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28 October, 2017

Vittoria a metà: esce il gender, resta il femminismo
di - Marco Guerra


Esce il gender resta il femminismo. Volendo fare un’estrema sintesi, si possono commentare così le linee guida nazionali per l'attuazione del comma 16 della riforma della scuola (legge 107 del 2015) per la promozione dell'educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere. Il testo presentato ieri a Roma dal ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, presenta sicuramente dei notevoli miglioramenti rispetto a quello circolato in via ufficiosa nell’estate del 2016 e del quale riportò ampi stralci la Nuova BQ. 
In questo ultimo anno ha avuto luogo infatti un serrato confronto tra le principali realtà pro family italiane guidate da Massimo Gandolfini e i vertici di Viale Trastevere, un braccio di ferro proficuo nella ricerca del miglior compromesso possibile, soprattutto se si considerano le note posizioni del governo sul tema della famiglia e l’educazione dei bambini. 
In primis va detto che nel nuovo testo i riferimenti al genere vanno intesi nell’ambito della differenza sessuale tra maschile e femminile, non solo, ma si specifica chiaramente che “tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo le ideologie gender”. Dunque, tutta la cosiddetta educazione di genere viene fatta rientrare nella promozione delle pari opportunità e nella lotta alla violenza sulle donne. Chiarezza in tal senso viene fatta fin dal primo articolo del documento in cui si afferma che “Nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell’identità, informa di sé l’intero orizzonte esistenziale: è la prima condizione con cui ogni individuo si pone, e ne riceve opportunità e risorse ma anche limiti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati”. 
Significativo anche il passaggio sulla costruzione dell’identità attraverso l’incontro con l’altro ad iniziare dalla figura materna: “Nell’esperienza soggettiva delle persone l’incontro con l’alterità si colloca all’inizio del tempo di vita: dall’esperienza dell’essere tutt’uno con la madre si esce nella lenta necessaria costituzione di una soggettività separata”. In poche righe vengono smentiti gli assunti ideologici per cui non si nasce uomini e donne ma si costruisce l’identità tramite condizionamenti culturali. 
Peccato che subito dopo questi passaggi che allontanano definitivamente le istanze delle frange più estreme dei gruppi lgbt, il testo vira verso una visione femminista dai connotati molto ideologici. Lascia quasi sbalorditi la parte in cui la tradizione occidentale  è indicata come qualcosa che contribuisce a soggiogare l’universo femminile: “Secoli di patriarcato hanno rappresentato le donne come naturalmente subordinate agli uomini, avvalendosi di dicotomie come quelle di mente/corpo, soggetto/oggetto, logica/istinto, ragione/sentimento, attività/passività, pubblico/privato e assegnando agli uomini le prime caratteristiche, alle donne le seconde”. “Secondo questa millenaria tradizione”, si legge ancora, “le donne sarebbero soggetti deboli, incapaci di pensiero astratto”. Risulta perfino troppo facile smontare questa tesi ricordando che l’Europa con la sua cultura cristiana e umanista è stata la culla di ogni diritto che ha dato dignità alla donna. Per gli stessi motivi stupisce che non sia stato inserito nemmeno un cenno sui rischi legati alla mercificazione del corpo delle donne e alla pornografia dilagante tipiche della nostra contemporaneità. 
Con il pretesto di esaltare le differenze c’è poi un intero paragrafo con le raccomandazioni sul lessico e “l’adeguamento dell’uso della lingua al nuovo status assunto dalle donne in campo professionale e istituzionale”. In questa parte delle linee guida è possibile leggere passaggi di questo tenore: “È opportuno ricordare, inoltre, che definire una donna con un termine maschile in settori rilevanti della società come le istituzioni e i livelli professionali apicali, ne opacizza la presenza fino a farla scomparire”. Oppure: “Adeguare il linguaggio al nuovo status sociale, culturale e professionale raggiunto dalle donne, e quindi al mutamento dell'intera società, si pone oggi come un'azione urgente e necessaria”.
Ad ogni modo va registrato che riguardo alle forme di discriminazione il documento si  attiene a quelle a cui fa riferimento l’articolo 3 della costituzione (non c’è alcuna fuga in avanti che allude  a nuovi reati d’opinione) inoltre si menziona l’art. 30 della Carta che riconosce il primato educativo dei genitori. 
Il presidente del Family day, Massimo Gandolfini ha manifestato una moderata soddisfazione perché “non si lascia spazio a interpretazioni fantasiose e si garantisce che l’ideologia gender non entrerà nelle scuole”. Gandolfini guarda ora al patto educativo di corresponsabilità (Pec) che sarà presentato il 21 novembre: “Questo dovrà rendere concreto quanto pronunciato in linea teorica nelle linee guida e dovrà prevedere il consenso preventivo informato sulle attività sensibili”. 
La possibilità di esonero da controverse iniziative scolastiche resta infatti fondamentale, poiché come è doveroso riconoscere che a livello nazionale è stata evitata l’istituzione di una cornice normativa tesa a favorire l’introduzione del gender così è necessario non illudersi che, a livello locale, autorità politiche e scolastiche smetteranno di ideare e proporre progetti per la colonizzazione ideologica degli studenti. Dunque l’impegno per la libertà educativa è ancora all’inizio ma segna qualche punto a suo vantaggio.

19 September, 2017

Papa Francesco rinnova l Istituto Giovanni Paolo II
di -


Ampliamento delle competenze “per la cultura della vita”

Attraverso il Motu Proprio “Summa familiae cura”, papa Francesco istituisce il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che succede al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, fondato dal Pontefice polacco nel 1981.
Il testo, reso pubblico oggi, martedì 19 settembre 2017, amplia le competenze dell’Istituto al livello pastorale, missionario e accademico, in modo da affrontare la “realtà della famiglia, oggi, in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre”.
L’Istituto — così ricorda il Pontefice italo-argentino nel documento che porta la data dell’8 settembre, festa della Natività della B.V. Maria — è stato fondato da Giovanni Paolo II, “animato dalla più grande cura per la famiglia”, in seguito al Sinodo dei Vescovi del 1980 sulla famiglia in seno alla Pontificia Università Lateranense e conta oggi sezioni extra-urbane “in tutti i continenti”.
“Più di recente”, spiega Francesco, “la Chiesa ha compiuto un ulteriore percorso sinodale mettendo nuovamente al centro dell’attenzione la realtà del matrimonio e della famiglia”, che si è concluso con la pubblicazione nel marzo 2016 dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris laetitia”.
Questo iter sinodale ha portato ad una “una rinnovata consapevolezza del vangelo della famiglia e delle nuove sfide pastorali a cui la comunità cristiana è chiamata a rispondere”, spiega il Santo Padre, il quale sottolinea che l’attuale “cambiamento antropologico-culturale” richiede “un approccio analitico e diversificato”. Perciò, così prosegue, non ci è consentito “di limitarci a pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato”.
“Dobbiamo essere interpreti consapevoli e appassionati della sapienza della fede in un contesto nel quale gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali, nella loro vita affettiva e familiare”, afferma Francesco. Occorre cioè “guardare, con intelletto d’amore e con saggio realismo, alla realtà della famiglia, oggi, in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre”.
E’ in quest’ottica che il romano Pontefice ha deciso di dare “un nuovo assetto giuridico all’Istituto Giovanni Paolo II”, affinché “la lungimirante intuizione” di Giovanni Paolo II oggi possa “essere ancora meglio riconosciuta e apprezzata nella sua fecondità e attualità”.
Il Motu Proprio amplia le competenze dell’istituto, non solo sul piano pastorale e della missione ecclesiale, ma anche “in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita”.
La nuova struttura, che sarà sempre legata all’Università Lateranense, succederà quindi al finora Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, che cesserà di esistere, precisa il documento.
Il nuovo Istituto sarà “un centro accademico di riferimento, al servizio della missione della Chiesa universale” e approfondirà i “temi connessi con la fondamentale alleanza dell’uomo e della donna per la cura della generazione e del creato”.
Manterrà uno speciale rapporto “con il ministero e il magistero della Santa Sede”, in modo particolare attraverso la Congregazione per l’Educazione Cattolica, il nuovo Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e con la Pontificia Accademia per la Vita.
L’Istituto teologico potrà conferire ai suoi studenti i vari gradi accademici in “Scienze su Matrimonio e Famiglia” e avrà “gli strumenti necessari” per realizzare la missione scientifica ed ecclesiale conferitagli.

20 August, 2017

Rivoglio i programmi dell 85 e il rispetto della professione
di - Vittorio Lodolo D Oria


Insegnanti alle urne: chi votare alle prossime Politiche?

Tra i numerosi commenti che mi scrivono gli insegnanti, ve ne sono tanti che pongono esplicitamente la questione del futuro della scuola.
Poiché ci troviamo ormai a ridosso delle elezioni politiche e sapendo che gli insegnanti sono circa un milione con un indotto di almeno due milioni di voti, mi chiedo come possa non interessare avere questo popolo dalla propria parte a urne quasi aperte. Leggiamo pertanto l’impietosa ma veritiera lettera cui si è ispirato questo articolo per poi effettuare le debite riflessioni.
Gentile dottore,
mi sono iscritta alla facoltà di Scienze della Formazione Primaria nel 2002, innamorata di questa professione ed entusiasta del percorso di studi. Poi la riforma Moratti, poi la riforma Gelmini poi…. non ho nemmeno il coraggio di menzionare l’ultimo papocchio! Dopo 9 anni di insegnamento nella scuola primaria mi rendo conto che all’università ho studiato cose che oggi non esistono più. Questa scuola non è quella di cui mi sono innamorata e la professione docente, che devo ricoprire, non è quella per la quale ho studiato sei anni di università. I docenti sono bistrattati, sottopagati, manca il rispetto, la tutela della salute e non solo. Ci hanno tolto la dignità professionale e poi spogliato del nostro ruolo educativo e formativo. Opinione pubblica contro, leggi contro, dirigenti…. no comment. Non siamo tutelati. Io personalmente rivoglio i programmi dell’85. Rivoglio l’educazione di bimbi e genitori e il rispetto verso la nostra figura e il nostro lavoro. Questa scuola la stanno distruggendo e a me non piace più…
Direi che questa docente, meglio di chiunque altro, ha sintetizzato lo sfascio attuale della scuola che è divenuta terra di scontro, di lotta senza quartiere, un drammatico tutti contro tutti. Il passato prossimo, con le riforme Moratti e Gelmini (non è citata quella Berlinguer solo perché la docente è troppo giovane) rappresenterebbe il degrado, mentre il presente, con l’innominabile “Buona Scuola” e i suoi algidi algoritmi e chiamate dirette, costituirebbe il colpo di grazia all’Istruzione. E’ pur vero che le riforme evocano sempre una risposta anticorpale del sistema, una vera e propria resistenza al cambiamento ma, in questa rivoluzione copernicana perenne e incompiuta, non sembra salvarsi nessuno per i risultati nefasti impietosamente enunciati dall’insegnante: perdita di rispetto e prestigio dei docenti, bistrattati, sottopagati, opinione pubblica contro etc. Resto tuttavia convinto che in ciascuna di queste riforme – a eccezione di quella previdenziale dello sciagurato governo tecnico Monti/Fornero – ci sia stato senz’altro qualcosa di buono, ma allora che cosa non ha funzionato fin da principio nella classe politica che pretendeva, ora da destra, ora da sinistra, di cambiare il sistema scolastico? La risposta è semplice: la nessuna credibilità dei governanti, chiunque essi fossero. Come riparare a siffatto inconveniente riconquistando attendibilità? Vediamo prima come si presenta lo scenario politico attuale in vista delle prossime elezioni e poi cerchiamo di dare una soluzione pratica.
Per semplificare il ragionamento prenderò in considerazione tre schieramenti elettorali (centrosinistra, centrodestra e M5S) e andrò a valutare il loro comportamento e le loro recenti dichiarazioni inerenti la politica scolastica:
Centrosinistra: dopo la cosiddetta Buona Scuola, il suo mentore ha recentemente dichiarato che il fallimento della sua riforma è da attribuirsi all’incapacità di comunicare la svolta epocale che la riforma stessa avrebbe apportato all’istruzione. In altre parole la colpa dell’insuccesso sarebbe da attribuirsi all’agenzia incaricata della comunicazione. Che la suddetta agenzia abbia effettivamente sopravvalutato i docenti ritenendoli troppo arguti? Forse le cose stanno così per l’estensore della riforma poiché sorprendentemente non solleva alcuna autocritica sulla sua “creatura”. Ma veniamo ora ora all’attuale titolare del MIUR e alla sua recente proposta di ridurre a quattro gli anni di studio delle superiori. Desumiamo da ciò che il governo non attribuisce la benché minima importanza tanto ai titoli di studio quanto al tempo trascorso a scuola: questa può pertanto essere inopinatamente ridimensionata, se non proprio abolita. Non possiamo infine non ricordare la scellerata vicenda previdenziale, nota alle cronache sotto il nome “Q96” che, iniziata sotto il governo Monti, è stata perpetuata dal centrosinistra con la conseguente ira di migliaia di suoi elettori insegnanti presi a pesci in faccia. E per concludere sarebbe curioso sapere cosa ha votato il popolo docente al recente referendum costituzionale che è stato “personalizzato” dal presidente del consiglio poi uscitone disarcionato. Esercizio utile per comprendere il peso della Scuola nelle urne.
Centrodestra: l’ultima volta che questo schieramento parlò compiutamente di scuola, erano i tempi del famigerato slogan delle “Tre i: internet, impresa e inglese”. Servì effettivamente a vincere le elezioni, ma il seguito non fu né onore né gloria. Di recente però il centrodestra è riuscito a superarsi, rispolverando il trito e logoro stereotipo dello “scandalo” rappresentato dai tre mesi di vacanza all’anno degli insegnanti: “Un’ingiustizia – secondo il più accreditato leader dello schieramento – cui necessita porre immediatamente rimedio”. Come alienarsi le simpatie del mondo della scuola con una sola infelice battuta.
M5S: l’unico punto del programma di questo schieramento che riguarda la scuola, prevede l’abolizione della L 107/15 (la Buona Scuola appunto) in caso di vittoria alle prossime elezioni. Decisamente troppo poco presentarsi col solo proposito di distruggere il lavoro dell’avversario. Avere la faccia pulita è condizione essenziale ma non sufficiente: occorre sapere essere anche competenti in materia e propositivi.
Di fronte a questo scenario davvero poco edificante ci chiediamo con quale voglia e convinzione si recheranno alle urne i docenti coi loro familiari, sperando che le cose cambino in fretta e senza perdite di tempo. Ma come può avvenire ciò? Gli schieramenti politici hanno un solo modo: agire sulla propria credibilità ripristinando innanzitutto la verità sulla professione docente. Da subito, se ambiscono a divenire forza di governo, dovranno dimostrare di possedere idee chiare attivandosi nella tutela della professionalità dei docenti e della loro salute nel seguente modo:
Avvio di studi epidemiologici osservazionali su malattie professionali dei docenti
Riconoscimento ufficiale delle malattie professionali (psichiatriche all’80%)
Riconoscimento dell’insegnamento come lavoro usurante
Revisione del sistema previdenziale per gli insegnanti in base a malattie, età, servizio
Allineamento delle retribuzioni alla media UE
Presentazione periodica annuale dello stato di salute dei docenti all’Opinione Pubblica per porre fine a insulsi stereotipi e ristabilire la verità nell’interesse del ruolo istituzionale dell’insegnante a vantaggio della società intera.
Sarà questo il modo migliore per vincere le elezioni e commemorare, come davvero si conviene, il cinquantenario del ’68. Ci sarà qualcuno con cui collaborare che vorrà dare ascolto agli appelli lanciati invano agli ultimi cinque ministri da questa testata? Speriamo di sì, altrimenti alla Scuola non resterà che comportarsi come la Famiglia (anch’essa intesa come istituzione) che, rimasta orfana di rappresentanti politici, si presenterà autonomamente alle prossime elezioni col Popolo della Famiglia. E se mai nascesse anche il “Popolo della Scuola” sarebbe giocoforza auspicabile un’alleanza tra i due movimenti in virtù del loro ruolo esclusivo di agenzie educative complementari. Sono i genitori e gli insegnanti ad aver reso grande la nostra società, evolutasi e cresciuta grazie al succedersi armonico delle generazioni. Per quanto ancora assisteremo passivamente alla sistematica distruzione istituzionale di Scuola e Famiglia incitate per giunta a scontrarsi tra loro? Fantapolitica? Forse, ma a questo punto, pur di non rassegnarsi, diviene lecito anche sognare un ritorno alle origini, proprio come suggerisce l’insegnante nella sua lettera.
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