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17 December, 2015

Articoli scritti dal responsabile FNC di Massa sul Gender
di - GEPPE NICOTRA


Gender: proviamo a capirci qualcosa.
di Geppe Nicotra

Si fa un gran parlare di questi tempi di gender e capita, talvolta, di leggere articoli dove si tranciano giudizi su idee e le persone che le professano, accogliendo in maniera acritica idee d’accatto, che oggi il mercato ha interesse a diffondere a piene mani e questo magari anche appiccicandoci su una patente di cattolicità, quasi a garantirne l’infallibilità.
Proprio in questi giorni Papa Francesco, il primo teologo della Chiesa e garante della cattolicità, ha messo in guardia contro le radici che crescono e sembrano ragionevoli, ma nascondono l’insidia della mondanità: «Facciamo ciò che fa il mondo, lo stesso: mettiamo all’asta la nostra carta d’identità; siamo uguali a tutti … è il cammino della mondanità, di quella radice velenosa, perversa … la mondanità distrugge l’identità; la mondanità porta al pensiero unico, non c’è differenza … la mondanità ti porta al pensiero unico e all’apostasia. Non sono permesse, non ci sono permesse le differenze … Questo umanismo, che viene a prendere il posto dell’uomo vero, Gesù Cristo … che viene a toglierci l’identità cristiana e ci porta al pensiero unico: “Tutti fanno così, perché noi no? .. La mondanità entra lentamente, cresce, si giustifica e contagia, si giustifica — “facciamo come tutta la gente, non siamo tanto differenti” — cerca sempre una giustificazione, e alla fine contagia, e tanti mali vengono da lì». Da qui, l’invito pressante del Papa: «Nel nome del Signore: guardatevi dalle radici velenose, dalle radici perverse che ti portano lontano dal Signore e ti fanno perdere la tua identità cristiana, che questa identità non venga buttata fuori: essere come tutti, per motivi di “normalità».
Per questo, nelle righe che seguono e in quelle che seguiranno, si cercherà di fare chiarezza – per quanto possibile – su alcuni aspetti della questione “gender”, senza la patente dell’infallibilità, ma con la ricerca di una messa a fuoco che tenga conto della razionalità, della documentabilità, nonché della scientificità di quanto affermato.

Teoria sì, teoria no
In questo periodo turbolento, un dilemma rende insonni le notti di molti: esiste la teoria gender? A sciogliere il tormentoso dilemma giunge chiarificatore il limpido pensiero della filosofa Michela Marzano che, su Repubblica il 22 giugno 2015, scrive testualmente:«Di teorie e di studi sul gender, negli ultimi anni, ne sono nati molti». Confortati da questo autorevole parere, andiamo avanti. Esistono, quindi, Gender Theories o teorie di genere, ma anche Gender Studies, che affermano - ma non dimostrano - che la differenza tra maschi e femmine è riconducibile ad un processo socio/culturale frutto di stereotipi, intesi non come «opinioni largamente condivise relative al comportamento, alle aspirazioni degli uomini e delle donne», ma come «pregiudizi che racchiudono l’altro sesso in comportamenti predeterminati, in schemi limitati, cioè degradanti». Insomma, per parlare terra terra, se un bambina crescendo vive e si comporta da donna, avviene perché è stata condizionata a diventarlo: lasciata libera, avrebbe potuto preferire comportarsi e vivere da maschio, magari anche modificando il proprio corpo in modo da apparirlo.

Scienza vs. teoria
Niente di scientifico in tutto questo, anzi la scienza si ostina a presentare continuamente conferme in direzione opposta: «Scoperti i 'misteriosi neuroni dei maschi'», così titolava l’ANSA una news dello scorso 14 ottobre (praticamente ieri!). E continuava: «Scoperti i 'Misteriosi neuroni dei maschi': sono state chiamate proprio così, 'Mcms' (dall'inglese 'mystery cells of the male'), le cellule nervose che nei maschi rendono il sesso una priorità e fanno la differenza tra il cervello maschile e quello femminile. Descritte sulla rivista Nature, sono state individuate per la prima volta nel cervello di una vecchia conoscenza dei genetisti, il minuscolo verme Caenorhabditis elegans.
Scoperte dal gruppo internazionale coordinato da Arantza Barrios, dell'University College di Londra, le misteriose cellule maschili sono davvero uniche: si sviluppano con la maturità sessuale e funzionano come un campanello d'allarme che costantemente ricorda al maschio che le esigenze legate al sesso sono prioritarie, tanto che durante l'accoppiamento fanno passare in secondo piano perfino l'esigenza di mangiare.
Come il cromosoma Y è unico nel genoma maschile, i neuroni appena individuati sono esclusivi del cervello dei maschi e sono la chiave che spiega le differenze nell'apprendimento e nelle abilità cognitive rispetto alle femmine. «Abbiamo dimostrato come le differenze genetiche e nello sviluppo tra i due sessi siano legate a cambiamenti strutturali nel cervello che avvengono durante la maturità sessuale», osserva Barrios. «Questi cambiamenti - ha aggiunto - fanno sì che il cervello maschile funzioni in modo diverso, rendendo i maschi più inclini a ricordare gli incontri sessuali avuti in passato e a considerare il sesso una priorità'».
E, se i maschietti hanno sempre invidiato il multitasking delle femminucce, ossia l’abilità di fare più cose contemporaneamente, la scienza viene a confermare che, l’annullamento delle differenze sessuali che si prefiggerebbe il gender, per le donne rappresenterebbe una perdita e non una conquista:«Scienza: le donne che cambiano sesso perdono l'abilità multitasking», così annunciava il 1° settembre Rai News e continuava: «Cambiare sesso per le donne potrebbe voler dire dover rinunciare a una capacità tutta femminile: quella del multitasking, saper fare bene, contemporaneamente, più cose diverse.
Se così guardare la Tv, leggere un libro e nello stesso tempo badare ai figli è una capacità che spesso ammiriamo nelle donne, uno studio dell'Università di Vienna riportato dal Telegraph ha mostrato come quelle donne che iniziano una cura a base di ormoni maschili per poi diventare, un giorno, uomini a tutti gli effetti perdano gradualmente questa capacità al multitasking.
I transessuali 'female-to-male', da femmina a maschio, che vengono esposti al testosterone vedono ridursi quell'area della materia grigia appunto responsabile di questa abilità.
Il professor Rupert Lanzenberger dell'Università di Vienna ha detto al quotidiano britannico che questa è una prova di come le differenze fra cervello maschile e femminile siano "sostanzialmente attribuibili agli effetti degli ormoni sessuali"».


Alle origini del gender
di Geppe Nicotra

Di fronte a questo gran parlare di gender una domanda si pone imperiosa: a chi dobbiamo il regalo del gender e delle sue strampalate pretese?
Un aiuto in questa direzione ci è venuto proprio lo scorso mese da una rivista a cui è d’obbligo dare ossequio: Mente&Cervello, il mensile di psicologia e neuroscienze abbinato a Le Scienze, edizione italiana di Scientific American. Le Scienze fa parte del Gruppo Editoriale L’Espresso, a cui appartiene anche Repubblica, quindi, una voce di tutto rispetto. Nel mese di novembre, Mente&Cervello intitola la copertina «Il gender esiste?» e il direttore di Le Scienze, Marco Cattaneo ne firma un editoriale con un titolo che è tutto un programma,”Tutta la verità sugli studi di genere”, nel quale presenta anche il pezzo forte di Daniela Ovadia, ossia l’articolo di copertina. Con tutto il peso che viene dall’autorevolezza della rivista, Cattaneo e la Ovadia affermano che è erroneo parlare di teoria del gender, quanto piuttosto di «studi di genere», i quali «sostengono che l’identità di genere – il sentimento di appartenenza all’uno o all’altro genere – può essere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale, e va al di là delle etichette sociali. A partire da una mole di dati epidemiologici. È una constatazione, dunque, più che una teoria».

Costruzione ideologia
Battersi per affermare che “l’identità di genere può essere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale”, quasi fosse non una possibilità episodica ma un evento comune, è proprio questa la teoria di gender, una costruzione ideologica che – come la definisce il Dizionario Treccani – «può anche essere definita come un complesso di idee astratte, senza riscontro nella realtà e prive di basi scientifiche».
La verifica che questa è una ideologia la si ritrova nella creazione di nuovi termini per spezzettare l’in-dividuo, ossia l’essere che non si può dividere. Una riprova si ha nell’articolo 1, oggi soppresso, del disegno di legge Scalfarotto:

PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.
(Definizioni relative all'identità sessuale).
1. Ai fini della legge penale, si intende per:
a) «identità sessuale»: l'insieme, l'interazione o ciascuna delle seguenti componenti: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale;
b) «identità di genere»: la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico;
c) «ruolo di genere»: qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all'essere uomo o donna;
d) «orientamento sessuale»: l'attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.

Si tratta, quindi, di un’ideologia che, come quelle del tragico secolo scorso, non avendo una rispondenza nella realtà, devono essere imposte con la forza.

Studi pseudoscientifici
Un altro punto da sottolineare in quell’editoriale, e nell’articolo che presenta, è quando si afferma che gli studi di genere sono supportati “da una mole di dati epidemiologici”. Quindi, logicamente, se ne deduce che «l’identità di genere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale» è una patologia, «Le Scienze» dixit!
Ma la cosa più strabiliante è questo brano dell’editoriale in cui si afferma:”Quando gli specialisti parlano di gender si riferiscono agli «studi di genere», il complesso di ricerche in ambito psicologico e sociologico che esamina le relazioni tra sesso biologico, orientamento sessuale e identità di genere, tre elementi che contribuiscono, in modo diverso e in misura diversa, a comporre l’individuo. Un campo di studi la cui nascita può essere fatta risalire ai famosi rapporti Kinsey, i due libri che Alfred Kinsey pubblicò tra il 1948 e il 1953, in cui esponeva i risultati dei suoi studi sul comportamento sessuale dell’essere umano».
E, nell’articolo di approfondimento, oltre alla ripresa dell’importanza di Kinsey, si aggiunge: «Gli studi di genere, quindi, sostengono (oramai con dovizia di dati epidemiologici e comportamentali) che l’appartenenza può essere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale. A dimostrarlo con un preciso modello teorico è stato, tra i primi, lo psicologo e sessuologo statunitense John Money, nel 1972. Secondo il suo approccio biosociale, natura e cultura interagiscono per determinare il sentimento di appartenenza ad un genere o all’altro. “Si nasce maschi o femmine -spiegava Money- ma l’etichetta sociale che ci viene attribuita e il diverso modello educativo che viene impartito ai bambini e alle bambine interagisce con i fattori biologici…”». Chi sono Kinsey e Money?

I «rapporti Kinsey»
Alfred Charles Kinsey (1894-1956), entomologo (studioso degli insetti), assistente di zoologia all’Indiana University, nel 1938 ottenne di tenere, presso la sua università, un corso di educazione sessuale. Nel 1940 ebbe notevoli finanziamenti dalla Rockefeller Foundation, la qualcosa gli permise di fondare nel 1947 l’Indiana Institute for Sex Research, ora Kinsey Institute for Sex, Gender and Reproduction Research. La sua fama è legata alla pubblicazione di due volumi, conosciuti come «rapporti Kinsey», che lo resero il guru della rivoluzione sessuale in tutto il mondo. Il primo di questi «Il comportamento sessuale dell’uomo», pubblicato nel 1948, sdoganò l’omosessualità, affermando che il 10% della popolazione è omosessuale. Che non fosse così se ne accorse Clinton, quando la lobby gay volle far pesare il suo appoggio nella sua elezione. In seguito ad una indagine scientifica, commissionata ai migliori centri statistici universitari, venne appurato che la percentuale, in realtà, si aggirava intorno all’1-1,5%.
Ma non era l’unico dato falso: il primo rapporto, insieme a «Il comportamento sessuale della donna», pubblicato nel 1953, rappresentano una frode scientifica. Il campione non è rappresentativo perché
- composto esclusivamente da volontari,
- il 25% dei maschi intervistati sono detenuti per crimini sessuali
- l’unica scuola superiore inclusa nella ricerca ha una percentuale del 50% di studenti omosessuali e almeno 200 prostituti maschi,
- vennero conteggiate come omosessuali persone che avevano avuto almeno un episodio omosessuali tra i 16 e i 55 anni,
- nel calcolo della percentuale di omosessuali – senza spiegazione – Kinsey fa sparire circa 1.000 soggetti.
Ma il capitolo più inquietante è quello intitolato «Sviluppo e attività sessuali precoci», in cui vengono descritti gli esperimenti sessuali condotti su centinaia di soggetti con età compresa fra i 5 mesi e i 14 anni. Il rapporto parla di 317 bambini, la dottoressa Judith A. Reisman ipotizza si sia trattato di 1.746 bambini.
Nel 1995, il deputato del Texas Steve Stockman, definì Kinsey «non un ricercatore, bensì un truffatore», per avere basato le sue ricerche e conclusioni sul diario privato di un pedofilo che abusò di 317 bambini dagli 1 ai 14 anni. Questo dato venne confermato, sia pure con grande riluttanza, da John Bancroft, il direttore dell' Istituto Kinsey dell'Università dell'Indiana, che ha ammesso che i dati del rapporto erano basati sulle esperienze personali di un maniaco sessuale che aveva molestato oltre 300 bambini, tenendo un diario accurato delle sue attività pedofile.. Stockman aveva denunciato: «Ricorrere a un pedofilo significa rinunciare a ogni base scientifica. Significa degradare l' infanzia». John Bancroft sottolineò che, per verificare i resoconti del pedofilo, Kinsey si era rivolto anche ad altri:«Consultò alcuni detenuti condannati per molestie sessuali, ha riferito .. Gli confermarono che anche i bambini possono avere un orgasmo». Il direttore dell' Istituto ha comunque ammesso che Kinsey nascose la sua fonte principale:«Dovette accettare la condizione impostagli dal pedofilo di non svelare la sua identità . Non lo fece volentieri, si rendeva conto che si trattava di un criminale con conti da regolare con la legge». Nel suo trattato, Kinsey scrisse che «le informazioni provengono da adulti tecnicamente addestrati alla ricerca, che hanno tenuto diari». Il Rapporto Kinsey sostiene che il 33 per cento dei bambini con meno di un anno, il 57 per cento di quelli sotto i 5, il 63 per cento sotto i 10 anni e l' 80 per cento di quelli sotto i 15 anni «avevano raggiunto l' orgasmo».

Il termine «gender»
Il miglior allievo di Kinsey fu John Money (1921-2006), medico psicologo e sessuologo neozelandese, direttore di un Dipartimento di ricerche psico-¬ormonali della Facoltà di Medicina della Johns Hopkins University di Baltimora, introdusse il termine di «genere» nella letteratura medica, per distinguere tra sessualità biologica e «identità sessuale».
Money è noto per gli esperimenti su bambini nati con corpi non esattamente ascrivibili a una delle due categorie maschio-femmina e da lui sottoposti ad una serie di processi (chirurgici e ormonali) per mascolinizzarli o femminilizzarli e, in ogni caso, per lui «il sesso cromosonico del bambino è irrilevante» (Love and Love Sickness).

Il tragico esperimento di Money
L’esperimento più noto, tale perché il protagonista così ha voluto per evitare ad altri quanto capitato a lui, è quello effettuato su David Reimer.
David e Brian nacquero nell’agosto del 1965. La circoncisione, fatta in modo maldestro, gli bruciò i genitali di David. Incontrato Money, perché visto in tv, consigliò ai genitori di permettergli di modificare chirurgicamente i suoi genitali, trasformandoli da maschili in femminili, e di crescerlo come una femmina. Money usò i gemelli come esperimento a dimostrazione della sua teoria che «il genere si apprendeva». Seguì il caso per molti anni e pubblicò degli articoli sul successo della riattribuzione del sesso, acquisendo prestigio come esperto del cambiamento di genere: a sentire Money, il ragazzo (la cui identità era tenuta nascosta) stava crescendo perfettamente come femmina, col nome di «Brenda». Tuttavia, nell’anno 2000 tutto venne fuori: David e il fratello gemello, all’epoca oltre la trentina, raccontarono come il dottor Money, quando avevano sette anni, avesse scattato delle foto di loro due nudi, e negli anni, li avesse costretti a pratiche incestuose tra di loro. David non si era mai identificato nel sesso femminile: si muoveva, parlava e camminava come un maschio, faceva la pipì in piedi, interveniva a difendere il fratello facendo a botte con i compagni di classe, e sempre più spesso gli rubava i giochi e i vestiti. Gli abusi subiti e, per David, il fatto di essere stato costretto a crescere come una femmina, determinarono l’esito tragico della vicenda: nel 2002 il fratello di David fu trovato morto, per overdose. Il 4 maggio 2004, David guidò fino a un parcheggio desolato e puntò il fucile alla testa. Aveva 38 anni.
Da questi padri cosa ci si poteva aspettare che nascesse?


Femminismo tradito?
di Geppe Nicotra

«Simile ad uno scolaro che lascia il collegio per andare in vacanza, dopo un lungo anno di reclusione, la donna si è trovata, dopo le più recenti invenzioni e specialmente durante questa lunga guerra, si è trovata lanciata in una vita di libertà, di movimento e anche di lavori che non aveva mai conosciuto.
La donna sino a ieri era rinchiusa nello stretto cerchio della vita della famiglia, e quelle che ne uscivano erano un'eccezione.
Oggi la donna entra da per tutto. Le donne del popolo entrano nelle fabbriche, ove non si richiede che destrezza e intelligenza, essendo la forza muscolare rimpiazzata dalla forza motrice della macchina. Oggi poi una quantità di nuovi impieghi sono dati alle donne: Le Scuole Elementari anche maschili e Superiori; sono date alle donne le Scuole Tecniche, i Ginnasi, i Licei, le Università sono aperte alle Professoresse; uffici di posta, di telefono, di telegrafo, esattorie, libri di conti, casse, tram elettrici, fattorine, ecc. tutti posti che avvezzano la donna a lavorare fuori di casa, a fare da sé, a entrare in competenza con l’uomo, ad essergli preferita; onde una nuova situazione sociale.
La donna è divenuta la maggioranza in tutti i paesi, e le donne non maritate saranno domani in Italia, le più numerose.
E’ cristiano, è caritatevole occuparsi del femminismo, o meglio della famiglia cristiana.
L'attacco contro questa fortezza sociale che è la famiglia cristiana, custodita e mantenuta dall'indissolubilità del matrimonio, ora latente ancora, vedete che domani diventerà furioso.
Il femminismo è una parte ed importantissima della questione sociale, e il nostro torto, o cattolici, è quello di non averlo compreso subito. Fu grande errore.
Troppa poca gente ancora comprende la questione femminista. Confessiamolo francamente, noi cattolici abbiamo trattato il femminismo con una leggerezza deplorevole».
È impressionante la lucidità profetica con cui don Orione scrisse queste parole nel maggio del 1919, perché quello che descrive è quello che vediamo ai nostri giorni.
Le parole accorate di don Orione hanno trovato una puntuale accoglienza nella “Lettera alle donne”, che Giovanni Paolo II indirizzò nel 1995 alle donne del mondo intero: «Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l'intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. […] Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente.[…] Quante donne sono state e sono tuttora valutate più per l'aspetto fisico che per la competenza, la professionalità, le opere dell'intelligenza, la ricchezza della loro sensibilità e, in definitiva, per la dignità stessa del loro essere!
E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l'umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l'essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l'effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico. Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità».

Parità
Nei due brani citati l’eco delle guerre mondiali e delle ideologie totalitarie del ‘900 che, con il loro potere di distruzione dei valori, hanno preparato il terreno di coltura per la diffusione di dottrine e ideologie che attentano a quanto di positivo l’umanità tenta di realizzare e dal punto di vista ideale e dal punto di vista scientifico. Anche il movimento femminista non sfugge a questa sorte. Nato per conseguire la liberazione della donna dal «dominio» dell’uomo, a quali risultati è approdato?
La parità tra uomo e donna viene ricercata eliminando le differenze tra il maschile e il femminile, ossia una donna nasce con un corpo di donna (sesso biologico) ma acquisisce il genere donna (culturale) perché fin da bambina è vestita ed educata in un certo modo dai genitori, “perché il femminile e il maschile sono il portato di una convenzione sociale codificata che il corpo lesbico, nella sua ricostruzione di sé per sé, cancella e rende insensata” (Simonetta Spinelli sull’opera di Monique Wittig). Monique Wittig (1935-2003) in The Straight Mind and Other Essays afferma che «la società eterosessuale è la società che non solo opprime le lesbiche e i gay, ma opprime anche molti differenti altri, opprime tutte le donne e molte categorie di uomini […] la lotta di classe tra donne e uomini abolirà gli uomini e le donne […]. Il concetto di differenza non ha nulla di ontologico in sé. È solo il modo in cui i padroni interpretano una situazione storica di dominio […] “donna” ha un significato solo nei sistemi eterosessuali di pensiero e nei sistemi economici eterosessuali».
Se Simone de Beauvoir (1908-1986), in Le deuxième sexe del 1949, aveva scritto: «Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l'aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell'uomo: è l'insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna», a sdoganare l’indifferentismo sessuale in veste gender, servendosi proprio di queste parole della de Beauvoir, aveva provveduto Judith Butler (1956) che, in «Sesso e genere nel “Secondo sesso” di Simone de Beauvoir», pubblicato nel numero speciale dell’inverno 1986 dei prestigiosi “Yale French Studies”, sostiene che la de Beauvoir è davvero all’origine della teoria del gender, distinguendo sesso e genere e, andando oltre, «il corpo come fatto naturale non esiste davvero all’interno dell’esperienza umana, ma ha un qualche significato solo come stato che si è superato», quindi, «non solo il gender non è più dettato dall’anatomia, ma l’anatomia non sembra più porre alcun limite necessario alle possibilità del gender». Da qui i dieci, venti, cinquanta sessi.
Non è da meno Shulamith Firestone (1945) che, in The dialectic of sex, proclama che «il fine ultimo della rivoluzione femminista non consiste nell’eliminazione dei privilegi, ma nella stessa cancellazione delle distinzioni tra sessi. (…) Il tabù dell’incesto oggi serve solo a preservare la famiglia. Se ci sbarazzassimo della famiglia ci sbarazzeremmo anche delle repressioni. (…) Una volta che tutto sia livellato in parità, la maggior parte della gente potrebbe preferire il sesso opposto semplicemente perché è fisicamente più conveniente. (…). I tabù sessuali adulto/bambino e omosessualità sparirebbero».

Conferenza di Pechino
Queste disquisizioni potrebbero sembrare pure esercitazioni accademiche, se non fosse che, nel 1993, Bill Clinton nominò membro della Corte Suprema degli Stati Uniti Ruth Bader Ginsburg, giurista femminista radicale, la quale introdurrà per la prima volta il termine “genere” (al posto di “sesso”) nei documenti prodotti da quell’organismo. Da lì a poco, avverrà lo stesso anche nei documenti ufficiali dell’ONU, per approdare, successivamente, alla Conferenza mondiale sulle donne a Pechino nel 1995. Qui, racconta Dale O’Leary, «solo quindici giorni prima dell'incontro preparatorio furono resi disponibili ai delegati i testi della Piattaforma d’Azione, che stravolgevano totalmente le bozze precedenti». Inoltre, «negli oltre 300 paragrafi dei testi prodotti, non c‟era un riferimento positivo alla maternità, al matrimonio o ai mariti, ma la parola genere, come in diffusione della prospettiva di genere, appariva più di 300 volte. Alla Conferenza ONU del Cairo, nel 1994, fu fatto circolare un documento che delineava una strategia per promuovere le richieste di diritti sessuali e riproduttivi, distorcendo il significato dei diritti umani universalmente accettati. Se l’obiettivo è l’eliminazione totale della differenza sessuale, allora la differenza più ovvia tra gli uomini e le donne è che, se un uomo e una donna hanno rapporti sessuali, solo la donna rimane incinta. Per rendere le donne uguali agli uomini, da questo punto di vista, è necessario che le donne possano avere rapporti sessuali senza rimanere incinte. La contraccezione e l’aborto diventarono, quindi, la condizione necessaria della rivoluzione femminista. Per raggiungere questo obiettivo, si richiese il riconoscimento di ciò che venne definito ‘diritti sessuali e riproduttivi’, cioè accesso incondizionato alla contraccezione e all’aborto, assoluta libertà sessuale per bambini e adulti ed educazione sessuale esaustiva, che oltre a promuovere la contraccezione, l’aborto e l’assoluta libertà sessuale ad ogni livello, insegnasse anche agli studenti che qualsiasi commento non positivo sull’omosessualità è la prova di un atteggiamento omofobo e bigotto».
La ricerca delle ‘pari opportunità’ che emerge dalla Conferenza di Pechino rispetta le differenze femminili o le annulla?
Al Cairo nel 1994 e a Pechino nel 1995, vengono propugnati i ‘diritti alla salute sessuale e riproduttiva’: questa espressione, in realtà, camuffa l’intenzione di creare un ‘diritto all’aborto’ on demand. Questo invocato ‘diritto di scelta’ in materia di aborto soddisfa a fondo le aspettative più profonde della donna o ne certifica il fallimento? Nel 2011, il British Journal of Psychiatry ha presentato uno studio, ad oggi la più grande stima quantitativa disponibile nella letteratura mondiale relativamente ai rischi per la salute mentale associati all’aborto, basato su un campione che ha compreso 22 studi e 877.181 partecipanti. Lo studio ha concluso che le donne che hanno subìto un aborto presentano un rischio maggiore dell’81% di avere problemi di salute mentale. È stato inoltre dimostrato che quasi il 10% di incidenza di problemi di salute mentale può essere direttamente attribuibile all’aborto. In proposito, è molto istruttivo leggere l’intervista rilasciata da Emma Bonino a Grazia e da lei resa disponibile nel suo sito. In merito, anche le femministe stanno rivedendo le loro posizioni. Erika Bachiochi, femminista Usa, ha recentemente affermato: «Un mondo senza differenze fra i sessi scarica sulle donne tutta la responsabilità della vita. È questa la libertà che vogliamo?».
Quanto alla contraccezione, tralasciando le conseguenze anche mortali collegate al loro uso, due ricerche americane riportano degli effetti collaterali, abitualmente sottaciuti: la pillola smorza l’interesse sessuale femminile, arrivando a bloccare il piacere sessuale (e questo la dice lunga sul perché del ritardo nella messa a punto della pillola maschile!). L’altro effetto collaterale è più sofisticato: la pillola può interferire col meccanismo che coinvolge il senso dell’olfatto. L’olfatto permette alla donna di individuare un uomo con il «sistema immunitario diverso dal suo in termini di proteine chiave per l’individuazione e l’attacco di sistemi invasori». La pillola altera questo meccanismo, anzi lo inverte. «Gli scienziati iniziano a chiedersi se la pillola abbia portato a un’intera generazioni di matrimoni con maggiori difficoltà ad avere figli o con figli più vulnerabili». Inoltre, questo spiegherebbe perché alcune donne si lamentino dell’odore del marito, dopo avere smesso di prendere la pillola.

Maternità surrogata
Sempre in tema di liberazione della donna e di parità tra uomo e donna, un punto focale è diventato quello della maternità: decidere quando e come avere un figlio. Il progresso tecnologico permette, con modalità diverse, di arrivare alla ‘produzione’ (il verbo è appropriato!) di un bambino, addirittura scegliendone anche le caratteristiche fisiche. È questa la pratica eufemisticamente chiamata ‘PMA o procreazione medicalmente assistita’ o, ancora più dolcemente, ‘gestazione per altri’ o ‘gestazione di sostegno’ o ‘maternità surrogata’, ma, più realisticamente e brutalmente, ‘utero in affitto’. Questa pratica, nonostante il 70% di insuccessi, è di gran moda perché ha un buon mercato e fattura circa 6 miliardi e mezzo di dollari l’anno. Il procedimento preliminare prevede l’iperstimolazione ovarica, che comporta un bombardamento ormonale per permettere alla donna di produrre non un ovulo, come avviene in natura, ma un numero molto alto di ovuli. Questa iperstimolazione può provocare emorragie, infarti, tumori, sterilità, persino, in qualche caso, la morte. Inoltre, per ogni bambino che nasce, vengono eliminati 9 o 10 embrioni. Il bambino che nasce viene tolto alla madre che lo ha portato in grembo e, se concepito con seme di un ‘donatore’, è destinato a non conoscere neanche il padre. Sono nati gruppi su internet di giovani che vanno alla ricerca del padre. In Francia una coppia, entrambi nati
con fecondazione artificiale, stanno creando un caso per poter conoscere il padre e sapere se tra di loro sono parenti.
L‘utero in affitto ha reso possibile alle coppie gay il ‘diritto al figlio’. Questo è previsto in Italia nel ddl Cirinnà sulle unioni civili, attraverso la stepchild adoption, ossia la possibilità di adottare eventuali figli avuti da uno dei due partner.
Un’inversione di rotta sta avvenendo da qualche mese ad opera di alcune femministe di diversa nazionalità che hanno lanciato un appello e aperta una sottoscrizione per giungere all’abolizione di questa pratica inumana.
Questo ha scatenato le ire del mondo gay che le ha tacciate di omofobia, perché non è giusto «discriminare le coppie in base al genere», dal momento che le coppie gay femminili possono procreare e quelle maschili no.
Femminismo tradito? Da chi?



Gender: è il mercato, bellezza!
di Geppe Nicotra

La filosofa tedesca Hannah Arendt (1906-1975) nel 1961 seguì a Gerusalemme, come corrispondente del The New Yorker, il processo contro il nazista Eichmann, reo di avere organizzato la rete dei trasporti degli ebrei ai campi di concentramento. Quelle corrispondenze confluirono nel libro «La banalità del male». Molto interessante è la descrizione di come sia stato possibile tacitare la voce della coscienza di fronte ad azioni tanto abominevoli. «Nella gerarchia nazista Himmler era il più dotato per risolvere i problemi di coscienza». La tattica di Himmler fu quella di creare degli slogan che venivano diffusi e ripetuti come mantra: «L’ordine di risolvere la questione ebraica: questo era l’ordine più spaventoso che un’organizzazione potesse ricevere», «noi ci rendiamo conto che ciò che ci attendiamo da voi è ‘sovrumano’, di essere ‘sovrumanamente’ inumani», perché appartenenti ad una generazione a cui era toccato «un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni». «Il problema – sottolinea la Arendt – era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler era molto semplice e, come si vide, molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle!».
Questo avviene quando un’ideologia arriva al potere e il potere deve mantenere e consolidare. Per questo Joseph Goebbels fu messo a capo del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (Ministero del Reich per l'istruzione pubblica e la propaganda), noto anche come Propagandaministerium, perché se è fondamentale la conquista del potere, nondimeno lo è il mantenimento anche per mezzo della forza e la formazione delle nuove generazioni all’accoglimento del verbo dominante.
In Germania, l’anno scorso, Eugen Martens, padre di 9 figli, è stato «rinchiuso in galera per 24 ore» perché la figlia Melitta di 10 anni si è rifiutata di partecipare alle elementari a due ore di educazione sessuale, durante le quali si insegnano pratiche sessuali, masturbazione, ideologia gender e molto altro. La moglie di Eugen, Luise, ha scampato il carcere fino alla fine del periodo di allattamento del nono figlio.
In Spagna, il cardinale Fernando Sebastián (84 anni) è stato iscritto nel registro degli indagati per incitamento alla discriminazione degli omosessuali e omofobia e rischia due anni di prigione per aver detto in un’intervista che gli atti omosessuali sono una «forma deficiente» di espressione della sessualità, perché mancante di qualcosa.

L’antilingua
Ma, come dimostra Hannah Arendt, per un’ideologia che miri a imporsi, fondamentale è la manipolazione culturale operata con l’antilingua. Come acutamente osservato «la decostruzione del linguaggio e la sostituzione violenta dei termini significativi (in quanto aderenti alla realtà) con termini non-significativi (in quanto completamente slegati dal reale) ha come conseguenza diretta il disfacimento dell’in-dividuo e lo scivolamento in una globale psicosi sociale. E’ questo uno degli effetti delle teorie del genere: l’esaltazione di un nuovo modello antropologico, di un io decostruito e ridotto a centro di pulsioni e desideri, incapace di riconoscere il valore e la necessità di un altro-da-sé, quindi incapace di relazionarsi e di amare, nel senso più genuino del termine.
La frammentazione di tutti i piani che nell’individuo sono ricomposti in unità (dimensione fisica, psicologica, linguistica, sociale, etc.) porta poi ad una destrutturazione che rende tutti noi più deboli, più manipolabili, prossimamente non più soltanto soggetti ma anche oggetti di consumo».
Così uguaglianza non è più uguaglianza in dignità e diritti degli uomini delle donne, ma è da intendere che tutte le differenze tra gli individui devono essere ridotte a uguaglianza, comprese quelle che originano dalle loro scelte (per esempio orientamento sessuale); libertà non è più la capacità di scegliere il bene, ma la capacità di scegliere liberamente, di esprimere il proprio desiderio o la propria volontà, senza alcuna costruzione della natura, che è fortemente ingiusta e discriminatoria; omofobia non è violenza, ingiuria fatta alle persone con tendenze omosessuali o discriminazione fatta a queste persone rispetto ad altre persone nella stessa situazione, ma è omofobo chi non condivide le rivendicazioni delle persone con tendenze omosessuali (matrimonio, adozione, procreazione medicalmente assistita, utero in affitto); parità non è rispettare le differenze sessuali nella complementarietà del rapporto, ma la distribuzione uguale di ruoli tra uomini e donne in tutti i settori della società (vita familiare, vita professionale, vita politica) per raggiungere l'uguaglianza cioè l'assoluta identità tra l'uomo alla donna.

Statistiche taroccate
Con l’antilingua, un altro mezzo utilizzato per la diffusione dell’ideologia è l’uso di statistiche taroccate che gonfiano i dati, come quello dei figli delle coppie gay che non sono “circa 100.000” ma, secondo il censimento Istat del 2013, ammonta a 529 minori attualmente conviventi in coppie di persone dello stesso sesso. Continuamente si sente dire in tv o si legge sui giornali che in Italia c’è un’emergenza omofobia, quando i dati, resi noti a novembre dall’Osce, certificano in 27 i crimini contro le persone Lgbt, laddove sono 413 i crimini xenofobici e razzisti.
Anche Cameron aveva creduto che gli omosex inglesi fossero tre milioni, spaccando il partito per certe scelte conseguenti, ma dovette fare marcia indietro pubblicamente quando l’Office of National Statistics gli fece sapere che la cifra giusta era 545 mila, l’1,1%. Così, negli Usa, dove il Centro per il Controllo e la Prevenzione del Disagio (CDC) ha rilevato che solo il 2,3 per cento della popolazione degli Stati Uniti è identificabile come facente parte del gruppo LGTB. La Gallup, poiché in un sondaggio aveva rilevato la convinzione degli americani che la percentuale dovesse essere del 23%, ha motivato così questo divario: «La sopravvalutazione [delle dimensioni della popolazione gay e lesbiche] può anche riflettere la massiccia rappresentazione nei media di personaggi gay, in televisione e nei film e forse la grande visibilità di attivisti che promuovono le cause gay, in particolare la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso». In Italia, secondo l’ultima rilevazione Istat, vi sono 13 milioni 997 mila coppie con e senza figli (164mila nuclei familiari con quattro o più figli), solo 7.591 le coppie con o senza figli formate da persone dello stesso sesso e circa un milione le persone con tendenze omosessuali.
Il Centro disturbi identità di genere del Molinette di Torino, in un convegno celebrato il mese scorso per festeggiare i 10 anni di attività, ha reso noto che nel decennio si sono rivolte al centro 462 persone e la disforia di genere è stata diagnosticata in 300 casi. Gli interventi chirurgici che hanno trasformato i maschi in femmine sono stati 73; 35 gli omologhi da femmina a maschio, ma solo in 10 dopo la fase demolitiva (che consiste nella rimozione chirurgica di mammelle e utero) hanno proseguito con la ricostruzione del pene. In conclusione: 108 interventi di cambio di sesso in dieci anni.
In occasione del recente viaggio del Papa negli USA, l’associazione GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) ha pubblicato un libretto di 24 pagine, dove dà delle indicazioni generali sulla Chiesa, solite statistiche non certificate, un glossario di termini da usare e da evitare da parte dei cronisti, nonché una lista nera di nomi di esponenti della Chiesa irriducibili avversari del Gender, probabilmente da attaccare, e altri più possibilisti da presentare come campioni di modernità; vengono poi riportate storie di comunità LGBT che collaborano con istituzioni cattoliche e di attivisti LGBT cattolici per presentare l’immagine di una incompatibilità sbagliata. Si tratta di un agile manuale che riassume le tecniche di persuasione che fanno parte della tipica ‘cassetta degli attrezzi’:
-Presentare statistiche che anziché fotografare una situazione la provochino;
-Creare una neolingua favorevole all’idea che si vuol far passare;
-Stilare una lista nera di nomi da attaccare e screditare;
-Stilare una lista di nomi da arruolare per spaccare il fronte avversario;
-Creare un database di casi limite positivi da proporre continuamente come esempi da seguire;
-Creare un database di casi limite negativi coi quali colpire la sensibilità delle persone a favore della causa che si vuole sostenere.

Ideologia, non scienza
Anche il gender, come tutte le ideologie che si rispettano, non si sottrae alla ferrea legge di Hegel: «Tanto peggio per i fatti (se non si accordano con la teoria)!».
Due esempi illuminanti.
Stati Uniti: nel 1972 il Congresso approvò il Title IX of the Education Amendments, un progetto di legge storico che rinforzava il concetto di uguaglianza di genere nelle attività sportive delle scuole superiori e delle università una volta per tutte, ma che di fatto portò allo smantellamento di squadre maschili in moltissimi sport e in molti college e università: dal 1985 al 1997 nei college sono spariti più di 21.000 posti per atleti maschi, dal 1992 sono scomparse più di 359 squadre maschili, «solo fra il 1993 e il 1999 erano state eliminate 53 squadre di golf maschile, 39 di atletica leggera, 43 di wrestling e 16 di baseball. La squadra di tuffi della University of Miami, che aveva sfornato 15 atleti olimpici, è scomparsa», così certificò la commissione governativa incaricata di valutare l’impatto del Title IX. Il risultato fu che furono tagliate squadre e posti per ragazzi che si erano impegnati nello sport fin dall’infanzia, mentre vennero allestite nuove squadre per donne che non avevano mai praticato uno sport prima di arrivare al college. Non c’è stata una revisione della legge, anche se si è riscontrato che la passione maschile per lo sport nell’adolescenza incanala l’aggressività, aiuta al rispetto delle regole, combatte il crimine.
E così nel 2012, Barack Obama ha celebrato i 40 anni del Title IX, perché le donne che ne hanno usufruito «hanno realizzato importanti scoperte scientifiche, gestiscono aziende floride, governano stati e allenano squadre sportive». E la Nike nella campagna di quest’anno ci ha tenuto a sottolineare come la sua avventura trionfale è dovuta all’aver messo le donne al primo posto da oltre 40 anni. Il mercato ringrazia il Title IX!
Norvegia: nel paese nordico ‘faro della civiltà’, negli ultimi decenni, attraverso politiche e piani d’azione, è stato introdotto il gender, il paradiso delle pari opportunità. Ma la sorpresa è stata di trovarsi di fronte a quello che viene definito il Norwegian gender paradox, il paradosso norvegese del gender. Si verifica, cioè, nonostante tutti gli sforzi normativi per la parità di genere, una segregazione verticale tra uomini e donne nei settori di lavoro, che dimostra come le donne continuino a scegliere professioni tradizionalmente viste come “femminili” e gli uomini quelle tradizionalmente “maschili”, confermando i cosiddetti ‘stereotipi di genere’.
Ha provato di capire il perché ciò avvenga il comico e sociologo Harald Eia, realizzando il documentario Hjernevask (lavaggio del cervello), facilmente reperibile in rete con sottotitoli in italiano. Ha girato diversi paesi e incontrato studiosi di università prestigiose: Richard Lippa, Professore di Psicologia presso la California State University, forte di una ricerca su un campione costituito da circa 200.000 persone di 53 paesi del mondo; Trond Diseth, dell’Oslo University Hospital, che ha elaborato un test per verificare le scelte dei bambini riguardo ai giocattoli; Simon Baron-Cohen dell’Università di Cambridge e membro del Trinity College (da cui sono usciti ben 32 premi Nobel), che ha studiato i neonati, verificando caratteristiche innate (con una irriducibile componente biologica) e diversificate nei cervelli dei bambini maschi e femmine; Anne Campbell dell’Università di Durham che, partendo da un approccio evolutivo, giunge alla conclusione che esistono caratteristiche “tipiche” legate a geni selezionati dall’evoluzione.
La conclusione è che la teoria del gender non è supportata da ricerche scientifiche e, laddove condotte, hanno dimostrato l’innata differenza biologica.
Mandato in onda in sette puntate nel 2010, il documentario – originato da una verifica di quanto affermato dagli studiosi del Nordic Gender Institute, un centro di ricerca nordeuropeo che promuove, raccoglie e diffonde ricerche e studi su temi di gender e di sostenibilità ambientale – ha suscitato un vespaio di polemiche durate alcuni mesi. Nel 2011 il Consiglio dei ministri dei governi nordici ha deciso di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute, provocandone la chiusura.
Ma, siccome in quel paese nordico vive gente che fa sul serio e si può permettere di dissentire da Aristotele (384 a.C.-322 a.C.), quando afferma: « È da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto», e che considera un pericoloso sovversivo Chesterton (1874-1936), quando afferma: « La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate», ebbene, nello scorso luglio, il Ministro della Salute Bent Høie, parlando all’Oslo Pride Festival, ha presentato un disegno di legge per permettere ai minori, tra 7 e 16 anni, di dichiarare il proprio sesso a prescindere dal dato biologico, senza dover chiedere il parere di medici o psicologi.
Loro sì che sono avanti!

Il business
Nel 1998, una corrispondenza da New York annotava: «Uno studio prodotto dal Simmons market research bureau ha svelato che se la media nazionale si aggira attorno ai 32 mila dollari di reddito annuo, il gay dispone in media di 47 mila dollari: in più non ha figli, spesso non ha più legami tradizionali con la famiglia d’origine e, se convive, spesso lo fa con un compagno che si aggira sullo stesso reddito. «I gay esprimono un potere d’acquisto sempre maggiore. una fedeltà al prodotto tre volte superiore alla media e la capacità di decretare le fortune e le sfortune di una ditta», dicono i guru del marketing aziendale. Quando, ad esempio, la birra Miller era stata boicottata dai gay nel 1990, le sue vendite erano scese del 54%. Oggi la Miller sponsorizza le olimpiadi gay e si dice fiera di aiutare gli atleti omosessuali. […]Dove andranno nel futuro i dollari gay, nessuno lo sa con esattezza. Quello che è certo è che per l’industria planetaria – il mercato – non c’è miglior consumatore che come loro sia disposto a bruciare fino all’ultimo cent e poi rapidamente a ricapitalizzare per soddisfare i desideri di benessere. Per cercare di vivere all’altezza della parola che si sono scelti, gay, cioè “felice”».
Ed oggi? Mesi fa, 379 aziende americane hanno lanciato un appello ai giudici della Corte Suprema affinché legalizzassero il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti, cosa poi avvenuta. Nel 2012, la rivista Bloomerg annunciava: «Il matrimonio omosessuale ha prodotto 259 milioni di dollari per l’economia di New York».
A Bologna, ad ottobre, si è tenuto il Gay Bride Expo, il primo Salone in Italia dedicato ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, legato al Buy wedding in Italy, il cui sito dice che vogliono « porre in rilievo il mercato delle coppie gay straniere che si sposano in Italia.Essendo all’estero legalmente riconosciuta l’unione civile delle coppie gay, è intensa la attività di marketing che le strutture italiane di incoming e alberghiere rivolgono verso questo particolare target».
Paul Donovan, economista di UBS, la potentissima Unione delle banche svizzere, afferma che gli stati che hanno aperto alle nozze gay «è probabile che ottengano un beneficio economico», perché «legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso potrebbe aumentare la forza lavoro di un paese, poiché si incoraggia l’immigrazione di persone Lgbt», e «il principale beneficio dovrebbe arrivare dalla potenziale crescita della produttività del lavoro che a sua volta dovrebbe essere spinta da una maggiore mobilità».
Il mercato degli ‘uteri in affitto’ ( e non ‘gestazione per altri’, quasi fosse un dono!), quello che verrebbe sdoganato anche in Italia se venisse approvato il ddl Cirinnà con la stepchild adoption, è un mercato che frutta solo 6 miliardi di dollari!
La rivista finanziaria Forbes parla di un giro d’affari globale di ben 3mila miliardi di dollari, perché gay e lesbiche viaggiano di più, hanno più case ed auto, spendono di più in vestiario e tecnologia.
Ho l’impressione che questa ‘pari opportunità’ non sia poi così pari: al solito ci sono quelli che sono più pari degli altri!
Il filoso marxista Diego Fusaro ha scritto:«Si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci.[…] l’ideologia mondialista gender mira alla creazione e all’esportazione di un nuovo modello antropologico, pienamente funzionale al capitalismo dilagante: l’individuo senza identità, isolato, infinitamente manipolabile, senza spessore culturale, puro prodotto delle strategie della manipolazione.[…] Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile.[…] quella del gender è a tutti gli effetti ideologia di legittimazione di un “capitalismo assoluto-totalitario” che mira alla distruzione dell’identità umana, di modo che possa imporsi, tramite una “mutazione antropologica” (Pasolini), la nuova figura del consumatore senza sesso e senza identità, integralmente plasmato dai flussi desiderativi governati ad arte dal mercato».
Altro che ‘pari opportunità’, ‘discriminazione’, ‘etero/omosessualità’: è solo un prosaico ‘business is business’!






24 November, 2015

Gender a scuola, nasce l’Osservatorio Nazionale
di -


L’iniziativa, promossa dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli, intende tutelare i genitori affinché sia garantita un’educazione libera da ideologie ai bambini e ai ragazzi
Da ora in poi, i genitori che vorranno segnalare abusi didattici ed educativi in materia affettiva e sessuale potranno rivolgersi all’Osservatorio Nazionale, inaugurato dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli.



“L’iniziativa - spiegano i promotori - nasce per intercettare l’introduzione di progetti di matrice ideologica gender, celati dietro la nobile istanza della lotta alla discriminazione e al bullismo”. I genitori potranno inviare le proprie istanze all’indirizzo mail scuola@difendiamoinostrifigli.it.



Il Comitato, collaborando con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, richiederà le dovute ispezioni nelle scuole dove si verificheranno eventuali abusi didattico/educativi. “Si intende in questo modo garantire - conclude il comunicato del Cdnf - un’educazione libera a bambini e ragazzi, rispettosa del diritto e dovere dei genitori nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli”.



12 November, 2015

Istat, meno matrimoni in Italia. E le coppie di fatto superano il milione
di - CORRIERE DELLA SERA

Nel 2014 sono stati celebrati 189.765 matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente. Nel quinquennio 2009-2013, il calo è stato in media di oltre 10mila matrimoni all’anno. Mentre le unioni di fatto sono più che raddoppiate dal 2008.


Riserva conferme e qualche sorpresa l’ultimo rapporto Istat su«matrimoni, separazioni e divorzi». Nel 2014 sono stati celebrati in Italia 189.765 matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente. Nel quinquennio 2009-2013, il calo e’ stato in media di oltre 10mila matrimoni all’anno. Nel complesso, dal 2008 al 2014 i matrimoni sono diminuiti di circa 57.000 unità. La diminuzione dei matrimoni riguarda soprattutto le prime nozze tra sposi di cittadinanza italiana: 142.754 celebrazioni nel 2014, oltre 40mila in meno negli ultimi cinque anni (il 76% del calo complessivo). Questo avviene anche perchè i giovani italiani sono sempre meno numerosi per effetto della prolungata diminuzione delle nascite. Diminuisce anche la propensione a sposarsi. Nel 2014 sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1.000 uomini e 463 per 1.000 donne, valori inferiori rispettivamente del 18,7% e del 20,2% sul 2008. Il calo arriva al 25% per la primo-nuzialità sotto i 35 anni. Al primo matrimonio si arriva sempre più «maturi». Nel 2014 gli sposi hanno in media 34 anni e le spose 31 (entrambi un anno in piu’ rispetto al 2008). Le seconde nozze, o successive, sono 30.638 nel 2014. Anche se in lieve flessione in valore assoluto, prosegue l’aumento della loro incidenza sul totale dei matrimoni, dal 13,8% del 2008 al 16,1% del 2014.




Oltre 640 mila convivenze nel 2013-2014

Secondo l’Istat, la minore propensione al primo matrimonio è da mettere in relazione con i mutamenti sociali che da alcuni decenni si vanno progressivamente diffondendo e amplificando da una generazione all’altra, determinando eterogeneità nelle modalità e posticipazione dei tempi di costituzione della famiglia. Ad articolare i percorsi familiari è in particolare la diffusione delle unioni libere, che in alcuni casi rappresentano una fase di preludio al matrimonio, ma che possono anche ricoprire un ruolo ad esso del tutto alternativo. Le unioni di fatto sono più che raddoppiate dal 2008, superando il milione nel 2013-2014. In particolare, le convivenze more uxorio tra partner celibi e nubili arrivano a 641mila nel 2013-2014 e sono la componente che fa registrare gli incrementi più sostenuti, essendo cresciute quasi 10 volte rispetto al 1993-1994 . I dati sulla natalità confermano che le libere unioni sono una modalità sempre più diffusa di formazione della famiglia: oltre un nato su quattro nel 2014 ha genitori non coniugati.










Separazioni e divorzi

Per quanto riguarda invece l’instabilità coniugale, i dati del 2013 e del 2014 mettono in luce una fase di «assestamento» del fenomeno. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335, le prime in leggero aumento e i secondi in lieve calo rispetto all’anno precedente (rispettivamente +0,5% e -0,6%). In media ci si separa dopo 16 anni di matrimonio, ma i matrimoni piu’ recenti durano sempre meno. Le unioni interrotte da una separazione dopo 10 anni di matrimonio sono quasi raddoppiate, passando dal 4,5% dei matrimoni celebrati nel 1985 all’11% per le nozze del 2005. L’età media alla separazione è di 47 anni per i mariti e 44 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 48 e 45 anni. Questi valori sono aumentati negli anni soprattutto per effetto della posticipazione delle nozze a età più mature. In crescita le separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne (7,5% nel 2014). Il 76,2% delle separazioni e il 65,4% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. Nell’89,4% delle separazioni di coppie con figli i genitori hanno scelto l’affido condiviso.


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