Torna all'homepage
News
 
 
CARTA DEI DIRITTI
LO STATUTO
MODULO ISCRIZIONE
SEDI REGIONALI




Scrivici

06 August, 2016

Italia. Consegnato dossier sul gender alla Presidenza del Consiglio
di -


Una delegazione del Comitato Difendiamo i Nostri Figli ha consegnato presso il Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri un dossier sui casi di gender delle scuole, un’autocertificazione sulle oltre 70mila firme già raccolte sulla libertà educativa, la richiesta di ufficializzazione del consenso informato preventivo per affermare il diritto del primato educativo dei genitori e una copia del manifesto educativo redatto dallo stesso Comitato. È stata inoltre rinnovata la richiesta di essere ricevuti dal ministro Boschi in quanto coordinatrice della cabina di regia sull’educazione di genere.
Le segnalazioni evidenziate nel nostro dossier confermano, infatti, la necessità che le famiglie siano informate ed esprimano consenso su percorsi educativi su temi sensibili collegati al comma 16 della legge 107 ‘La buona scuola’.
“Il Comitato rinnova la condanna ferma dei casi di violenza di genere e condivide ogni sforzo teso alla promozione di un’educazione alla parità dei sessi intesa come parità di opportunità, diritti e dignità, senza che questo apra ad una contrapposizione tra genere maschile e femminile a danno dell’identità sessuata dei bambini, ma piuttosto favorisca una alleanza tra uomo e donna nel rispetto della diversità dei sessi”, dichiara Massimo Gandolfini, presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli e promotore degli ultimi due Family Day del 2016 e del 2015.
“Questo impegno trae rinnovato sostegno – prosegue Gandolfini – dalle parole pronunciate da Papa Francesco nel discorso ai Vescovi polacchi del 27 luglio scorso, in cui il Santo Padre ha chiaramente denunciato e condannato senza equivoci l’ideologia Gender, parlando di ‘colonizzazioni ideologiche’ che vengono insegnate a scuola”.
“Dunque – aggiunge il presidente del Family Day – il gender c’è, esiste eccome, purtroppo, ma ciò che è gravissimo ed intollerabile è che se ne propone l’insegnamento a scuola, travestendolo di educazione alla tolleranza, contro ogni discriminazione”. “Lo ripetiamo con grande chiarezza: la scuola non può trasformarsi in agenzia per colonizzazioni ideologiche, che insegnano la menzogna di identità ed orientamenti di genere variabili secondo desiderio. Sesso = Genere: due sessi = due generi. Il resto è colonizzazione ideologica. Il nostro Comitato trova nelle parole del Papa nuova forza e coraggio per proseguire nella propria missione di difesa della famiglia e dei nostri figli”. Conclude Massimo Gandolfini.

25 July, 2016

“Trieste redenta”: via l’anticattolicesimo e l’ideologia gender
di -


Se non fosse che su Trieste da sempre soffia la peculiare bora, si potrebbe dire che nella città giuliana il vento è cambiato.
Lo scorso 19 giugno, con il 52,63% dei voti, Roberto Dipiazza ha vinto al ballottaggio sul suo avversario nonché primo cittadino in carica Roberto Consolini. Il candidato di centro-destra si è ripreso così la fascia tricolore, che aveva già indossato al Comune di Trieste per due mandati, dal 2001 al 2011.
Fin qui la fredda cronaca di un’alternanza politica i cui effetti solo saltuariamente vengono recepiti dai cittadini. A Trieste, tuttavia, il cambio di Giunta amministrativa ha davvero sortito qualche significativa inversione di rotta.
Il neo-sindaco Dipiazza ha voluto da subito impugnare lo scalpello per togliere all’antica “città redenta del suo carattere italiano” quell’impronta ideologica che le aveva dato il suo predecessore di centro-sinistra.
Appena rientrato nelle stanze del Municipio, Dipiazza si è personalmente reso protagonista di un gesto molto semplice, ma altrettanto esplicativo.
Ha riaperto un cassetto impolverato nel quale la precedente Giunta aveva deciso di ammassare i Crocifissi in legno, ed uno ad uno li ha appesi di nuovo laddove si trovavano prima che penetrasse in Comune la moda dell’anticattolicesimo travestito da “rispetto per i diversi”.
Solo dopo aver collocato i Crocifissi al loro posto, Dipiazza si è dedicato ai primi incontri con i dirigenti e con gli assessori per prendere i primi provvedimenti ufficiali.
Già nel 2009, a seguito della decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di redarguire l’Italia per la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche, Dipiazza annunciò che non avrebbe lasciato i chiodi dalle pareti orfani della Croce. Egli definì quella di Strasburgo “un’imposizione che si scontra contro i valori e le tradizioni che appartengono alla storia millenaria del nostro Paese”.
Interpretò inoltre la decisione come “segnale di debolezza dell’Europa, perché la svendita dei nostri valori non può essere adottata come forma di rispetto nei confronti di chi è portatore di un’altra religione”. Secondo Dipiazza, del resto, “è chi viene da fuori che deve adeguarsi alle nostre leggi e rispettare i simboli della nostra fede”.
A sette anni da quelle parole, Dipiazza si è trovato costretto a dover intervenire per ripristinare la condizione di normalità che aveva strenuamente difeso. Ma non solo. Il primo cittadino triestino ha dovuto tutelare, oltre alle “tradizioni del nostro Paese”, anche il diritto dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e quello dei bambini a crescere serenamente.
Nei giorni scorsi, infatti, una delibera della Giunta Dipiazza ha depennato dai programmi formativi per le scuole del Comune di Trieste il cosiddetto “Gioco del rispetto”.
Si tratta di un’iniziativa dedicata ai bambini dell’asilo che suscitò roventi polemiche nella città giuliana. Ai genitori non andò giù che questo “gioco” prevedesse che i loro figli si scambiassero i vestiti (i maschietti con abiti da femminucce e viceversa) e che “esplorassero” i corpi dei compagni, persino “nominando senza timore i genitali”, come spiegato nel kit che era stato distribuito alle insegnanti delle materne triestine.
L’opposizione di un nutrito nugolo di genitori attirò l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale su Trieste, ma non servì a dissuadere la Giunta di centro-sinistra dal proposito di trasformare le aule delle scuole materne in laboratori dell’ideologia gender.
Ora però i fautori dell’indifferentismo sessuale dovranno accomodarsi fuori dalle scuole. “I bambini sono sacri, devono poter giocare liberamente ed avere garantita un’infanzia serena”, ha detto Dipiazza dopo la delibera. Ad illustrarla, in Giunta, gli assessori all’Educazione Angela Brandi e alle Pari opportunità Serena Tonel.
“Oltre alle numerose proteste per questa sperimentazione, arrivate da parte di tanti genitori che hanno fortemente contestato sia l’opportunità che il metodo – hanno affermato le due esponenti del nuovo esecutivo comunale -, questo progetto sperimentale è costato oltre 8 mila euro e su un totale di 29 scuole appena cinque lo hanno attivato”. Rispettare il Crocifisso e il candore dei bambini, invece, non costa nulla. Solo un po’ di buon senso.

17 July, 2016

Se al medico basta una chiacchierata su Skype per riconoscere un “bambino transgender”
di -

Posted by Federico Cenci on 12 July, 2016
C’è un dato che in Gran Bretagna cresce in modo esponenziale. È quello dei bambini che soffrono della cosiddetta “disforia di genere”, ossia che percepiscono di appartenere al sesso opposto al loro.
Nel 2010 in tutto il Regno erano stati registrati 97 casi di questo tipo. Numero che appare una inezia di fronte a quelli sciorinati in questi giorni dalla Tavistock Clinic, la più importante Oltremanica ad occuparsi del trattamento ormonale di questi bambini per arrestarne la pubertà, come primo passo verso un intervento chirurgico.
Nel 2015 sono stati registrati 1.398 casi, più del doppio dei 697 del 2014, quando il Servizio sanitario britannico ha iniziato a comprendere questo tipo di servizio. Come rivelato da un’inchiesta del Sun ripresa da ZENIT, in soli nove mesi del 2015 una enorme somma di denaro pubblico – 2,7 milioni di sterline – è stata stanziata per somministrare a bambini farmaci che ne bloccassero la pubertà.
Il Daily Mail avverte però stamattina che il Servizio sanitario britannico “sta scoppiando”, non riuscendo più a gestire un così alto numero di bambini che manifestano di sentirsi a disagio con il loro sesso biologico. I tempi di attesa per ricevere un trattamento possono arrivare fino a quattro anni.
Un medico di base gallese ha provato allora a porre rimedio. In che modo? Creando una clinica, la prima in Galles, che assorbe un po’ di lavoro delle altre cliniche specializzate in questo settore. Hellen Webberley, questo il nome della dottoressa, spiega al Daily Mail che secondo la legge britannica “il trattamento dovrebbe essere disponibile entro 18 settimane”.
Arco di tempo che lei ritiene tuttavia troppo lungo, giacché esistono “casi disperati” che vanno affrontati con solerzia.
Rimane però qualche voce critica nei confronti di questa disinvoltura nel somministrare a bambini con disagi delle terapie che hanno effetti definitivi e così violenti sul loro corpo.
Una di queste voci è quella del dottor James Barrett, psichiatra consulente presso la Charing Cross Clinic, la prima in Gran Bretagna ad occuparsi di disturbi dell’identità sessuale.
Barrett ritiene che sia avventato intervenire con farmaci così incisivi su bambini che ancora non hanno raggiunto l’età della pubertà. Egli evidenzia che spesso questi bambini, una volta arrivati all’adolescenza, “modificano il loro quadro clinico e si sentono semplicemente omosessuali”.
Lo psichiatra ha inoltre espresso preoccupazione per la mancanza di supporto clinico adeguato ai pazienti che frequentano la clinica della dott.ssa Webberley. Barrett afferma che con molti di questi piccoli si interagisce con mezzi elettronici – via e-mail, telefono o Skype – prima di stabilire la diagnosi.
L’invito alla prudenza del dott. Barrett sembra però scivolare negli abissi ideologici del gender che pervade la Gran Bretagna. Come rivela in un’intervista a ZENIT la dott.ssa Chiara Atzori, l’impennata Oltremanica dei casi di “disforia di genere” tra bambini “sembra segnalare la spinta ad assecondare una moda, quella della autodeterminazione dell’identità sessuata, estendendola ai soggetti pediatrici, quasi a validare le pretese di alcune potenti lobby pro-gender”.
E i tentacoli di queste “lobby pro-gender” si allungano anche sulla scuola pubblica. Se in Italia la discussione è accesa intorno ai corsi di educazione sessuale da propinare agli studenti, in Gran Bretagna sono già andati oltre.
Sempre sul Guardian di stamattina, si offre uno spaccato su come le scuole britanniche si stiano adeguando alla diffusione della “fluidità di genere”. Il tabloid ci mette allora a conoscenza di un Called School Revision, un corso di un giorno riservato agli insegnanti per fare della scuola britannica un ambiente il più possibile “trans-inclusive”, per eliminare “stereotipi di genere”.
Di modelli da imitare, in questo senso, ne esiste già un lungo elenco. Si va dalle scuole che hanno eliminato le uniformi per non creare “discriminazioni” a quelle che hanno tolto la distinzione dai bagni e dagli spogliatoi. Alcuni storici college suddivisi per sesso, addirittura, hanno iniziato ad accogliere alunni del sesso opposto soltanto basandosi sulla loro presunta “disforia di genere”.
Intervistata dal Guardian, Susie Green, attivista di un’associazione che sostiene le famiglie di bambini con simili disturbi, racconta che benché la scuola britannica stia facendo “progressi”, restano però casi di “ostruzione”.
Porta l’esempio di una scuola che ha respinto la richiesta di una famiglia, affinché la loro bambina di otto anni potesse indossare la divisa da maschio. Ma simili riluttanze ad adeguarsi al gender sono destinate a scomparire. Rivela soddisfatta la Green: “Quei genitori si sono rivolti alle autorità locali, le quali hanno dato loro ragione”.
Il tabloid parla di bambini anche molto piccoli, di tre o quattro anni, a cui viene diagnosticata sommariamente la “disforia di genere”. Il rischio agitato dalla dott.ssa Atozri è di far pagare a questi piccoli “lo scotto delle nostre sovrastrutture ideologiche a pretesa unisex o pansessuale di stampo gender”.



Sede Nazionale via Breda 18 Castel Mella (BS) Tel. 030 2583972

Aggiungi ai preferitiAggiungi questo sito ai preferiti

Webmaster: cogio

Le foto non di proprietà di FNC sono state reperite in rete, se qualcuna di queste dovesse essere coperta da diritti d'autore, siete pregati di segnalarcelo. Provvederemo a rimuoverle.