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09 January, 2016

Famiglie scendano in piazza contro le unioni gay Non è per uno scontro ma per il bene comune
di - La nuova Bussola quotidiana


«Le manifestazioni in piazza sono un modo per dare voce a chi non ce l’ha e per mostrare che le famiglie sono una realtà concreta e viva, e voglono contare per il bene di tutta la società».
A parlare è Luisa Santolini, “storico” presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha guidato dal 1994 al 2006, anno in cui è stata eletta alla Camera dei Deputati dove è stata per due legislature, fino al 2013. La sua è una risposta a chi vuole scoraggiare un nuovo Family Day che potrebbe tenersi sabato 30 gennaio, durante la discussione al Senato del ddl Cirinnà che legalizzerebbe le unioni omosessuali. Così si punta sulla presunta inutilità delle manifestazioni addirittura accusando di fallimento il primo Family Day del 2007, come ha fatto recentemente il neo presidente del Forum delle Famiglie Gigi De Palo (a cui comunque la Santolini augura «tutto il bene possibile»).

Signora Santolini, scendere in piazza ha ancora senso? In fondo sono in molti a dare già per persa la battaglia contro il ddl Cirinnà e si prende il Family Day del 2007 come esempio di manifestazione che in fin dei conti è stata inutile.
Inutile non direi proprio, fallimento men che meno. Cominciamo a dire che il 2007 è stata una grande intuizione, una mobilitazione di popolo come è avvenuto anche in Francia e Spagna, che ha avuto anzitutto il merito di dare voce a una realtà dimenticata dalla politica. Le famiglie hanno dimostrato, così come anche il 20 giugno scorso, di non essere passive e di capire molto bene qual è la posta in gioco. Ma anche dal punto di vista politico è stata un successo perché l’obiettivo era fermare una legge devastante come quella dei Di.Co., spinta dal governo Prodi, e la legge è stata fermata.
Certo, questo non significa che la piazza sia l’unica modalità: si deve fare lobby in Parlamento, si scende in piazza, si fa elaborazione culturale, si scrivono documenti importanti, si è presenti sui media; insomma, ci sono tanti modi per tenere alta la voce della famiglia alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e difendendo l’articolo 29 della Costituzione italiana, che riconosce la famiglia come società naturale.

L’obiezione che viene fatta è che sì, i Di.Co. furono fermati, ma poi per promuovere le politiche familiari non si è fatto più niente.
Anzitutto dobbiamo riconoscere che grazie all’azione del Forum delle Famiglie e al Family Day nel nostro Paese si è cominciato a parlare di famiglia, una parola che non si pronunciava neanche più in politica. Che poi le forze politiche non abbiano avuto la cultura o il coraggio di portare avanti le proposte che le famiglie presentavano è responsabilità loro. È vero che molte cose non sono state fatte, ma questo non è un argomento per dire che non si va in piazza, al contrario. dare voce a chi non ha voce è tra l'altro la mission del Forum delle Famiglie.

Si dice che i tempi oggi siano cambiati…
… Sì, ma in peggio. E questa è una ragione in più per lavorare su tutti i fronti. L’attacco alla famiglia è a livello planetario, sicuramente a livello europeo, è un attacco organizzato e portato in profondità. Quindi dobbiamo essere presenti in tutti i modi possibili, e la piazza è uno dei modi. Lo hanno fatto in Francia, fermando leggi perniciose, e anche in Italia bisogna dare la voce a queste famiglie. Poi ognuno si deve prendere le proprie responsabilità. Se le forze politiche ritengono di ignorare questo popolo, non mettere in agenda la famiglia, e perseguire gli interessi particolari di una minoranza a scapito del bene comune, ebbene porteranno il peso delle loro decisioni.

Ma non crede che ci sia il rischio di un muro contro muro, come molti, anche ecclesiastici, paventano?
Dipende da quello che si dice e si fa. Sia nel 2007 sia lo scorso 20 giugno abbiamo visto manifestazioni gioiose, allegre, famiglie intere che arrivano a Roma non per inveire contro qualcuno ma per affermare i propri valori e princìpi, famiglie che vogliono dire la loro. E dove la dicono? In piazza. Parliamo di famiglie vere, non manifestazioni come quelle con i pullman pagati come succede per i sindacati. Abbiamo visto tutte famiglie che pagano di persona per esserci, che mobilitano i loro figli, che fanno cose straordinarie, esclusivamente per difendere i propri figli e il proprio futuro. È un desiderio di esserci che non capisco perché debba essere ritenuta una cosa sbagliata. Questo non significa alzare i muri. Se uno si dichiara contro una legge contraria al bene comune, che sarà devastante per i prossimi anni, non significa che vuole lo scontro. Le manifestazioni servono per fare presente un problema, se poi il governo non ascolta ognuno si prende la sua responsabilità. Del resto sono sempre più convinta che davvero sono le famiglie che salveranno le famiglie: a scuola, in tv, sulle questioni del fisco, del lavoro e dei valori che sono fondativi e fondamentali. Se si perde di vista cosa è la famiglia non abbiamo più niente da insegnare ai nostri figli.

Lei prima ha fatto cenno all’azione di lobby in Parlamento. Il nuovo presidente dice che il Forum delle famiglie non deve fare lobby.
Ma se il Forum è nato apposta per questo motivo. Giovanni Paolo II sosteneva che la famiglia è un prisma attraverso cui devono passare tutte le politiche. Tutte. Ricordo che quando nel novembre 1993 abbiamo presentato – 23 associazioni familiari - il decalogo per la difesa della famiglia, organizzammo un seminario con le più belle teste pensanti in Italia sul fronte della famiglia. Lì erano presenti tutti gli aspetti: la tutela della vita, la difesa della famiglia, compresa la libertà di scelta educativa di cui peraltro non si parla più; poi il lavoro e tutto il resto. Ma la premessa è la difesa dell’articolo 29 della Costituzione, che riconosce la famiglia come società naturale, perché altrimenti si rischia di avere delle politiche familiari ma senza più la famiglia, come è accaduto nel Nord Europa. L’Italia è forse l’unica nazione che ancora resiste perché c’è un tessuto di famiglie che si rende conto di essere la vera risorsa di questo paese. È una ricchezza da difendere. Peraltro su questo punto i documenti della Chiesa sono chiarissimi. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno spinto molto in questo senso e anche papa Francesco ha detto con chiarezza che i laici si devono muovere, è loro la responsabilità nella società e davanti ai loro figli. Quindi bisogna agire su tutti i fronti.

In effetti durante la sua presidenza c’è stato un grande lavoro di dialogo con le forze politiche. A parte l’aver fermato i Di.Co. ci sono altri risultati che la vostra azione ha ottenuto?
Intanto potrei dire che quando ero io in Parlamento abbiamo fermato anche la legge sull’omofobia, che avrebbe colpito la libertà di pensiero e di espressione, perfino il semplice sostegno alla famiglia naturale sarebbe stato perseguito. Ma guardando indietro ricordo che dal Forum sono nate anche la legge sull’adozione e quella sull’affido condiviso. Al proposito voglio sottolineare che la nostra azione di lobby è sempre stata trasversale, abbiamo lavorato con esponenti di tutti i partiti, perché non c’è nulla di ideologico nel promuovere i valori della famiglia. Anche a livello locale è stato così. Come a Parma ad esempio, diventata un modello e premiata come città della famiglia. Lì, grazie al sindaco Urbani e alla responsabile dell’Agenzia per la Famiglia, Cecilia Greci, abbiamo creato pacchetti per la famiglia con diverse facilitazioni. Abbiamo fatto cose straordinarie: tariffe commisurate al numero dei figli, politica della casa, iniziative scolastiche, di welfare con famiglie che aiutavano altre famiglie. Purtroppo è bastato che fosse eletto un sindaco 5 Stelle e in tre mesi è stato smantellato tutto. Quello che non si accetta è che la famiglia abbia dei diritti e dei riconoscimenti in quanto famiglia. Le implicazioni educative di questa negazione sono tremende, perché stiamo dicendo ai nostri figli che tutto è indifferente, tutto uguale.

Però il quoziente familiare non l’avete ottenuto.
In realtà il Forum delle famiglie non ha mai sostenuto il quoziente familiare, ma una proposta fiscale più articolata e molto ben studiata, che poi è stata chiamata “Fattore famiglia”, vantaggiosa sia per le famiglie sia per lo Stato. Era un progetto di legge che quando sono entrata in Parlamento ho fatto mio, ma non è mai stata presa in considerazione. Non c’è dubbio che la politica sia sorda a queste istanze. Non è colpa del Forum o di errori fatti, semplicemente le forze anti-famiglia in Parlamento hanno una presenza massiccia. Così ho trovato un muro totale e neanche il mio partito (UDC) mi ha aiutato: nessuno vuole mettere in crisi un governo su questo punto. Non è mai caduto un governo per questioni legate alle politiche familiari e lo stiamo vedendo anche in questi giorni. Per questo è ancora più importante che ci sia una mobilitazione delle famiglie, per dire a tutti che le famiglie ci sono e vogliono contare, a favore di una corretta visione della società.

Negli ultimi anni l’azione del Forum sembra essere diventata farraginosa, un po’ in ritirata. Anche nella manifestazione del 20 giugno il Forum è rimasto in ufficio mentre le famiglie affluivano in Piazza San Giovanni e malgrado l’urgenza posta dal ddl Cirinnà sembra che si voglia parlare d’altro. Probabilmente non giova una dipendenza troppo stretta dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Da quando sono uscita nel 2006 per correttezza mi sono fatta da parte e non ho più seguito direttamente le vicende del Forum, quindi non so proprio dire come stiano le cose oggi. Posso solo dire che noi all’inizio avevamo assoluta autonomia nei confronti della CEI, nei 12 anni di presidenza mai avuta una direttiva, mai sono andata a chiedere indicazioni su quel che avremmo dovuto fare. A prendere le decisioni, a decidere cosa dire e cosa fare eravamo solo noi: il nostro consiglio direttivo si riuniva spessissimo, avevamo bisogno di confrontarci, ed eravamo un gruppo granitico, compatto. Avevamo anche il nostro comitato scientifico, con i più brillanti esperti di politiche familiari: Marco Martini, Pierpaolo Donati, Eugenia Scabini, Giancarlo Blangiardo, Stefano Zamagni e altri. Un’enorme ricchezza di cervelli, con cui elaboravamo proposte, politiche, incontri. Mai un intervento di vescovi.

Riccardo Cascioli

24 December, 2015

Grande partecipazione allincontro dell’iniziatore del Cammino Neocatecumenale a Pretoria
di -


Provenienti da tutta l'Africa, alcuni sono rimasti 3 giorni in bus, altri hanno venduto terreni per il viaggio. 40 famiglie disposte ad evangelizzare il mondo

Venivano dalla Namibia, dallo Zambia, da Angola e dal Madagascar, da Seychelles e Mozambico. Hanno organizzato collette o addirittura hanno venduto oggetti personali e terreni per pagarsi il viaggio che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. Alcuni hanno persino viaggiato per tre giorni in autobus; quasi tutti si sono attrezzati a rimanere lì anche nel fango viste le forti piogge che hanno colpito il paese nei giorni precedenti.

Hanno fatto di tutto, insomma, i giovani neocatecumenali dell’Africa pur di ritrovarsi nella Heartfelt Arena di Pretoria e ascoltare un annuncio di salvezza e di speranza, in questo periodo in cui gran parte dei loro territori sono tormentati da continue violenze. L’occasione è stato l’incontro vocazionale dello scorso 6 dicembre di Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale. Il terzo in Africa, il primo in assoluto in Sudafrica. Il tour ha toccato anche Rwanda e Costa d'Avorio.

Un incontro fortemente voluto dalle comunità di questi paesi, che difficilmente avrebbero mai potuto partecipare ad altri incontri vocazionali o eventi ecclesiali come le Giornate mondiali della Gioventù. Per questo hanno insistito e fatto in modo di esserci; già lo stesso Kiko ce lo aveva preannunciato nell’intervista dello scorso 6 maggio. “Quando vieni in Africa?” gli domandavano. “Sono persone povere, umili, molto attratte dalle parole di Cristo: ‘Vieni e seguimi!’”, raccontava Kiko, persone che “aspettano di vivere personalmente un incontro dove qualcuno gli dica: ‘Ci sono famiglie per la missione?’, per alzarsi e partire”.

Detto fatto. Sulla scia dello straordinario viaggio apostolico di Papa Francesco di fine novembre, anche Argüello si è imbarcato alla volta del Continente nero, “dopo aver fatto tutti i vaccini”, come ha scherzato all’inizio dell’incontro. Oltre 2500 i ragazzi, le ragazze, le famiglie che lo hanno raggiunto per ascoltare la catechesi sul kerygma che questo ex pittore spagnolo proclama instancabilmente da oltre 40 anni in giro per il mondo.

Sul grande palco allestito nell'area sportiva, dove troneggiava un enorme dipinto di Cristo crocifisso, al suo fianco c’erano mons. William Slattery, arcivescovo di Pretoria, e Stephen Brislin, arcivescovo di Cape Town e presidente della Conferenza episcopale del Sud Africa, insieme ad una decina di altri presuli che hanno benedetto l'incontro con la loro presenza.

"Siamo onorati di ospitare questo evento nella nostra nazione e Arcidiocesi", ha esordito nel suo saluto mons. Slattery, "il Cammino Neocatecumenale ha toccato la vita di milioni di persone e ha riportato la Chiesa in vita in molte città e paesi". “Forse il più grande impatto il Cammino Neocatecumenale lo ha avuto sui laici”, ha proseguito, “intere famiglie, migliaia di loro, hanno lasciato le loro case per lavorare nella missione in tutto il mondo conducendo le persone alla conversione”. Pertanto, ha concluso l’arcivescovo, “caro Kiko e caro Padre Mario (Pezzi, il terzo catechista insieme a Carmen Hernandez dell’equipe internazionale del Cammino Neocatecumenale ndr), il vostro passaggio in Sudafrica è una nuova Pentecoste per tutti noi”.

È stata poi la volta di Kiko che agli oltre 2000 partecipanti ha annunciato “la Buona notizia… il kerygma… l'annuncio del Vangelo… l’annuncio, cioè, di qualcosa che sta accadendo ora, in questo momento preciso Cristo sta mostrando le sue ferite al Padre, intercedendo per tutti noi!”. Parole che hanno confortato i numerosi giovani seduti a terra o sui piccoli sgabellini portati da casa, quotidianamente in lotta contro problemi di povertà, tribalismo, arruolamento, paura di questa piaga del terrorismo jihadista che sembra non avere freni. Molti ascoltavano le parole di Argüello tra le lacrime; un fotogramma che contrastava con i tipici coloratissimi abiti indossati o con le esplosioni di gioia espresse poco prima attraverso il canto e la danza.

Presente in ogni angolo del globo, l’itinerario neocatecumenale ha messo radice in Sud Africa dal 1986. Itinerante responsabile è Dino Furgione, romano, marito di Roberta e padre di otto figli, che - incontrato da ZENIT - si dice “sopraffatto di gioia per l'esito di questo incontro”. “Vedere Kiko alla sua età vivere ancora la vita di un predicatore itinerante…. - spiega - Lui sta girando tutto il mondo invitando alla conversione e fare chiamate vocazionali. Ha scelto di partire per l’Africa e venire perciò in Sudafrica ispirato da Dio, perché lui riconosce che questo è un momento favorevole per la Chiesa Africana”.

"La parte più importante di questo evento è stata la risposta della gente", ha aggiunto Furgione. "Verso la fine della serata Kiko ha fatto le chiamate vocazionali, chiedendo ai presenti che hanno sentito una chiamata a venire sul palco per una benedizione. Siamo rimasti colpiti nel vedere 23 ragazzi che sentivano la vocazione al sacerdozio e 13 ragazze per la vita consacrata, ma ancora più colpiti di assistere al miracolo di 40 famiglie, arrivando sul palco insieme a tutti i loro figli, sentendo la chiamata ad essere famiglie missionarie e lasciare tutto per annunciare il Vangelo”.

L’itinerante non ha dubbi: “Questo può essere solo opera dello Spirito Santo. " .

22 December, 2015

La Slovenia dice di nuovo
di - rainews

E' la seconda volta che il paese boccia l'iniziativa, nel 2012 ne fu proposta una analoga. I "no" sono stati oltre il 63%. CondividiTweet 21 dicembre 2015Le coppie omosessuali slovene non potranno sposarsi e non potranno adottare bambini. Lo ha stabilito il referendum abrogativo che oggi ha respinto la legge che regola l'istituto della famiglia. Legge che, al contrario, ammetteva matrimoni e adozioni per le coppie omosessuali. Il 63,3% contrario alla legge Contro la legge si e' espresso il 63,3% dei votanti, favorevole soltanto il 36,7%. Perche' la legge fosse abrogata era necessario, secondo la legislazione referendaria, che gli elettori contrari fossero almeno il 20 per cento di tutto il corpo elettorale sloveno. In numeri assoluti la barriera del quorum e' stata posta a 342 mila voti contrari, ed e' stata ampiamente superata, arrivando a oltre 387 mila voti contrari con il 99% dei seggi elettorali scrutinati. La storia della legge, respinta ieri, inizia nel dicembre di un anno fa quando i deputati del partito Sinistra unita il 15 dicembre 2014 presentarono il progetto di legge. La novita' principale era nella possibilita' che le coppie omosessuali acquisissero il diritto di matrimonio e di adozione. La legge fu approvata in Parlamento nel marzo scorso, con 51 voti favorevoli e 28 contrari. Ad appoggiarla furono i partiti della coalizione governativa e quelli di sinistra, contrari invece fu il centrodestra. Il 23 marzo l'iniziativa civile "Ne va dei bambini" ha iniziato a raccogliere le firme per il referendum abrogativo. Referendum ottenuto con un ricorso alla Corte costituzionale Le 40 mila sottoscrizioni necessarie per l'indizione della consultazione sono state raccolte in pochi giorni, ma a bloccare la 'calendarizzazione' e' stata una decisione del Parlamento, che respingeva proprio la possibilita' di un referendum sulla legge in questione. L'iniziativa civile e' ricorsa allora alla Corte costituzionale, che il 22 ottobre ha dato il via libera ribaltando la decisione parlamentare. Il 30 ottobre sono state depositate le firme necessarie per indire il referendum in Parlamento, che il 4 novembre ha infine calendarizzato la consultazione per la data odierna. Una legge che regoli i diritti delle coppie omosessuali per quanto riguarda le loro unioni e l'adozione era stata approvata dal Parlamento gia' nel giugno 2011. Prevedeva per le coppie gay l'istituto dell'unione civile, non del matrimonio. Le adozioni previste erano molto limitate. Anche in quell'occasione la legge fu tuttavia respinta dal referendum, che si tenne nel marzo del 2012


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