viene per salvare il mondo”.
Quindi la grande missione della famiglia – ha concluso a braccio il Santo Padre – “è fare posto a Gesù che viene, accogliere Gesù nella famiglia, nella persona dei figli, del marito, della moglie, dei nonni…”. “Gesù è lì”, ha aggiunto, “accoglierlo lì, perché cresca spiritualmente lì quella famiglia. Che il Signore ci dia questa grazia in questi ultimi giorni prima del Natale”.




Sede Nazionale via Breda 18 Castel Mella (BS) Tel. 030 2583972

Aggiungi ai preferitiAggiungi questo sito ai preferiti

Webmaster: cogio

Le foto non di proprietà di FNC sono state reperite in rete, se qualcuna di queste dovesse essere coperta da diritti d'autore, siete pregati di segnalarcelo. Provvederemo a rimuoverle.