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30 March, 2016

Tribunale di Roma: sì al’ladozione per due padri
di - 24 ore

La stepchild adoption, stralciata dal ddl sulle unioni civili omosessuali approvato dal Senato lo scorso febbraio, torna d’attualità grazie a una sentenza della magistratura. La sentenza è del tribunale dei minorenni di Roma. E riguarda una coppia di uomini. Il bimbo di uno dei due, concepito all'estero con la tecnica della maternità surrogata, è stato adottato dal compagno del padre. Si tratta di una sentenza (in linea con analoghi provvedimenti che hanno autorizzato l'adozione gay in casi particolari), come ha confermato il giudice Melita Cavallo, da lei pronunciata come presidente del tribunale per i minorenni di Roma prima di andare in pensione, lo scorso gennaio.
Stepchild adoption per due padri a Roma
Il bimbo adottato ha poco più di tre anni ed è stato concepito in Canada attraverso la “gestazione per altri”, a titolo gratuito. I due papà - che in Canada si sono regolarmente sposati - subito dopo la nascita sono rimasti per un paio di mesi in Canada con la madre 'surrogata' e hanno mantenuto i contatti con la donna, recandosi in questi anni in Canada con il bambino a trovare la sua mamma. La coppia di papà sta insieme stabilmente da 12 anni e l'ambiente familiare dei due uomini è molto presente nella vita del bambino, che va all'asilo ed è a conoscenza del modo un cui è nato. Il giudice ha ritenuto che l'adozione da parte del compagno del padre biologico - che ha accudito il bambino sin dalla nascita - fosse nell'interesse del piccolo e fosse da far rientrare in quei “casi particolari” già previsti dalla legge sulle adozioni. La sentenza del Tribunale romano è definitiva, perché sono scaduti i termini per l'appello. La notizia è stata divulgata ora proprio perché la sentenza è ormai inappellabile.



18 March, 2016

Il Papa ai neocatecumenali: Siete un grande carisma! Attenti al diavolo che vuole dividere
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Ogni anno in Aula Paolo VI si rivive lo stesso, suggestivo, scenario: le comunità del Cammino Neocatecumenale occupano quasi tutti i posti della grande Sala Nervi per incontrare Papa Francesco. Ci sono mamme, papà, sacerdoti, itineranti e soprattuto bambini, di tutte le età. Francesco li saluta e li abbraccia tutti; poi, a sorpresa, prende per mano quattro di loro, elegantemente vestiti con giacca e cravattino, e li fa accomodare accanto a lui per tutta l’udienza.
Intanto, tra gli applausi e i consueti cori di “W il Papa”, e i sorrisi compiaciuti dei numerosi vescovi e cardinali presenti, l’iniziatore Kiko Argüello intona canti alla chitarra dedicati alla Vergine Maria. Su un cartellone sono segnate le destinazioni dove verranno inviate le 57 nuove missio ad gentes, composte da circa 270 famiglie che, su richiesta dei vescovi, hanno lasciato beni e affetti per annunciare il Vangelo nelle zone d’Europa e del mondo secolarizzate.
Da Sydney ad Addis Abeba, dal Perù al Vietnam, dalla Spagna al Sudafrica, dalla Gran Bretagna alla Cambogia. Tutte zone che – dice Kiko – “stanno passando un momento difficile”, rasentando “l’apostasia” con attacchi alla famiglia e alla vita.
Il Papa dà la sua benedizione a queste famiglie missionarie e, inviandole, rassicura: “Vi accompagno e vi incoraggio”. Esorta quindi a vivere con “l’unità e la semplicità”, perché è già questo “un annuncio di vita, una bella testimonianza, di cui vi ringrazio tanto”. “Avete accolto la chiamata ad evangelizzare”, dice Francesco, “benedico il Signore per questo, per il dono del Cammino e per il dono di ciascuno di voi”.
Come un pastore che ha cura delle sue pecore, vuole però mettere in guardia da tre tentazioni che il Vangelo stesso identifica. Una sorta di “mandato” per vivere appieno “la missione”.
Anzitutto “unità”, ricordando la preghiera di Cristo al Padre prima della Passione perché “i suoi siano ‘perfetti nell’unità’” e tutti “siano tra loro ‘una sola cosa’”. Quindi che “ci sia comunione nella Chiesa”, perché essa – afferma il Pontefice – “è essenziale”. Tanto che “il nemico di Dio e dell’uomo, il diavolo” prova a minarla, provocando “la presunzione, il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni”. “Lui stesso – ammonisce Bergoglio – è ‘il divisore’ e comincia spesso col farci credere che siamo buoni, magari migliori degli altri: così ha il terreno pronto per seminare zizzania”. Il diavolo, però, “non può nulla contro il Vangelo, contro l’umile forza della preghiera e dei Sacramenti”; eppure “può fare molto male alla Chiesa tentando la nostra umanità”. E questa tentazione “si può insinuare anche nei carismi più belli”.
E il Cammino Neocatecumenale, in questi circa 50 anni di vita, annota il Pontefice, si è rivelato “un grande carisma per il rinnovamento battesimale della vita”, come ogni carisma una “grazia di Dio” per “accrescere la comunione”. Ma anche il carisma – avverte – “può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri”.
Bisogna allora custodire il carisma. Come? “Seguendo la via maestra: l’unità umile e obbediente. Se c’è questa – rassicura il Papa – lo Spirito Santo continua a operare, come ha fatto in Maria, aperta, umile e obbediente”. È necessario, perciò, “vigilare”, “purificando gli eventuali eccessi umani mediante la ricerca dell’unità con tutti e l’obbedienza alla Chiesa”. Quella che Sant’Ignazio di Loyola, chiamava la “Santa Madre Chiesa Gerarchica”, in modo da esserne “figli docili” con “l’animo apparecchiato e pronto per la missione”.
“La Chiesa è la nostra Madre”, ribadisce il Santo Padre, e noi come figli portiamo “impressa nel volto la somiglianza” con Ella; a cominciare dal Battesimo, non vivendo più “come individui isolati”, ma come “uomini e donne di comunione, chiamati ad essere operatori di comunione nel mondo”.
“Gesù – sottolinea Francesco – non solo ha fondato la Chiesa per noi, ma ha fondato noi come Chiesa. La Chiesa non è uno strumento per noi, noi siamo strumento della Chiesa. Da lei siamo rinati, da lei veniamo nutriti con il Pane di vita, da lei riceviamo parole di vita, siamo perdonati e accompagnati a casa”. Ed è questa “la fecondità della Chiesa”, che non è “una organizzazione che cerca adepti, o un gruppo che va avanti seguendo la logica delle sue idee, ma una Madre che trasmette la vita ricevuta da Gesù”.
Questa fecondità, prosegue Papa Francesco, “si esprime attraverso il ministero e la guida dei Pastori. Anche l’istituzione è infatti un carisma, perché affonda le radici nella stessa sorgente, che è lo Spirito Santo. Lui è l’acqua viva, ma l’acqua può continuare a dare vita solo se la pianta viene ben curata e potata”. L’invito è quindi a dissetarsi “alla fonte dell’amore, lo Spirito”, e prendersi cura, “con delicatezza e rispetto, dell’intero organismo ecclesiale, specialmente delle parti più fragili, perché cresca tutto insieme, armonioso e fecondo”.
In quest’ottica, si inserisce la seconda parola che il Papa consegna alle comunità neocatecumenali: “Gloria”. Quella che appare sulla croce di Cristo che è “amore”, che “lì risplende e si diffonde”. “Una gloria nuova”, dunque, ben diversa da quella “mondana” che – sottolinea Bergoglio – “si manifesta quando si è importanti, ammirati, quando si hanno beni e successo”. “Una gloria paradossale: senza fragore, senza guadagno e senza applausi”.
È questa ciò che “rende il Vangelo fecondo” e che manifesta “l’amore misericordioso di Dio, che si propone e mai si impone”. Esso “è umile, agisce come la pioggia nella terra, come l’aria che si respira, come un piccolo seme che porta frutto nel silenzio”. “Chi annuncia l’amore non può che farlo con lo stesso stile dell’amore”, chiosa il Vescovo di Roma .
E aggiunge una terza parola: “Mondo”. “Dio ha tanto amato il mondo da inviare Gesù” perché “chi ama non sta lontano, ma va incontro”. Dio, però, sottolinea Francesco, “non è attirato dalla mondanità, anzi la detesta; ma ama il mondo che ha creato, e ama i suoi figli nel mondo così come sono, là dove vivono, anche se sono lontani”.
“Non vi sarà facile a voi la vita, in paesi lontani, in altre culture, ma è la vostra missione”, aggiunge a braccio. “E questo lo fate per amore, per amore alla Madre Chiesa, all’unità di questa Madre feconda. Lo fate perché la Chiesa sia madre fecondo”.
I neocatecumenali sono chiamati allora a mostrare “lo sguardo tenero del Padre” e considerare “un dono le realtà” che incontreranno nelle innumerevoli missioni in ogni angolo del globo. “Familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali – esorta il Papa – rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso”.
Il tutto “senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti”, ma seminando “il primo annuncio”: quella “buona notizia che deve sempre tornare, altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita”. Quindi, bisogna “evangelizzare come famiglie, vivendo l’unità e la semplicità”. “Un annuncio di vita, una bella testimonianza”, questa, di cui Francesco si dice profondamente grato.
“Vi ringrazio – conclude a braccio – a nome proprio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare… Andare all’ignoto e soffrire perché ci sarà la sofferenza lì, ma anche la gioia della Gloria di Dio, la gloria che è sulla croce”. “Io rimango qui – assicura – ma col cuore vengo con voi”.

05 March, 2016

Norvegia: tolta la custodia dei figli a due coniugi “troppo cristiani”
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La società moderna entra nel paradosso: con una mano concede i bambini, attraverso metodi di fecondazione eterologa che si basano sullo sfruttamento del corpo femminile, a chi ne rivendica il possesso come un diritto; con l’altra mano sottrae i figli alle proprie legittime famiglie.
Quest’ultimo caso si è recentemente verificato ai danni di una famiglia, “accusata” dalle autorità di impartire alla prole un’educazione troppo cristianamente indirizzata. È successo non nei territori del Medio Oriente occupati dall’Isis, né in uno di quei Paesi in cui i cristiani rappresentano una minoranza religiosa perseguitata. Ma è successo in Norvegia, ridente e pacifico Paese situato nell’estremo nord dell’Europa, collocato dall’immaginario collettivo nel gotha della tolleranza.
Le vittime di questo episodio sono i coniugi Bodnariu, lui romeno (Marius) e lei norvegese (Ruth), e i loro cinque figli: Eliana (9 anni), Noemi (7), Matei (5), Ioan (2) e Ezekiel (4 mesi), che i servizi sociali hanno tolto alla custodia dei genitori lo scorso 16 novembre.
Lo hanno fatto recandosi presso la scuola che frequentano i bambini più grandi. Li hanno presi con loro e poi si sono recati a casa Bodnariu, dove hanno arrestato Ruth, la quale è stata poi rilasciata dopo un interrogatorio. Stessa sorte è toccata a Marius, arrestato mentre si trovava al lavoro. In un primo momento, le autorità non avrebbero fornito spiegazioni ai due coniugi. Solo successivamente, come ha riportato Tempi, tramite il loro legale sono riusciti a dirimere la coltre di mistero.
L’intervento dei servizi sociali sarebbe partito dopo una segnalazione da parte della preside della scuola dei loro figli, preoccupata perché le due bambine più grandi avevano parlato di castighi da parte dei genitori. Nella lettera inviata ai servizi sociali, la preside non ha mancato di segnalare che i due coniugi sono “molto cristiani”, così come gli zii e la nonna paterna, il che li porterebbe a credere in un Dio che “punisce i peccati”. La preside, sebbene convinta che i bambini non abbiano subito violenza fisica, è dunque persuasa che questo clima religioso inibisca i piccoli.
A seguito degli accertamenti effettuati, è emerso che i bambini nascondono spesso le marachelle per evitare che i genitori possano dar loro delle sculacciate. Al tempo stesso, i bambini hanno spiegato di non temere mamma e papà e di non essere per nulla spaventati dall’idea di tornare a casa. Come in un romanzo kafkiano, i due coniugi sono stati costretti a difendersi da queste accuse durante gli interrogatori. Hanno ammesso di aver sgridato e talvolta sculacciato i propri figli, ma hanno negato con fermezza di aver mai “abusato” dei loro figli, azione di cui le autorità hanno insistentemente chiesto conto.
Oltre l’umiliazione, i genitori hanno dovuto subire anche un’assurda accusa di colpevolezza, tale da spingere le autorità a sottrarre loro tutti e cinque i figli e a distribuirli in diverse case famiglie. Secondo fonti citate sempre da Tempi, i bambini avrebbero scritto diverse lettere ai genitori, che però non sono mai state consegnate. I servizi sociali hanno negato l’esistenza di queste lettere e hanno affermato che ai bambini non mancano i genitori.
Secondo i nonni dei piccoli non v’è alcun dubbio circa il fatto che “l’educazione cristiana dei bambini è ciò su cui verte l’azione delle istituzioni norvegesi”. Un’azione che appare spietata: il neonato viene visto e allattato solo due volte a settimana, mentre gli altri due maschietti si incontrano con la madre solo una volta a settimana. Le due figlie più grandi, invece, non possono vedere mai i genitori. Un gesto di clemenza si è consumato lo scorso 18 febbraio, quando la famiglia si è finalmente potuta ricongiungere per diverse ore. Intanto, però, è partito l’iter di adozione.
La società civile non è rimasta indifferente a questa vessazione. Quasi 60mila sono le persone che finora hanno aderito a una raccolta firme per chiedere al Governo norvegese di intervenire per mettere fine a questo incubo. Tuttavia la ministra norvegese della Gioventù, Solveig Horne, ha seccamente risposto: “Ciò che accade in famiglia, non è più solo una questione privata”. Ed ha aggiunto: “Nessuno può dire che secondo la propria religione è consentito picchiare un bambino. Per la legge norvegese, questo non è permesso”.
Secondo la ministra dunque, qualche sculacciata subita deve portare inevitabilmente al trauma di essere strappati ai propri genitori. Non la pensano come lei moltitudini di persone, nel suo Paese ma soprattutto nel resto d’Europa. Attestazioni di solidarietà giungono costantemente alla famiglia Bodnariu. Il prossimo 16 aprile in migliaia si riuniranno in strada per chiedere la liberazione dei bambini in centinaia di città romene, negli Stati Uniti, in Australia e in diverse capitali europee. La libertà religiosa è in pericolo anche in Occidente. E la gente ha iniziato a prenderne coscienza.


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