Torna all'homepage
News
 
 
CARTA DEI DIRITTI
LO STATUTO
MODULO ISCRIZIONE
SEDI REGIONALI




Scrivici

29 November, 2017

Emergenza denatalità, eppure la soluzione è così semplice
di -


Puntuale ecco che arriva il solito drammatico quadro fornito dall’Istat su “Natalità e fecondità della popolazione” italiana: «In otto anni 100mila nascite in meno», sintetizzano i principali quotidiani. E siccome nel 2016 in Italia sono nati 473.438 bambini (12mila in meno dell’anno precedente), si capisce come l’Italia stia procedendo a tappe forzate verso l’estinzione del suo popolo. Tanto più che la quota di figli nati da coppie italiane è di 373.075. Peraltro nel primo semestre del 2017 si sono già registrate 1.550 nascite in meno rispetto al primo semestre 2016, un calo minore rispetto agli anni precedenti ma pur sempre un segno inequivocabile di una minore propensione a generare nuove vite.
Ci sono altri dati che rendono ancora più grave il dato di fondo: ci dice infatti l’Istat che c’è un calo importante dei primi figli: 227.412 nel 2016 contro i 283.922 nel 2008, un 20% in meno. In parte si spiega con il calo delle donne in età fertile ma in parte anche alla decisione di non avere figli che coinvolge un numero crescente di coppie, soprattutto quelle sposate (che comunque sono sempre di meno). Inoltre delle donne nate nel 1976 ben il 21,8% non avranno figli alla fine del loro ciclo riproduttivo, quota che era dell’11,1% per le donne nate 25 anni prima. Un aumento più che allarmante.
Alla fine però di nuovo c’è ben poco, questa è una tendenza ormai consolidata da ben 45 anni e non si vedono segnali di inversione. Solo da pochi anni i nostri governanti si sono resi conto – e neanche troppo – che la denatalità è un grave problema sociale ed economico, ma continuano imperterriti a dare le spiegazioni sbagliate e a suggerire soluzioni pessime. Oggi quasi più nessuno ha il coraggio di sostenere che lo “sboom demografico” sia positivo, ma adesso gli stessi irresponsabili sostengono che la soluzione stia nell’immigrazione. Una bella scorciatoia per chi evidentemente pensa che le persone siano soltanto numeri, che cultura e condizioni di partenza non contino, e che non ci siano invece esigenze, problemi e costi diversi, legati ad esempio al processo di integrazione. Quanti non perdono occasione per insegnarci che gli immigrati sono persone, evidentemente sono i primi a non capire che cosa essere persone voglia dire.
Bisogna aver chiaro che il rimedio alla denatalità può essere soltanto l’aumento dei tassi di fecondità. Se non si tornerà almeno al livello di sostituzione, che è di 2,1 figli per donna (contro gli 1,34 attuali) le cose potranno solo peggiorare, e in queste condizioni una massiccia immigrazione può solo far esplodere i conflitti sociali.
Ma perché la tendenza si inverta bisogna agire anzitutto sulle cause vere. Un elemento ce lo dà lo stesso rapporto dell’Istat: «Il legame tra natalità e nuzialità è ancora molto forte nel nostro Paese», come del resto è naturale che sia, anche se in altri Paesi non è più così. In Italia nel 2016 il 70% dei figli è nato nel matrimonio. Ma i matrimoni sono molto calati, anche se negli ultimi due anni si registra una lieve ripresa. Fatto sta che nel 2016 i matrimoni sono stati 203.258, poco più della metà dei matrimoni celebrati nel 1970. Per la cronaca in quell’anno i nati furono 906mila, cifra praticamente doppia rispetto al 2016.
Perché un raffronto con il 1970? Perché in Italia è una data spartiacque, grazie all’introduzione proprio quell’anno della legge sul divorzio, poi confermata dal referendum del 1974. È lì che comincia il crollo della natalità: fino a quel momento il tasso di fecondità totale si attestava sui 2,4 figli per donna; da quel momento ecco il crollo, che va di pari passo con diminuzione di matrimoni e aumento di separazioni e divorzi. Basti pensare che nel 1970 c’erano 10.269 separazioni, nel 2016 le separazioni sono schizzate a 84.165, da sommarsi a 54.351 divorzi: un aumento di quasi 14 volte. Si tratta di una vera e propria opera di distruzione della famiglia, con le ovvie conseguenze sulla fertilità. Chiaro dunque cosa si dovrebbe fare anzitutto per invertire la tendenza alla fertilità: abolire il divorzio. L’introduzione del divorzio è stata una vera sciagura per la società e non solo per i tassi di natalità.
Ma andiamo avanti: abbiamo già visto il dato del clamoroso aumento delle donne che non hanno figli. È l’affermarsi di una mentalità contraccettiva, sostenuta e incentivata dai tanti messaggi antinatalisti con cui siamo bombardati ogni giorno oltre alla degradazione del sesso a solo piacere. Questo dato è destinato a peggiorare ulteriormente con le nuove generazioni visto che nella stessa direzione – incentivare l’attività sessuale evitando gravidanze - puntano i corsi di educazione sessuale sempre più diffusi nelle scuole italiane. E vista la promozione degli stili di vita omosessuali, naturalmente sterili. A completare il quadro c’è la tragica realtà dell’aborto, ormai sempre più banalizzata al punto che è diventata impossibile da quantificare visto l’abbondante consumo di pillole del giorno dopo o dei 5 giorni dopo, abortive a tutti gli effetti malgrado siano chiamati contraccezione d’emergenza.

Ad ogni modo, solo salvando i bambini abortiti chirurgicamente avremmo circa centomila nati in più all’anno. E comunque anche qui la soluzione sarebbe semplice: vietare la contraccezione – e ovviamente l’aborto - promuovendo al contempo una vera educazione all’affettività e alla procreazione responsabile. E al contempo dire basta all’ideologia gender e alla promozione dell’omosessualità o della sessualità fluida, che renderà ancora più sterili le generazioni che si affacciano ora all’età riproduttiva.
Un altro dato emerge anche dal confronto con altri paesi europei. Si parla molto di politiche economiche e sociali che incentivino le nascite e diversi paesi del Nord Europa hanno una tradizione consolidata in merito: cospicui assegni familiari, asili nido, permessi parentali, e così via. Eppure vediamo che i tassi di fecondità, per quanto più alti che in Italia, restano ben sotto al livello di sostituzione. Il perché è semplice: la motivazione per avere o non avere un figlio non è anzitutto economica, ma culturale. Le condizioni economiche e le agevolazioni statali hanno sicuramente incidenza su chi ha già deciso di avere figli (ed è per questo che è saggio favorire le famiglie numerose) ma non hanno alcun effetto sulla decisione di averli. Ovvero, se una coppia ha deciso di non avere figli non saranno certo il bonus bebè o la disponibilità di un asilo nido a farle cambiare idea.
Bisogna avere una speranza per poter generare la vita, bisogna credere che c’è un destino buono, che sia possibile costruire qualcosa di positivo. Soprattutto oggi che anche il semplice assecondare la nostra natura, che ci vuole madri e padri, è diventato più difficile a causa della martellante propaganda avversa.

Ed è qui che notiamo come il crollo della fecondità in Italia sia andato di pari passo con il processo di secolarizzazione, con la perdita della fede cattolica e della propria identità. Ci vuole una grande opera di evangelizzazione, di annuncio di una Speranza certa, come quello che ci raggiunge ora con il Natale. Qui si apre il grande compito della Chiesa: non c’è bisogno di vescovi che parlino di fisco e contratti di lavoro, neanche di vescovi che tirino la volata a chi vuole sostituire i bambini mancanti con gli immigrati; ma di vescovi e sacerdoti che richiamino tutto il popolo alla missione, all’annuncio di Cristo. Ogni altra misura alla lunga sarà inutile se non si riparte da qui.

23 November, 2017

Palermo, vietato pregare in scuola elementare. Rimosse statua della Madonna e foto del Papa
di - Google news


Lo ha deciso il dirigente della "Ragusa Moleti", diffondendo una circolare in cui si ricorda il parere dell'Avvocatura dello Stato dell'8 gennaio del 2009 che esclude 'la celebrazione di atti di culto, riti o celebrazioni religiose durante l'orario scolastico o durante l'ora di religione cattolica"

PALERMO - "Signore, benedici il cibo che stiamo per prendere e fa che lo abbiano tutti i bambini del mondo". E' la preghiera intonata dai bambini dell'infanzia e delle elementari dell'istituto "Ragusa Moleti" di Palermo prima di fare la merenda a scuola a metà giornata. Non la reciteranno più, perché nell'istituto è scattato il divieto di pregare per decisione del dirigente scolastico Nicolò La Rocca.
Palermo, vietato pregare a scuola.

La protesta dei genitori
Il dirigente ha diramato stamani una circolare che impedisce agli insegnanti di fare recitare le preghierine ai bambini nell'ora della merenda e persino durante l'ora di religione. Il dirigente stamani ha fatto rimuovere dalla scuola una statuetta della Madonna e alcune immagini, come quella di Papa Francesco. La scuola è frequentata da alunni che vanno dai 3 ai 6 anni. I plessi della "Ragusa Moleti" sono tre, la centrale e due sedi succursali: Sunseri ed ex Pestalozzi.

"Ci sarebbe nella nostra scuola - si legge nella circolare firmata dal dirigente scolastico, Nicolò La Rocca - l'usanza, da parte di alcuni docenti, di far pregare i bambini prima dell'inizio delle lezioni e/o di far intonare canzoncine benedicenti

prima della consumazione della merenda". Il dirigente, inoltre, ricorda che "considerando il parere dell'Avvocatura dello Stato dell'8 gennaio del 2009, allegato alla nota del gabinetto del Miur del 29 gennaio 2009, è da escludere 'la celebrazione di atti di culto, riti o celebrazioni religiose nella scuola durante l'orario scolastico o durante l'ora di religione cattolica, atteso il carattere culturale di tale insegnamento".




28 October, 2017

Vittoria a metà: esce il gender, resta il femminismo
di - Marco Guerra


Esce il gender resta il femminismo. Volendo fare un’estrema sintesi, si possono commentare così le linee guida nazionali per l'attuazione del comma 16 della riforma della scuola (legge 107 del 2015) per la promozione dell'educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere. Il testo presentato ieri a Roma dal ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, presenta sicuramente dei notevoli miglioramenti rispetto a quello circolato in via ufficiosa nell’estate del 2016 e del quale riportò ampi stralci la Nuova BQ. 
In questo ultimo anno ha avuto luogo infatti un serrato confronto tra le principali realtà pro family italiane guidate da Massimo Gandolfini e i vertici di Viale Trastevere, un braccio di ferro proficuo nella ricerca del miglior compromesso possibile, soprattutto se si considerano le note posizioni del governo sul tema della famiglia e l’educazione dei bambini. 
In primis va detto che nel nuovo testo i riferimenti al genere vanno intesi nell’ambito della differenza sessuale tra maschile e femminile, non solo, ma si specifica chiaramente che “tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo le ideologie gender”. Dunque, tutta la cosiddetta educazione di genere viene fatta rientrare nella promozione delle pari opportunità e nella lotta alla violenza sulle donne. Chiarezza in tal senso viene fatta fin dal primo articolo del documento in cui si afferma che “Nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell’identità, informa di sé l’intero orizzonte esistenziale: è la prima condizione con cui ogni individuo si pone, e ne riceve opportunità e risorse ma anche limiti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati”. 
Significativo anche il passaggio sulla costruzione dell’identità attraverso l’incontro con l’altro ad iniziare dalla figura materna: “Nell’esperienza soggettiva delle persone l’incontro con l’alterità si colloca all’inizio del tempo di vita: dall’esperienza dell’essere tutt’uno con la madre si esce nella lenta necessaria costituzione di una soggettività separata”. In poche righe vengono smentiti gli assunti ideologici per cui non si nasce uomini e donne ma si costruisce l’identità tramite condizionamenti culturali. 
Peccato che subito dopo questi passaggi che allontanano definitivamente le istanze delle frange più estreme dei gruppi lgbt, il testo vira verso una visione femminista dai connotati molto ideologici. Lascia quasi sbalorditi la parte in cui la tradizione occidentale  è indicata come qualcosa che contribuisce a soggiogare l’universo femminile: “Secoli di patriarcato hanno rappresentato le donne come naturalmente subordinate agli uomini, avvalendosi di dicotomie come quelle di mente/corpo, soggetto/oggetto, logica/istinto, ragione/sentimento, attività/passività, pubblico/privato e assegnando agli uomini le prime caratteristiche, alle donne le seconde”. “Secondo questa millenaria tradizione”, si legge ancora, “le donne sarebbero soggetti deboli, incapaci di pensiero astratto”. Risulta perfino troppo facile smontare questa tesi ricordando che l’Europa con la sua cultura cristiana e umanista è stata la culla di ogni diritto che ha dato dignità alla donna. Per gli stessi motivi stupisce che non sia stato inserito nemmeno un cenno sui rischi legati alla mercificazione del corpo delle donne e alla pornografia dilagante tipiche della nostra contemporaneità. 
Con il pretesto di esaltare le differenze c’è poi un intero paragrafo con le raccomandazioni sul lessico e “l’adeguamento dell’uso della lingua al nuovo status assunto dalle donne in campo professionale e istituzionale”. In questa parte delle linee guida è possibile leggere passaggi di questo tenore: “È opportuno ricordare, inoltre, che definire una donna con un termine maschile in settori rilevanti della società come le istituzioni e i livelli professionali apicali, ne opacizza la presenza fino a farla scomparire”. Oppure: “Adeguare il linguaggio al nuovo status sociale, culturale e professionale raggiunto dalle donne, e quindi al mutamento dell'intera società, si pone oggi come un'azione urgente e necessaria”.
Ad ogni modo va registrato che riguardo alle forme di discriminazione il documento si  attiene a quelle a cui fa riferimento l’articolo 3 della costituzione (non c’è alcuna fuga in avanti che allude  a nuovi reati d’opinione) inoltre si menziona l’art. 30 della Carta che riconosce il primato educativo dei genitori. 
Il presidente del Family day, Massimo Gandolfini ha manifestato una moderata soddisfazione perché “non si lascia spazio a interpretazioni fantasiose e si garantisce che l’ideologia gender non entrerà nelle scuole”. Gandolfini guarda ora al patto educativo di corresponsabilità (Pec) che sarà presentato il 21 novembre: “Questo dovrà rendere concreto quanto pronunciato in linea teorica nelle linee guida e dovrà prevedere il consenso preventivo informato sulle attività sensibili”. 
La possibilità di esonero da controverse iniziative scolastiche resta infatti fondamentale, poiché come è doveroso riconoscere che a livello nazionale è stata evitata l’istituzione di una cornice normativa tesa a favorire l’introduzione del gender così è necessario non illudersi che, a livello locale, autorità politiche e scolastiche smetteranno di ideare e proporre progetti per la colonizzazione ideologica degli studenti. Dunque l’impegno per la libertà educativa è ancora all’inizio ma segna qualche punto a suo vantaggio.


Sede Nazionale via Breda 18 Castel Mella (BS) Tel. 030 2583972

Aggiungi ai preferitiAggiungi questo sito ai preferiti

Webmaster: cogio

Le foto non di proprietà di FNC sono state reperite in rete, se qualcuna di queste dovesse essere coperta da diritti d'autore, siete pregati di segnalarcelo. Provvederemo a rimuoverle.