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21 January, 2018

Cari Mario e Massimo
di - Vittorio Lodolo D’Oria


Cari Mario e Massimo, il Popolo del Family-day (FD)
deve sapere subito da voi la verità per votare consapevolmente
A tutti noi è noto quanto occorso dopo il FD del 30.01.16 che aveva portato per la seconda volta, nel giro di sei mesi, un milione di persone in piazza a Roma. Il portavoce Massimo Gandolfini si era detto in seguito favorevole al solo inserimento di nominativi cattolici nelle liste dei “partiti amici già esistenti” nell’area di centrodestra, mentre Mario Adinolfi, suo braccio destro, aveva preferito optare per una soluzione più radicale fondando ex-novo il Popolo della Famiglia (PdF). L’operazione era dunque esitata in una spaccatura traumatica e ora che siamo in vista delle elezioni politiche dobbiamo poter leggere lo scenario per operare la scelta giusta.
Partiamo con l’analisi più semplice, quella riguardante la scelta di Adinolfi col suo PdF. La strada intrapresa da Mario è indubbiamente quella più ardua perché: non accetta compromessi sui valori; parte da zero con la costruzione forse velleitaria di creare dal nulla un nuovo partito; non ipotizza alleanze per la posizione valoriale dura e pura ancorata ai valori non negoziabili. Inutile dire che si dimostrerà vincente unicamente se riuscirà a superare lo sbarramento del 3% guadagnando la conseguente rappresentanza parlamentare. Insomma, o la va o la spacca.
La posizione di Gandolfini, promotore del Comitato Difendiamo i Nostri Figli (CDNF) è più articolata da valutare nelle sue potenziali conseguenze. La scelta di limitarsi a inserire dei nominativi nelle liste di partiti di centrodestra comporta certamente un primo compromesso rinunciando alla “pienezza valoriale” cui solo Massimo si ispira (si veda per esempio la riapertura delle case chiuse promossa della Lega, il voto ambiguo sulle DAT di FdI, la visione laicista di FI e tanto altro come il favore all’uso di politiche anticoncezionali come la pillola del giorno dopo etc). In seconda battuta deve essere valutata la qualità e la quantità della rappresentanza parlamentare che Gandolfini otterrà a fronte dell’appoggio che il suo CDNF offrirà ai suddetti partiti. Non si tratta davvero di un dettaglio poiché, al tavolo delle trattative, i politicanti esperti cercheranno di pagare a Gandolfini il minimo prezzo in termini di seggi parlamentari. Pur dando atto al medico bresciano che saprà ben selezionare i suoi uomini da mandare in Parlamento, dovremmo almeno sapere quanti piazzamenti è riuscito a ottenere e soprattutto la bontà degli stessi (si tratta di posti in cui è reale la possibilità di essere eletti?). In altre parole Gandolfini deve rendere conto pubblicamente a tutta la gente del FD dell’esito delle trattative in corso coi partiti. Inutile dire che il numero di parlamentari da pretendere e ottenere non può certamente essere esiguo (almeno 20/30) poiché la “merce di scambio” messa sul tavolo è costituita da quella piazza del FD con tutto il suo indotto. Questa prima analisi è importante per gli sviluppi che si possono avere in seguito. Se infatti la contropartita fosse sostanziosa in numero di seggi, tutto bene, ma qualora fosse per un qualche motivo insufficiente, Gandolfini dovrebbe prenderne atto, informarne i suoi sostenitori e proporre una strategia alternativa per non permettere una devastazione della famiglia per altri 5 anni come è stato nella XVII Legislatura. Il medico bresciano si troverebbe di fronte a un bivio: far saltare il tavolo delle trattative con i partiti rifiutando di scambiare la primogenitura con un piatto di lenticchie e proporre come alternativa ai propri seguaci di votare il PdF di Adinolfi per fargli superare il 3% senza, tra l’altro, dover scendere a patti sui valori. Accettare il piatto di lenticchie oppure rifiutarsi di indicare il PdF come unica possibile alternativa valida alla trattativa fallita sarebbe il peggior dispetto alle famiglie italiane. Dunque Gandolfini ci dica cosa sta succedendo e cosa ha realmente intenzione di fare: se vendere o svendere la piazza che gli ha creduto.
Lo scenario peggiore che si possa presentare a noi famiglie presenti a tre FD consecutivi (2007/2015/2016) è un CDNF che riesca a far eleggere una misera manciata di parlamentari e un PdF che non superi lo sbarramento del 3%. Riunificare le forze, anche a pochi giorni dalla competizione elettorale, può evitare la totale débâcle della Famiglia, trasformare una sconfitta in vittoria, restituire l’unità al popolo di Famiglie che è sceso in piazza festante con nonni, genitori, figli e nipoti. Se però così non fosse non potremo esimerci nell’immediato futuro dall’invitare i veri responsabili ad un esame di coscienza che consenta agli uomini di buona volontà di evitare le più nefaste conseguenze di una insensata lotta fratricida.
Grazie tante a Mario per il suo impegno a tempo pieno a favore della famiglia, ed altrettanto a Massimo per lo spazio che ha sottratto per il medesimo motivo alla sua professione. Che il Signore illumini le vostre menti e quelle di noi tutti per un Paese autenticamente cattolico da affidare alle ignare generazioni che ci seguiranno.
Vittorio Lodolo D’Oria
Presidente Famiglie Numerose Cattoliche
21 Gennaio 2018 (Santa Agnese)

07 January, 2018

Francia, in stato vegetativo a 14 anni
di - Il Gazzetino


Lo Stato: "Staccate la spina", genitori contrari

Il consiglio di Stato francese ha confermato lo stop delle cure ad Inès, una quattordicenne che si trova in stato vegetativo dallo scorso giugno. La massima giurisdizione transalpina avvalla così la decisione dei medici dell'ospedale di Nancy, che contro il parere dei genitori, ritengono che non ci sia più nulla da fare.
Il padre e la madre della piccola si erano rivolti al Consiglio di Stato con la speranza di ribaltare la sentenza del tribunale amministrativo di Nancy che il 7 dicembre corso aveva confermato a sua volta il parere dei medici. Ma ora anche i Saggi si schierano a favore di quella difficile decisione.



06 January, 2018

Sul matrimonio si riproponga la posizione tradizionale
di - La Nuova Bussola Quotidiana


«Come vescovi cattolici, siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa». Così scrivono tre vescovi del Kazakhistan - Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana, Jan Pawel Lenga, arcivescovo-vescovo emerito di Karaganda e Athanasius Schneider, vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana – in un lungo documento titolato “Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale” e pubblicato il 2 gennaio (qui potete leggere il testo integrale).

I tre vescovi prendono atto che dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, singoli vescovi e diversi episcopati agiscono con norme pastorali che avranno come esito la diffusione della “piaga del divorzio” anche all’interno della Chiesa, ciò che è in grave contrasto con quanto Dio ha stabilito. E grave è il fatto che ormai la prassi sia diversa da diocesi a diocesi e perfino da parrocchia a parrocchia. «In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce», affermano i tre vescovi citando i Padri della Chiesa.

Infine i vescovi kazakhi ribadiscono il magistero tradizionale della Chiesa che considera sempre illeciti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sacramentale, e quindi l’impossibilità di accedere alla comunione per coloro che restano in tale stato, pur non costituendo questo un giudizio sullo stato di grazia interiore dei singoli fedeli.

La “Professione delle verità immutabili…” aggiunge dunque un nuovo capitolo al dibattito successivo ad Amoris Laetitia e alle sue interpretazioni, e dimostra quanto sia diffuso il disagio per la situazione che si è creata nella Chiesa. Non sembra neanche destinata a restare un fatto locale, che riguarda il Kazakhistan, tanto è vero che subito dopo la pubblicazione, due vescovi italiani hanno a loro volta sottoscritto il documento: monsignor Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America, e monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara. Proprio a monsignor Negri abbiamo rivolto alcune domande sul senso di questo documento e sul perché della sua adesione.

Monsignor Negri, cosa l’ha spinta a firmare questa lettera?
Davanti alla grave confusione che c’è nella Chiesa riguardo al tema del matrimonio io credo che sia necessario riproporre la chiarezza della posizione tradizionale.
Mi è sembrata giusto firmare perché il contenuto di questa posizione è ciò che ho largamente presentato in questi anni, non solo in questi ultimi mesi, in tutti i momenti della messa a punto che ho dedicato al tema della famiglia, della vita, della procreazione, della responsabilità educativa nei confronti dei più giovani. Sono temi di assoluta importanza per cui il mondo cattolico nel suo complesso non mostra molta sensibilità.

C’è chi sostiene che si è parlato fin troppo di famiglia e di vita…
Pensare a una Chiesa senza una preoccupazione esplicita, sistematica, vorrei dire quotidiana, di difesa e di promozione della famiglia e della sua responsabilità missionaria ed educativa fa pensare a una Chiesa gravemente e pesantemente condizionata dalla mentalità mondana. Tale mentalità, che domina largamente le nostre società ritiene che tutte le questioni “eticamente sensibili”, per usare una espressione diventata d’uso comune, siano responsabilità delle istituzioni politiche e sociali, prime fra tutte gli Stati. Mentre con la Dottrina sociale della Chiesa io ritengo che la questione della persona e dello svolgersi della sua identità e della sua responsabilità nel mondo sia un compito specifico, precipuo, irrinunciabile della Chiesa.
Si sta combattendo una battaglia tra la mentalità mondana - quella che papa Francesco nei primi mesi di pontificato ha chiamato “il pensiero unico dominante”, e la concezione cristiana della vita e dell’esistenza. Se la Chiesa non vive questo confronto finisce sostanzialmente per ridursi a una posizione di sostanziale autoemarginazione dalla vita sociale.

Nella lettera si parla molto della confusione esistente nella Chiesa, e anche lei l’ha accennato. Eppure c’è chi nega che ci sia questa confusione, alcuni sostengono che ci siano solo delle resistenze a un cammino di rinnovamento della Chiesa.
La confusione c’è. C’è ed è gravissima. Non c’è persona sensata che possa negare questo. Ricordo le parole accorate ma terribili del cardinale Carlo Caffarra qualche tempo prima di morire, quando disse: «Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante». Da questa ignoranza nasce la confusione. Cito ancora il cardinale Caffarra, che diceva che «solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione». E io lo posso testimoniare per quel che ho visto soprattutto negli ultimi mesi del mio episcopato a Ferrara-Comacchio. Ero quotidianamente interloquito da buoni cristiani nella coscienza dei quali si era prodotta una delusione fortissima, e vivevano con molta sofferenza. Lo dico con chiarezza, una sofferenza maggiore di tanti ecclesiastici e di tanti miei confratelli vescovi. È la sofferenza di un popolo che non si sente più accudito, sostenuto nella esigenza fondamentale di verità, di bene, di bellezza e di giustizia che costituiscono il cuore profondo dell’uomo, che soltanto il mistero di Cristo rivela profondamente e attua in maniera straordinaria.
Io non voglio far polemica con nessuno ma non posso non dire che è necessario lavorare perché lo splendore della tradizione torni ad essere una esperienza per il popolo cristiano e una proposta che il popolo cristiano fa agli uomini. Questo è per me un compito che sento esauriente.

A proposito di confusione, in questi giorni è nata una nuova polemica partita dall’accusa a papa Ratzinger di errori dottrinali mai corretti, e di nuovo si è tirato in ballo il Concilio.
Non voglio perdermi in riletture veloci e ideologiche di momenti fondamentali della vita della Chiesa, quale è stato il Concilio ad esempio: una straordinaria esperienza, complessa, articolata e - perché no – con aspetti non sempre chiari. Oppure il grande e indimenticabile magistero di san Giovanni Paolo II, il suo impegno a riproporre al mondo l’annunzio di Cristo come l’unica possibilità di salvezza e quindi a riproporre la Chiesa come ambito di questa esperienza - come diceva lui - di una vita rinnovata. Queste sono pietre miliari di un cammino che poi ha trovato nel grande magistero di Benedetto XVI un punto di sintesi, il richiamo forte a quella continuità nel passaggio tra la realtà preconciliare alla realtà del Concilio e del post-Concilio: è stata una formulazione di straordinario rilievo, di cui la Chiesa vive ancora.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno innalzato il magistero cattolico a livelli di straordinaria ampiezza. Assurdo piegare l’interpretazione di questi grandi personaggi della vita della Chiesa a interessi di bottega. Ma è assurdo anche stabilire paragoni dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI con il magistero di papa Francesco. Nella storia della Chiesa ogni Papa ha la sua funzione. La funzione di Francesco non è certamente quella di riproporre l’integralità e l’ampiezza del messaggio cristiano ma è quella di tirare certe necessarie conseguenze sul piano etico e sociale.

Parlando sempre di confusione, in questo anno che ha ricordato i 500 anni della Riforma protestante, nella Chiesa si sono viste e sentite cose francamente sconcertanti.
La confusione dottrinale e culturale presenta degli aspetti che sembrano difficilmente credibili a persone di buon senso e a persone che hanno avuto una formazione culturale adeguata. Questa di Lutero è una vicenda incredibile. Questo Lutero di cui tanto si parla non esiste. Questo Lutero riformatore, questo Lutero evangelico, questo Lutero la cui presenza sarebbe stata una riforma positiva e benefica per la Chiesa non ha alcun fondamento storico e critico.
Tutt’altro discorso è se in un momento di grave attacco alla tradizione religiosa dell’Occidente si renda necessario che tutti gli uomini religiosi percepiscano che è il momento di una nuova e grande unità operativa. Bisogna lavorare insieme, certamente. Ma per lavorare insieme non bisogna annacquare la propria identità o pensare che l’esistenza dell’identità sia una obiezione al lavoro. È esattamente l’opposto: chi si mette nel dialogo religioso, nel dialogo ecumenico, nel dialogo con la vita sociale con una sua precisa identità dà un contributo estremamente significativo. Non si collabora e non si dialoga a partire dalla confusione. Si dialoga a partire dall’identità, e l’identità cattolica se è vissuta fino in fondo dà un contributo unico e irriducibile alla vita sociale.

C’è chi mette in guardia dalla tentazione dell’egemonia.
Io non penso affatto a una egemonia sulla vita sociale, come ritengono tanti cattolici irresponsabili. Non è per una volontà di egemonia, ma per una volontà di missione. Una missione esplicita, limpida, significativa, appassionata e quindi polemica nei confronti del mondo. Questo ho imparato da don Giussani in 50 anni di convivenza con lui e su questo, secondo me si sono giocati in maniera positiva i grandi magisteri di Giovanni Paolo e Benedetto in linea con il grande magistero della Chiesa del XIX e del XX secolo.


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