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13 September, 2016

Quei pediatri che si oppongono al cambio di sesso dei bambini
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Record in Australia. Un bambino di appena quattro anni ha cominciato un programma per cambiare sesso. Come riferisce il Daily Telegraph, il Dipartimento di Educazione australiano non ha voluto fornire informazioni né sul nome né sull’identità sessuale biologica del piccolo. Non è chiaro in cosa consisterà tale “transizione di genere”, che dovrebbe completarsi all’inizio del 2017.
Questa vicenda – si apprende sempre dal quotidiano britannico – è figlia dell’iniziativa del Governo australiano Scuole Sicure, che ha come obiettivo il contrasto al “bullismo e alla discriminazione della comunità lgbt nel contesto scolastico”.
Quello di cambiare il sesso a un bambino nato appena quattro anni fa è, tuttavia, un modo alquanto stravagante di perseguire l’obiettivo di cui sopra. Come già accaduto in Gran Bretagna, dove il Sistema Sanitario Nazionale si sta svenando per somministrare farmaci che bloccano la pubertà a bimbi con “disforia di genere”, gli psicologi lanciano il loro grido d’allarme.
Ad esempio la dott.ssa Rose Cantali, dell’Università di Sidney, ha rilevato che quattro anni è un’età troppo giovane per trarre conclusioni definitive sui presunti disagi dell’identità sessuale. Le ha fatto eco Catherine McGregor, non un “bieco reazionario” ma un noto trans australiano, che è dell’avviso che ci sarebbe bisogno di “cautela” quando si tratta di prendere “decisioni irreversibili” sul corpo dei bambini.
Il dibattito su questo tema tra medici è serrato negli Stati Uniti. Un mese fa l’Associazione dei Pediatri Americani ha pubblicato un voluminoso documento a proposito dei bambini che sperimentano un’incongruenza tra la propria identità sessuale biologica e quella da loro stessi percepita. È il tema della cosiddetta “disforia di genere”.
Il documento in questione intende smentire la letteratura medica corrente che è volta verso una “normalizzazione” del transgenderismo. Di qui la ferma critica nei confronti di quei programmi che prevedono l’utilizzo di farmaci tesi a bloccare la pubertà. Secondo gli autori del documento – la cui prima firmataria è la dott.ssa Michelle Cretella, presidente dell’Associazione – assecondare questa disordinata tendenza contro natura, non solo è un esercizio che non ha basi scientifiche, ma viola l’antico principio di cura: “primo non nuocere”.
Si evidenzia infatti che la “disforia di genere”, nella maggior parte dei pazienti (tra l’80% e il 95%), si risolve naturalmente nella tarda adolescenza. Secondo i pediatri, “ogni indicazione da parte delle istituzioni pubbliche volta a forzare l’accettazione della disforia di genere, come variante normale dello sviluppo del bambino, con le conseguenti cure sociali, terapie ormonali tossiche e rimozione chirurgica di parti ‘sane’ del corpo dei bambini, è sbagliata e pericolosa”.
Inoltre – si legge ancora – “eseguire, in maniera irreversibile, sui minori, troppo giovani per dare un valido consenso, procedure che cambiano per sempre la loro vita”, comporta anche una grave violazione dei loro diritti.
I pediatri chiedono quindi la cessazione di questi interventi e la fine del gender nelle scuole, giacché “la sanità, i programmi scolastici e la legislazione devono rimanere ancorati alla realtà fisica”. Pertanto “la ricerca scientifica dovrebbe concentrarsi su una migliore comprensione delle basi psicologiche di questo disturbo”. La via indicata è quella dell’approccio psicologico a questo problema, anziché farmacologico e chirurgico.
Il documento non lesina infine una denuncia: i medici che sostengono il “punto di vista politicamente scorretto” su questi temi possono subire “gravi conseguenze” a livello lavorativo. Si cita a tal proposito la vicenda del dott. Kenneth Zucker, da 30 anni direttore della Child Youth and Family Gender Identity Clinic presso il Centro di dipendenze e salute mentale di Toronto, in Canada.
Cara è costata a Zucker l’affermazione secondo cui i bambini affetti da “disforia di genere” siano meglio assistiti “aiutandoli ad allineare la loro identità di genere con il proprio sesso anatomico”. Sebbene sia stato in passato anche un sostenitore delle istanze lgbt e sia riconosciuto come un’autorità in materia di identità di genere dei bambini, Zucker è stato rimosso dal suo incarico.

20 August, 2016

Mons. Kevin Farrell prefetto del nuovo Dicastero laici, famiglia e vita
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Si intitola Sedula Mater (Madre Premurosa) ed è il Motu Proprio pubblicato oggi – ma con data del 15 agosto, solennità dell’Assunzione di Maria – con il quale Papa Francesco istituisce ufficialmente il nuovo Dicastero per Laici, famiglia e vita. Si tratta del maxi organismo curiale in cui confluiranno il Pontificio Consiglio per la Famiglia e il Pontificio Consiglio per i Laici che cesseranno le loro funzioni stabilite dalla Pastor Bonus di Giovanni Paolo II e saranno soppressi dal prossimo 1° settembre 2016, essendo abrogati gli articoli 131-134 e 139-141 della succitata Costituzione apostolica del 28 giugno 1988.
Prefetto del nuovo Dicastero – di cui il Papa aveva approvato il 4 giugno ad experimentum gli statuti – è mons. Kevin Joseph Farrell, finora vescovo di Dallas, in passato appartenente alla Congregazione dei Legionari di Cristo come il fratello Brian, attuale segretario del Pontifico Consiglio per l’Unità dei cristiani. La nomina era stata anticipata su Twitter qualche minuto prima della pubblicazione del bollettino vaticano dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Ken Hackett, che cinguettava le congratulazioni al presule.
“La Chiesa, madre premurosa – si legge nel Motu Proprio – ha sempre, lungo i secoli, avuto cura e riguardo per i laici, la famiglia e la vita, manifestando l’amore del Salvatore misericordioso verso l’umanità. Noi stessi, avendo questo ben presente in ragione del Nostro ufficio di Pastore del gregge del Signore, ci adoperiamo prontamente a disporre ogni cosa perché le ricchezze di Cristo Gesù si riversino appropriatamente e con profusione tra i fedeli”.
A tal fine, scrive il Papa, “provvediamo sollecitamente a che i Dicasteri della Curia Romana siano conformati alle situazioni del nostro tempo e si adattino alle necessità della Chiesa universale”. In particolare, il pensiero si rivolge “ai laici, alla famiglia e alla vita, a cui desideriamo offrire sostegno e aiuto, perché siano testimonianza attiva del Vangelo nel nostro tempo e espressione della bontà del Redentore”.
Il Dicastero laici, famiglia e vita sarà disciplinato da speciali Statuti. “Quanto stabilito desideriamo che abbia valore ora e in futuro, nonostante qualsiasi cosa contraria”, afferma il Papa. Alla sezione per la Vita del neonato organismo sarà strettamente connesso la Pontificia Accademia per la Vita, con la quale lavorerà in piena sinergia.
L’istituzione del Dicastero fa parte del processo di riforma della Curia romana che il Pontefice argentino ha avviato sin dall’inizio del suo pontificato, sostenuto e coadiuvato dal lavoro del C9, il Consiglio di nove cardinali istituito proprio a tal fine. Della creazione di un Dicastero laici, famiglia e vita si parlava già da mesi nelle riunioni dei porporati, di pari passo all’altro maxi Dicastero ‘Carità, Giustizia e Pace’ che comprenderebbe le attuali competenze dei Pontifici Consigli Giustizia e Pace, Cor Unum, Operatori Sanitari, Migranti e Itineranti.
Da mesi si vociferava anche di una possibile nomina come prefetto di mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Ma proprio Paglia è stato nominato oggi Gran Cancelliere del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia (ruolo finora svolto dal cardinale vicario Agostino Vallini), in deroga all’Art. 6 degli Statuti del medesimo Istituto, e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, succedendo a mons. Ignacio Carrasco de Paula.
Non resterà disoccupato neppure il cardinale Stanisław Ryłko, presidente del Dicastero per i Laici, che dovrebbe sostituire presto alla guida dell’arcidiocesi di Cracovia il cardinale Stanisław Dziwisz, che ha compiuto 77 anni lo scorso 27 aprile ed è dunque in ‘età pensionabile’.
Monsignor Kevin Joseph Farrell di anni ne ha invece 69, da compiere il prossimo 2 settembre. Nato a Dublino, in Irlanda, il presule ha frequentato l’Università di Salamanca in Spagna, e poi la Pontificia Università Gregoriana a Roma, ottenendo la licenza in filosofia e in teologia all’Università di San Tommaso a Roma. In seguito ha compiuto un Master all’Università di Notre Dame.
Nel 1966 è entrato nella Congregazione dei Legionari di Cristo nel 1966 ed è stato ordinato sacerdote il 24 dicembre 1978. A seguito dell’ordinazione sacerdotale, è stato Cappellano all’Università di Monterrey in Messico, professore degli studi economici, amministratore generale con la responsabilità per seminari e scuole dei Legionari in Italia, Spagna e Irlanda. Dal 1983 ha esercitato il ministero pastorale nella parrocchia di Saint Bartholomew a Bethesda in Washington.
Nel 1984 si è incardinato nell’arcidiocesi di Washington, dove ha ricoperto diversi incarichi, tra cui direttore del Centro Cattolico Spagnolo (1986); direttore esecutivo reggente delle organizzazioni Caritative Cattoliche (1987-1988); segretario per gli Affari Finanziari (1989-2001); parroco della Annunciation Parish (2000-2002).
Nominato vescovo titolare di Rusuccuru e ausiliare di Washington il 28 dicembre 2001, Farell ha ricevuto la consacrazione episcopale l’11 febbraio successivo. Dal 2001 ha svolto gli uffici di vicario generale per l’Amministrazione e moderatore della Curia. Il 6 marzo 2007 è stato promosso vescovo di Dallas.
In una nota pubblicata sul sito diocesano, il neo prefetto si dice “onorato che il Santo Padre abbia scelto me”. “Spero – aggiunge – di essere parte dell’importante opera della Chiesa universale nella promozione dell’apostolato dei laici, della pastorale della famiglia e nel sostegno alla vita umana”.
Rivolgendosi poi ai fedeli della diocesi statunitense che, dice, “è stata la mia casa per dieci anni”, il vescovo poi afferma: “La fede profonda, la gentilezza e la generosità della gente ha superato tutte le mie aspettative”; chiede dunque loro preghiere per questo “prossimo ed inaspettato capitolo” del suo sacerdozio.

14 August, 2016

Spagna. Vescovi perseguitati: vietato criticare il gender
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Nel giugno scorso il Tribunale Superiore di Giustizia della Comunidad Valenciana sembrava aver posto una pietra sopra alle polemiche sulle dichiarazioni dei vescovi spagnoli contro l’ideologia gender. Era stata infatti archiviata rapidamente la denuncia nei riguardi dell’Arcivescovo di Valencia, card. Antonio Cañizares, da parte di gruppi legati al femminismo e alla galassia lgbt.
Tuttavia la decisione dei giudici, basata sulla Costituzione spagnola e sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che difendono il diritto di espressione, non è stata sufficiente a rasserenare gli animi di chi vuole mettere a tacere ogni sospiro vagamente critico nei confronti delle politiche gay-friendly iberiche.
Il mirino arcobaleno dell’associazionismo omosessuale si è nuovamente spostato su esponenti del clero. Stavolta, ad essere citati a giudizio, sono non uno, ma tre presuli. L’Osservatorio spagnolo contro la LGBTfobia ha denunciato davanti alla procura di Madrid il vescovo di Getafe, mons. Joaquin Maria López de Andújar, il suo ausiliare José Rico Pavés e il titolare della diocesi di Alcalà, mons. Juan Antonio Reig Pla.
L’accusa nei loro confronti è analoga a quella formulata due mesi fa al card. Cañizares: “Incitamento all’odio e alla discriminazione verso la comunità omosessuale”. Ma non basta. Il gruppo lgbt ha reso noto che sta prendendo in considerazione di presentare una denuncia penale verso i tre rappresentanti cattolici, accusandoli di “incitamento alla disobbedienza della legge”.
Il fuoco di fila contro i tre vescovi è iniziato lunedì scorso, 8 agosto. La loro colpa è stata quella di aver diffuso una nota assai critica verso la legge approvata il 14 luglio in via definitiva dall’Assemblea autonoma di Madrid.
La norma, che porta la firma della presidentessa dell’Assemblea Cristina Fuentes (non una vetero-marxista bensì una esponente del Partito Popolare), si propone di “superare gli stereotipi” e gli “atteggiamenti sessisti” attuando una “depatologizzazione della transessualità”, che passa anche attraverso il cambio di sesso di bambini molto piccoli, finanche senza l’autorizzazione dei genitori.
I tre vescovi si sono fatti portavoce di molti cittadini madrileni, preoccupati da un disegno politico-culturale di tale portata antropologica. Di qui l’accusa secondo cui tale legge “contraddice il diritto naturale in accordo con la retta ragione e pretende di ridurre al minimo l’insegnamento pubblico della Bibbia, del Catechismo e del Magistero della Chiesa cattolica”.
Considerata inoltre “un attacco al diritto dei genitori ad educare i propri figli”, i tre vescovi hanno parlato di “una legge arbitraria, che non contempla neppure l’obiezione di coscienza e che i partiti, i sindacati, i mezzi di comunicazione e le grandi industrie vogliono imporre attraverso un pensiero unico che annulla la verità sull’uomo”.
Il pensiero dei presuli si è poi spostato sui bambini, giacché questa legge vorrebbe sottoporre quanti tra costoro soffrono di “disforia di genere” a trattamenti farmacologici che ne blocchino la pubertà. Sono però innumerevoli le perplessità del mondo scientifico in merito a questo tipo di trattamenti. “Tra le vere vittime della cultura del relativismo – la riflessione dei vescovi – ci sono coloro che soffrono la confusione sulla propria identità, una confusione che con leggi come questa sarà ulteriormente aggravata”.
I tre vescovi si sono sentiti in obbligo di intervenire data la gravità della situazione che va prefigurandosi con leggi di tal risma. E hanno sentito anche la necessità di fare un appello ai politici, ai professionisti della sanità e dell’educazione, così come agli sposi e ai padri di famiglia, nonché ai sacerdoti, a lottare “per l’edificazione di una cultura che vinca la menzogna dell’ideologia e si apra alla verità della creazione e della persona umana, garanzia ineludibile per la libertà”.
A corroborare l’appello, uno sprone dalla eco evangelica: “Se noi tacciamo, grideranno le pietre”. I sassi possono però risparmiare il fiato. Il popolo spagnolo non intende piegarsi al diktat dell’ideologia gender. Lo ha dimostrato già la massiccia adesione alla processione mariana di Valencia, dopo l’affissione di alcuni manifesti blasfemi da parte degli lgbt. E lo dimostra, oggi, la campagna on-line in solidarietà dei tre vescovi, che in soli quattro giorni sta per raggiungere le 20mila firme necessarie per chiedere alle istituzioni di tutelare la libertà di coscienza.


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