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23 January, 2018

Se crolla l’Humanae Vitae
di - Costanza Miriano


Qualche giorno fa in una relazione alla Gregoriana don Maurizio Chiodi, membro della Pontificia Accademia per la Vita, ha sostenuto che ci sono situazioni in cui i coniugi avrebbero non solo il permesso, ma addirittura l’obbligo di fare uso della contraccezione. Ho ascoltato la relazione con attenzione, e davvero cercando di mettermi in ascolto serio, perché, sebbene tutti i tentativi di rileggere l’Humanae Vitae – di cui ogni giorno tocco i frutti con mano, mentre vedo la disperazione di chi non l’ha seguita – mi mettano sempre un po’ in allerta, io non sono nessuno di fronte a un professore di teologia morale. In più credo che i pastori siano quasi sempre più lucidi delle pecore.


Il titolo era “Rileggere Humanae Vitae alla luce di Amoris Laetitia”. A parte che a me sembra che Amoris Laetitia dica solo che HV va riscoperta. Non riletta dunque, ma valorizzata di nuovo. A parte questo, dicevo, io da un professore di teologia morale che tira una simile bomba – il dovere della contraccezione – mi sarei aspettata motivazioni articolate, accurate, profonde. Esempi concreti, fattispecie, casi particolarissimi. Purtroppo però nella relazione non ce n’è traccia. Eppure non è cosa da poco. Dire che la contraccezione può essere un dovere significa far saltare i fondamenti della morale sessuale cristiana. Io voglio sentire motivazioni potenti come bastioni, solidi come rocce. Non si può sorvolare , buttando a mare svariate cose, tra cui un comandamento, qualche enciclica, il Catechismo, diverse canonizzazioni e altra robetta simile.

Ma in quale caso due persone, che immagino umane, cioè non due bestie, sarebbero obbligate e dico obbligate a fare sesso sempre, anche nei periodi fertili della donna, escludendo però categoricamente la possibilità di avere figli? Evidentemente don Chiodi non padroneggia il tema della regolazione della fertilità. I metodi naturali hanno un’accuratezza praticamente pari a quella della pillola e del preservativo, con in più il bonus della conoscenza di sé, il controllo dei propri istinti, la premura, l’amore e il rispetto. Insegnano ai coniugi a cercare altri gesti per esprimere e ricevere amore e tenerezza. Essendo un sacerdote forse don Chiodi ignora inoltre che il fatto di non poter fare sesso trenta giorni al mese, l’imparare a rispettare dei tempi di astinenza, non danneggia ma anzi tiene viva l’attrazione (la mancanza di desiderio è una pandemia occidentale). Non mi sembra, al contrario, che le relazioni figlie della liberazione sessuale siano molto più soddisfacenti, almeno a giudicare dalla loro scarsa durata.

Evidentemente, poi, non sa che non esiste nessun metodo sicuro al 100%, non la pillola, non il preservativo, se era quello a cui si riferiva dicendo che la tecnica “garantisce la possibilità di non procreare”: l’unica cosa che garantisce al 100% è l’astinenza. Invece i casi di gravidanze non programmate che avvengono con i metodi naturali usati normalmente si aggirano intorno all’1%. Ovviamente se una coppia si trova nelle condizioni di non poter accogliere proprio per nessun motivo al mondo una nuova vita, potrà seguire i metodi naturali con più prudenza, mantenendo l’intimità con pressoché zero rischi di avere altri figli, ammesso che una nuova vita possa mai essere un fattore di rischio: chi crede in Dio sa bene che è molto meglio fidarsi dei suoi piani invece che dei propri.

Insomma, non so quali tecniche abbia in mente di promuovere don Chiodi, ma mi permetto di ricordargli che la pillola danneggia il corpo della donna: squilibri di tutte le funzioni, effetti collaterali e complicanze, fino anche alla morte in casi rari ma non inesistenti. Il pesticida umano comunque non necessita di alcuna promozione, visto che dalle analisi chimiche delle metropoli occidentali risulta che le acque dei fiumi sono appestate degli ormoni rovesciati dalle fogne, mi dispiace usare questa immagine ma pare che l’argomento ecologico sia molto più in voga dei richiami all’Humanae Vitae, di questi tempi, e allora ricordiamo anche questo. En passant, direi anche che il preservativo invece non rispetta la sessualità maschile, togliendo all’uomo parte – non so se grande o piccola – del piacere, anche se nell’era Weinstein questa non pare la priorità.

Infine, la più grave, insormontabile obiezione alla pillola (e alla spirale): per entrambi i metodi non si può mai escludere un tasso di abortività. Cioè può succedere che non impediscano il concepimento di un embrione, ma solo il suo annidamento. Un embrione viene ucciso. È una vita e non vorremmo essere noi laici a ricordarlo un membro dell’Accademia per la Vita. Quando mai potrebbe esserci l’obbligo di fare sesso (non lo vorremo mica chiamare amore, quello?) anche a rischio di uccidere?

Certo non sono in grado di discettare del nodo teorico del rapporto tra oggettivo e soggettivo o di antropologia rahneriana con un professore di morale, ma da moglie, madre e testimone di ormai migliaia di vite di famiglie conosciute in anni di incontri tutta Italia io posso raccontare le vite felici nate dall’obbedienza all’Humanae Vitae, che al contrario di quanto lui sostiene, non è “sempre più una questione simbolica” ma una concretissima mappa esistenziale per alcune famiglie davvero cristiane.

Se vuole, don Chiodi, le presento circa due milioni di persone che solo in Italia sono felici grazie a quella preziosissima enciclica: molti di loro erano in piazza al Family day. E ce ne sono un gran numero nel mondo. Uomini e donne ci si sono giocati la vita, non si sono messi al posto di Dio e ne hanno ricevuto il centuplo. Famiglie grandi o piccole, felici, feconde, famiglie coraggiose che con creatività hanno accolto vite che ogni volta hanno allegramente sconvolto tutti i piani portando in dote nuova felicità.

Se pensiamo di essere in grado di decidere noi quando e se dare la vita, è molto probabile che vinca la paura, o almeno la prudenza. Che non si butti il cuore oltre l’ostacolo. Certo, chi decide di avere l’ultima parola sulla propria capacità generativa, decide di fare da solo, di contare sulle proprie forze (e chi mai oserebbe mettere al mondo un figlio pensando di dovergli assicurare il futuro da solo?). Chi invece decide di consegnarsi a Dio, anche in quello che è il compimento più alto della propria vocazione matrimoniale, cioè la relazione anche fisica con lo sposo o la sposa, dice a Dio “la vita della nostra famiglia è nelle tue mani”. E Dio non delude mai. E’ questa l’enorme bellezza della proposta di HV, è questa la grandezza a cui le famiglie sono chiamate.

Non so quale sia il senso di queste continue spallate all’Humanae Vitae. Voglio essere positiva, avere ilcuore aperto nei confronti di un pastore nominato alla Pontificia Accademia per la Vita. Magari il senso era quello di comunicare ai fedeli che la Chiesa non è sessuofobica, non considera il sesso una cosa brutta, e dà un grande valore all’intimità tra coniugi, fino a considerarlo un dovere (e infatti lo è, nei tempi e nei modi possibili). Ma io credo che di questo forse si potesse sentire il bisogno parecchi decenni fa, non adesso. Non in un tempo in cui anche i cosiddetti cattolici fanno ampio, libero uso della contraccezione senza sentirsi in colpa, anche perché i preti non osano neppure parlarne.

È la solita Chiesa che si vergogna di Cristo, come diceva don Giussani, e non ha coraggio di proporre una misura alta di vita, forse illudendosi così di avvicinare i cuori e le anime. Ma per portarli dove? Questo nostro Occidente depresso, stanco, infecondo, satollo e avido di senso, ha bisogno solo di Dio, a sbagliare è bravissimo già da solo.

22 January, 2018

Bassetti: se si fermano le famiglie, si ferma il motore sociale del Paese
di - Avvenire


Il presidente dei vescovi in vista delle prossime elezioni ricorda che la Chiesa non è un partito e che ha a cuore solo il bene comune. «Immorale lanciare promesse che non si possono mantenere»

Le elezioni

La Chiesa, ha voluto precisare il porporato, «non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico», anche se crede nel dialogo con tutti e nello sviluppo integrale dell'uomo che «costituiscono il nostro orizzonte di riferimento». Perciò nella prospettiva del bene comune, «la sola che ci sta cuore, possiamo tracciare un orizzonte di idee e proposte che vogliono essere un contributo fattivo e concreto alla discussione pubblica». Di qui il richiamo a tutti i candidati «a riflettere sulla natura della vocazione politica. Perché di questo si tratta: una vocazione, una missione e non un trampolino di lancio verso il potere»; l'invito alla sobrietà nelle parole e nei comportamenti e la ricerca sincera del bene comune. «La campagna elettorale sta rendendo serrato il dibattito - ha detto Bassetti -, ma non si può comunque scordare quanto rimanga immorale lanciare promesse che già si sa di non riuscire a mantenere. Altrettanto immorale è speculare sulle paure della gente: al riguardo, bisogna essere coscienti che quando si soffia sul fuoco le scintille possono volare lontano e infiammare la casa comune, la casa di tutti».

Il futuro dell'Italia

«Per il futuro del Paese e dell’intera sua popolazione - ha proseguito il presidente della Cei -, da Nord a Sud, occorre mettere da parte le vecchie pastoie ideologiche del Novecento e abitare questo tempo con occhi sapienti e nuovi propositi di ricostruzione del tessuto sociale ed economico dell’Italia. In questa grande opera, è auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione nel servizio del bene comune». Un ambito prioritario indicato è stato quello della scuola, «dove si gioca la partita decisiva del percorso formativo dei nostri ragazzi. Di questa scuola sono parte integrante e qualificata le scuole pubbliche paritarie, ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza».

Le tre priorità

Il cardinale si è quindi soffermato su lavoro famiglia e giovani. «Il lavoro è dunque una priorità ma è soprattutto una vera emergenza sociale. Un’emergenza resa ancora più impellente dai dati relativi alla disoccupazione giovanile: sono troppi i nostri ragazzi che vengono ingiustamente mortificati nel loro talento e duramente provati nelle loro aspettative di vita, costringendoli spesso ad un’amara e dolorosa emigrazione. È un grido di dolore e di aiuto quello che viene dai nostri giovani. Che va raccolto e va fatto nostro. Come faremo nel prossimo Sinodo dei Vescovi».

C'è poi l'altro dato inquietante relativo alla condizione di povertà assoluta delle famiglie – si parla di oltre un milione e mezzo – con un aumento di ben il 97% rispetto a dieci anni fa. «Se si fermano le famiglie, si ferma il motore sociale del Paese. Smette di battere il cuore della società. È necessario ripeterlo con forza: è urgente e doveroso aiutare, curare e sostenere, in ogni modo possibile, le famiglie italiane. Perché nelle famiglie risiede la struttura portante della nostra società e si pongono le basi del futuro. Da questo punto di vista, fa ben sperare l’ampia condivisione che il “Patto per la natalità”, presentato la scorsa settimana dal Forum delle Associazioni Familiari, ha raccolto tra tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni».

Immigrazione e razzismo

Sul tema «complesso e cruciale» delle migrazioni, Bassetti ricorda innanzitutto che la sua «discussione pubblica è troppo spesso influenzata da equivoci, incomprensioni e contese politiche». La chiesa ricorda però «sin dalla fondazione, si prende cura dei poveri, degli «scartati» e degli «sconfitti della storia», con uno spirito di totale obbedienza al Vangelo, perché vede nelle loro piaghe il riflesso di quelle di Cristo sulla Croce. I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa "per diritto evangelico" come disse Paolo VI nel discorso di apertura della II sessione del Concilio Vaticano II. In virtù di questo «diritto evangelico» – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione».

Proprio per questo bisogna impedire che una cultura della paura si trasformi in xenofobia, o addirittura in «discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente. Non è chiudendo che si migliora la situazione del Paese». Perciò il presidente della Cei ha da un lato ricordato come ammonimento la «pagina buia» delle leggi razziali del 1938. Dall'altro ha ringraziato il papa per aver dato atto all'Italia, nel recente discorso al Corpo diplomatico, dello sforzo di accoglienza compiuto in questi anni verso gli immigrati.

Appello ai cattolici in politica

Bassetti ha chiuso la sua prolusione con un triplice invito ai cattolici in politica. «Vivete la politica con gratuità e spirito di servizio»; «guardate al passato per costruire il futuro╗>. E soprattutto «abbiate cura, senza intermittenza, dei poveri e della difesa della vita». Sono due temi speculari, ha spiegato il presidente della Cei, «due facce della stessa medaglia, due campi complementari e non scindibili. Non è in alcun modo giustificabile chiedere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difei nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dal commercio del corpo umano, dall'affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista».

Anche in merito alla legge sul fine vita il cardinale ha commentato: «Ci preoccupa la salvaguardia della speciale relazione tra paziente e medico, la giusta proporzionalità delle cure - che non deve mai dar luogo alla cultura dello scarto -, la possibilità di salvaguardare l'obiezione di coscienza del singolo medico e di evitare il rischio di aziendalismo per gli ospedali cattolici».

06 January, 2018

Sul matrimonio si riproponga la posizione tradizionale
di - La Nuova Bussola Quotidiana


«Come vescovi cattolici, siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa». Così scrivono tre vescovi del Kazakhistan - Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana, Jan Pawel Lenga, arcivescovo-vescovo emerito di Karaganda e Athanasius Schneider, vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana – in un lungo documento titolato “Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale” e pubblicato il 2 gennaio (qui potete leggere il testo integrale).

I tre vescovi prendono atto che dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, singoli vescovi e diversi episcopati agiscono con norme pastorali che avranno come esito la diffusione della “piaga del divorzio” anche all’interno della Chiesa, ciò che è in grave contrasto con quanto Dio ha stabilito. E grave è il fatto che ormai la prassi sia diversa da diocesi a diocesi e perfino da parrocchia a parrocchia. «In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce», affermano i tre vescovi citando i Padri della Chiesa.

Infine i vescovi kazakhi ribadiscono il magistero tradizionale della Chiesa che considera sempre illeciti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sacramentale, e quindi l’impossibilità di accedere alla comunione per coloro che restano in tale stato, pur non costituendo questo un giudizio sullo stato di grazia interiore dei singoli fedeli.

La “Professione delle verità immutabili…” aggiunge dunque un nuovo capitolo al dibattito successivo ad Amoris Laetitia e alle sue interpretazioni, e dimostra quanto sia diffuso il disagio per la situazione che si è creata nella Chiesa. Non sembra neanche destinata a restare un fatto locale, che riguarda il Kazakhistan, tanto è vero che subito dopo la pubblicazione, due vescovi italiani hanno a loro volta sottoscritto il documento: monsignor Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America, e monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara. Proprio a monsignor Negri abbiamo rivolto alcune domande sul senso di questo documento e sul perché della sua adesione.

Monsignor Negri, cosa l’ha spinta a firmare questa lettera?
Davanti alla grave confusione che c’è nella Chiesa riguardo al tema del matrimonio io credo che sia necessario riproporre la chiarezza della posizione tradizionale.
Mi è sembrata giusto firmare perché il contenuto di questa posizione è ciò che ho largamente presentato in questi anni, non solo in questi ultimi mesi, in tutti i momenti della messa a punto che ho dedicato al tema della famiglia, della vita, della procreazione, della responsabilità educativa nei confronti dei più giovani. Sono temi di assoluta importanza per cui il mondo cattolico nel suo complesso non mostra molta sensibilità.

C’è chi sostiene che si è parlato fin troppo di famiglia e di vita…
Pensare a una Chiesa senza una preoccupazione esplicita, sistematica, vorrei dire quotidiana, di difesa e di promozione della famiglia e della sua responsabilità missionaria ed educativa fa pensare a una Chiesa gravemente e pesantemente condizionata dalla mentalità mondana. Tale mentalità, che domina largamente le nostre società ritiene che tutte le questioni “eticamente sensibili”, per usare una espressione diventata d’uso comune, siano responsabilità delle istituzioni politiche e sociali, prime fra tutte gli Stati. Mentre con la Dottrina sociale della Chiesa io ritengo che la questione della persona e dello svolgersi della sua identità e della sua responsabilità nel mondo sia un compito specifico, precipuo, irrinunciabile della Chiesa.
Si sta combattendo una battaglia tra la mentalità mondana - quella che papa Francesco nei primi mesi di pontificato ha chiamato “il pensiero unico dominante”, e la concezione cristiana della vita e dell’esistenza. Se la Chiesa non vive questo confronto finisce sostanzialmente per ridursi a una posizione di sostanziale autoemarginazione dalla vita sociale.

Nella lettera si parla molto della confusione esistente nella Chiesa, e anche lei l’ha accennato. Eppure c’è chi nega che ci sia questa confusione, alcuni sostengono che ci siano solo delle resistenze a un cammino di rinnovamento della Chiesa.
La confusione c’è. C’è ed è gravissima. Non c’è persona sensata che possa negare questo. Ricordo le parole accorate ma terribili del cardinale Carlo Caffarra qualche tempo prima di morire, quando disse: «Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante». Da questa ignoranza nasce la confusione. Cito ancora il cardinale Caffarra, che diceva che «solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione». E io lo posso testimoniare per quel che ho visto soprattutto negli ultimi mesi del mio episcopato a Ferrara-Comacchio. Ero quotidianamente interloquito da buoni cristiani nella coscienza dei quali si era prodotta una delusione fortissima, e vivevano con molta sofferenza. Lo dico con chiarezza, una sofferenza maggiore di tanti ecclesiastici e di tanti miei confratelli vescovi. È la sofferenza di un popolo che non si sente più accudito, sostenuto nella esigenza fondamentale di verità, di bene, di bellezza e di giustizia che costituiscono il cuore profondo dell’uomo, che soltanto il mistero di Cristo rivela profondamente e attua in maniera straordinaria.
Io non voglio far polemica con nessuno ma non posso non dire che è necessario lavorare perché lo splendore della tradizione torni ad essere una esperienza per il popolo cristiano e una proposta che il popolo cristiano fa agli uomini. Questo è per me un compito che sento esauriente.

A proposito di confusione, in questi giorni è nata una nuova polemica partita dall’accusa a papa Ratzinger di errori dottrinali mai corretti, e di nuovo si è tirato in ballo il Concilio.
Non voglio perdermi in riletture veloci e ideologiche di momenti fondamentali della vita della Chiesa, quale è stato il Concilio ad esempio: una straordinaria esperienza, complessa, articolata e - perché no – con aspetti non sempre chiari. Oppure il grande e indimenticabile magistero di san Giovanni Paolo II, il suo impegno a riproporre al mondo l’annunzio di Cristo come l’unica possibilità di salvezza e quindi a riproporre la Chiesa come ambito di questa esperienza - come diceva lui - di una vita rinnovata. Queste sono pietre miliari di un cammino che poi ha trovato nel grande magistero di Benedetto XVI un punto di sintesi, il richiamo forte a quella continuità nel passaggio tra la realtà preconciliare alla realtà del Concilio e del post-Concilio: è stata una formulazione di straordinario rilievo, di cui la Chiesa vive ancora.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno innalzato il magistero cattolico a livelli di straordinaria ampiezza. Assurdo piegare l’interpretazione di questi grandi personaggi della vita della Chiesa a interessi di bottega. Ma è assurdo anche stabilire paragoni dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI con il magistero di papa Francesco. Nella storia della Chiesa ogni Papa ha la sua funzione. La funzione di Francesco non è certamente quella di riproporre l’integralità e l’ampiezza del messaggio cristiano ma è quella di tirare certe necessarie conseguenze sul piano etico e sociale.

Parlando sempre di confusione, in questo anno che ha ricordato i 500 anni della Riforma protestante, nella Chiesa si sono viste e sentite cose francamente sconcertanti.
La confusione dottrinale e culturale presenta degli aspetti che sembrano difficilmente credibili a persone di buon senso e a persone che hanno avuto una formazione culturale adeguata. Questa di Lutero è una vicenda incredibile. Questo Lutero di cui tanto si parla non esiste. Questo Lutero riformatore, questo Lutero evangelico, questo Lutero la cui presenza sarebbe stata una riforma positiva e benefica per la Chiesa non ha alcun fondamento storico e critico.
Tutt’altro discorso è se in un momento di grave attacco alla tradizione religiosa dell’Occidente si renda necessario che tutti gli uomini religiosi percepiscano che è il momento di una nuova e grande unità operativa. Bisogna lavorare insieme, certamente. Ma per lavorare insieme non bisogna annacquare la propria identità o pensare che l’esistenza dell’identità sia una obiezione al lavoro. È esattamente l’opposto: chi si mette nel dialogo religioso, nel dialogo ecumenico, nel dialogo con la vita sociale con una sua precisa identità dà un contributo estremamente significativo. Non si collabora e non si dialoga a partire dalla confusione. Si dialoga a partire dall’identità, e l’identità cattolica se è vissuta fino in fondo dà un contributo unico e irriducibile alla vita sociale.

C’è chi mette in guardia dalla tentazione dell’egemonia.
Io non penso affatto a una egemonia sulla vita sociale, come ritengono tanti cattolici irresponsabili. Non è per una volontà di egemonia, ma per una volontà di missione. Una missione esplicita, limpida, significativa, appassionata e quindi polemica nei confronti del mondo. Questo ho imparato da don Giussani in 50 anni di convivenza con lui e su questo, secondo me si sono giocati in maniera positiva i grandi magisteri di Giovanni Paolo e Benedetto in linea con il grande magistero della Chiesa del XIX e del XX secolo.


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